domenica 11 gennaio 2026
martedì 6 gennaio 2026
sabato 24 agosto 2024
Antonio Caronia: Giovane militanza anni '80
Linus settembre 1983
Giovane militanza anni '80
C'è qualche indizio che l'interesse dei giovani per la politica stia crescendo. Certo non siamo di fronte a una situazione pre-sessantottesca: semplicemente sembra superato il punto più basso dell'impegno politico delle nuove generazioni, che si era registrato tre o quattro anni fa (prendo sempre come punto di riferimento per queste valutazioni di “alto” e “basso” gli anni attorno al '68). Parliamo principalmente delle ali estreme, in primo luogo a sinistra, ma, come si vedrà, anche a destra, e non per scelta di campo, ma perché in queste aree il comportamento politico giovanile è più trasparente rispetto ai movimenti giovanili dei grandi partiti. Un analisi del volto giovanile nelle ultime elezioni, per esempio (e c'è chi l'ha tentata) ci darebbe infatti dei risultati aleatori e difficilmente valutabili: penalizzati Pci, Msi e Psdi, a quanto sembra, ma consistentemente premiata la Dc, se è vero quanto ha detto Hutter a Radio Popolare, e Dp e i repubblicani. Ma è comunque vero a prescindere dai risultati elettorali, che l'estrema sinistra sembra riconquistare, sia pure lentamente, una capacità di attrazione, che aveva quasi del tutto perso nel 1979, con il trauma del 7 aprile e l'insuccesso elettorale di Dp. Le note che cominciano con questo numero vorrebbero appunto contribuire a disegnare un ritratto del militante giovanile degli anni Ottanta, dei problemi che deve affrontare per farsi capire nelle scuole e nei quartieri dagli altri giovani, del modo con cui filtra e restituisce il dibattito che si svolge nella sua area politica. Non c'è bisogno di dire che sarà un ritratto ancora parziale, che risentirà inevitabilmente della provenienza quasi tutta milanese dei dati, che correzioni, contestazioni, e anche vaffanculo saranno benvenuti.
Partiamo allora dall'estrema sinistra, che oggi comprende principalmente Dp, quanto resta dell'autonomia, collettivi di quartiere, gruppi di intervento culturale. A prima vista il militante giovane, o il giovane impegnato in un collettivo (diciamo, tanto per fissare una cifra, quello al di sotto dei 25 anni) sembra dominato da uno o due fantasmi: il fantasma Sessantotto e il fantasma Settantasette. Sono due esperienze che molte volte non ha fatto (il '68 sicuramente mai, il '77 forse, ma non è detto), eppure esse definiscono con grande forza il sistema concettuale con cui egli legge la sua esperienza oggi. E infatti la prima cosa che vi dirà se gli chiedete di definire la situazione in cui opera e svolge il suo “lavoro politico” sarà, nove volte su dieci, la seguente: le lotte che si fanno oggi nel mondo giovanile, anche quando hanno un orizzonte politico (e non sempre è così) non hanno né un punto di partenza né un punto di arrivo ideologico. L'ideologia, sembrano dire in interessante concordanza con quei politologi e sociologi che per altri versi disprezzano o ignorano, è tramontata. Il che vuol dire che riconoscono, o suppongono, che un tempo avesse un peso e un ruolo ben maggiore. Luca Rossi, studente in una scuola sperimentale superiore in provincia di Milano, militante di Dp, espone così la sua esperienza: “Nella mia scuola, quest'anno, l'assemblea che ha avuto più successo è stata quella sul problema dei ritardi degli studenti e la non ammissione in classe alla prima ora. Sui loro problemi immediati, materiali, gli studenti si muovono e intervengono, su questioni più generali no. Sulla riforma della scuola, anche se in molte scuole c'è stato un certo interesse, non si è costruito un vero e proprio movimento. Unica eccezione il movimento par la pace, ma anche in quel caso le cose sono andate bene perché Dp e le altre forze politiche non hanno imposto scelte ideologiche: tanto è vero che parole d'ordine come l'uscita dell'Italia dalla Nato non sono fatte proprie da tutto il movimento.”
C'è anche chi, a prima vista, si fa una bandiera di questo carattere immediato e limitato della sua attività, come il collettivo dei giovani di Baggio, a Milano, erede del Centro sociale che fra il '75 e il '77 fu il primo ad introdurre il problema dell'eroina nell'attività politica: “Non abbiamo un programma” dicono, “e non vogliamo averlo. In questa situazione la gente è toccata da problemi concreti: quando ha le scatole piene di qualcosa si muove, ma su questo non è possibile costruire nulla di permanente e di organizzato”. Ma poi, se vai a guardare bene, ti accordi che in realtà c'è una grande nostalgia dell'approccio “ideologico”, perché lo si continua a identificare con la fase “alta” del movimento: oggi saremmo invece in una fase “bassa”, di ristagno. Un gruppo di giovani e militanti di estrema sinistra di Rho lo hanno espresso con molta chiarezza in un loro giornalino apparso quest'estate: “Molti ritengono che negli ultimi anni sia avvenuta una rottura epocale, totale, radicale col passato. Concetti come classe, antagonismo, contropotere, comunismo, non avrebbero più nessun valore (…). Noi pensiamo invece che sia sicuramente necessario riscoprire e ricostruire il “filo rosso” che unisce le lotte e le speranze di ieri con quelle di oggi e di domani” (inutile dire che “Filo rosso” è proprio il titolo del giornalino in questione). C'è la sensazione di una sconfitta, la convinzione che questi anni siano un purgatorio inevitabile (“Siamo tornati indietro” dicono i giovani di Baggio “perché le forze tradizionali sono riuscite a gestire l'estraneità e l'antagonismo degli anni '70 grazie anche ai nostri errori e alle divisioni tra le forze rivoluzionarie”): ma si è convinti che prima o poi la fase cambierà segno e ci sarà una nuova “onda alta”, Questo non vuol dire che nell'estrema sinistra i militanti stiano solo attaccati a analisi e speranze vecchie. Soprattutto fra i giovani, è diffusa la convinzione che si sono aperti nuovi territori di movimento e di contrattazione con le istituzioni, per esempio la musica, e che la comunicazione tradizionale non funziona più. Nei collettivi di quartiere si è cominciato da tempo a fare qualche esperienza con i nuovi mezzi di elettronici, e gli studenti milanesi di Dp hanno fatto tesoro del successo dell'assemblea sui decreti delegati al cinema Cristallo, in cui gli interventi erano stati sostituiti con filmati, musica, e dei veri e propri numeri teatrali con grande attenzione anche alla scenografia. Anche a sinistra, allora, è passata l'idea secondo cui “il mezzo è il messaggio?”. Le cose non sono proprio così semplici, come vedremo nel prossimo articolo, che sarà dedicato appunto alla discussione nella sinistra sul ruolo dell'immagine e sulla comunicazione.
giovedì 22 agosto 2024
La fantascienza? Ormai è morta.
DA scrittori di fantascienza a disoccupati. Le nanotecnologie hanno tolto mercato anche all'immaginazione, hanno risucchiato in un vortice di atomi il mondo dell'impossibile con tutti i suoi spettatori-abitanti e visionari narratori. Una rivoluzione nello spazio di un miliardesimo di metro. Quindi la domanda.
Dopo l'avvento della nanotech è possibile scrivere ancora fantascienza, o la scienza è riuscita nel sorpasso andando oltre il prevedibile e il delirio della fantasia?
“La fantascienza è morta – risponde Antonio Caronia, 44 anni, genovese, scrittore e studioso della comunicazione dell'immaginario tecnologico – non esiste più. Lo sostengo ormai da anni. I generi non esistono, si sono estinti. Fantascienza classica, fantasy, horror, cyberpunk fluttuano all'interno del Noir, un gran contenitore nel quale tutto è leggibile e niente è all'avanguardia. La scrittura – spiega Caronia – ha sempre rappresentato il suo tempo. Quella di oggi esprime l'ibrido. I romanzieri sono delle 'carogne' che colgono sogni e incubi dell'individuo e li rielaborano proiettandoli all'esterno, portandoli in superficie. Oggi c'è solo confusione. E la letteratura, le arti in genere, la esprimono.”
La nanotecnologia le fa paura?
“Mi preoccupa. Diciamo che sono preoccupato in genere. Siamo in un mondo dominato dalla dittatura della tecnologia: 4/5 dell'umanità sono affamati da quindici-venti multinazionali, in America una banda di petrolieri decide chi sono i buoni e i cattivi da cacciare dalla faccia della Terra. Il problema è che i frutti della ricerca scientifica prima vengono applicati in campo militare, poi vengono estesi ai cittadini consentendo però di goderne appieno solo a quelli più ricchi: la tecnologia costa, chi vuole beneficiarne la paghi. È successo con le cure anti-Aids, succederà ancora.”
Qual'è il tipo di essere umano che dobbiamo aspettarci?
“Post-umano. Abituiamoci alle ibridazioni biologico-tecnologico. Però va rovesciato il rapporto. Non siamo noi disumanizzati dalla tecnologia, ma la tecnologia umanizzata da noi. Il futuro della società dipenderà da un rapporto direttamente proporzionale: maggiori saranno le disuguaglianze, maggiori gli squilibri. Il nostro futuro è una questione culturale.”
Le ombre che disegna Caronia sono le stesse allungate dallo scrittore cyberpunk William Gibson nel suo romanzo spettacolarizzato poi da Hollywood nel film 'Johnny mnemonic'. Parla di una seconda società, povera, multietnica e hacker, che ricicla scarti e rifiuti di quella delle multinazionali, ricca e schiacciante. I suoi abitanti sono carne tenuta in vita da impianti neuronali, supporti hi-tech nel corpo bio. L'uomo nanotech è già stato concepito nelle pagine dell'americano Philip Dick ieri e si è evoluto in quelle dell'australiano Egan oggi. Dick era assillato dal doppio enigma: 'Che cos'è umano, cos'è la realtà.' Egan va predicando l'autismo, la compressione-espansione dell'io in un universo interiore. Forse in un nano-chip.
F.d.C. Il Tempo 16.3.2003
[Dall'archivio di Bibliotork Interzona Caronia - Cascina Torchiera di Milano]
mercoledì 1 maggio 2024
mercoledì 24 gennaio 2024
Un'Ambigua Utopia e il lavoro mentale - Piacenza 1978
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| Foto di Mauro Vallinotto pubblica su Fotografia Italiana feb. 1979 |
cooperativa scrittori, “Il lavoro mentale" (27-29 ottobre 1978), contestando con una nostra azione
(insieme a Bifo e agli Skiantos) I'impostazione velleitariamente alternativa, in realtà tutta interna al
mondo della cultura degli organizzatori (Balestrini, Leonetti, Fachinelli): il nostro attacco al Pci fu
espresso dal palco di Piacenza con un intervento di diversi minuti nella lingua di Vega 4, una lingua di suoni gutturali e retrovocalizzazioni che avevamo già sperimentato all'Invasione dei marziani." (L'articolo di Antonio Caronia Qui)
lunedì 20 novembre 2023
Il Fantasma della Verità - Introduzione
Introduzione
Occupare l’immaginario
Come auspicava Antonio Caronia alla fine della sua avventura terrestre
Questo volume è stato curato da Un’Ambigua Utopia (UAU) e da Andrea Bonato, Loretta Borrelli, Alberto “Abo” Di Monte e Giuliano Spagnul.
Ancora una volta la navicella di UAU ospita a bordo degli umani per compiere un viaggio, un viaggio immaginario che vuole creare figure complesse tirando i fili di una matassa di parole e discorsi che hanno riguardato Philip K. Dick in questi ultimi decenni.
La scelta di usare questo vecchio strumento, nato come rivista all’interno del movimento degli anni settanta, ha l’intento di immaginare una possibile, per quanto difficile, pratica utopica: per dirla con Primo Moroni quella di diffondere saperi senza fondare poteri.
L’esperienza e la storia di “Un’Ambigua Utopia”, ma non solo di questa se pensiamo al pensiero e alla vita di tante/i compagne/i che non ci sono più, e che ci mancano, non può essere riportata in vita come negazione ed esorcizzazione della morte. Un’esperienza finita, una vita finita, possono e devono essere usate in continuità, non tanto della loro storia che si è interrotta, ma del movimento alla cui storia hanno contribuito e a cui possono ancora contribuire per il presente e, si spera, per il futuro.
UAU non può che situarsi all’interno del movimento (così come si manifesta nella sua contingenza attuale) continuando a rimanere radicalmente altro da qualunque aggregato di appassionati di un generico mondo del fantastico.
Con tutta la delicatezza e la consapevolezza, quindi, di essere ospiti di uno strumento non nostro e che speriamo di lasciare a disposizione di altre/i arricchito di nuovi saperi, abbiamo intrapreso anche quest’avventura dentro il mondo di Dick.
Mi sembra giunto il momento, a trent’anni dalla morte, di tentare un salto di qualità nella lettura diDick. E riconoscere a questo autore frenetico e polimorfo, irrequieto eppure già “classico”, la qualifica che gli spetta: quella di narratore-filosofo. Antonio Caronia, 2012
Da qui siamo partiti, con questa presa di posizione abbiamo proposto il confronto in un ciclo di incontri finalmente non più virtuali. Al di fuori dalla contesa di chi privilegia la visione critica di Dick verso un mondo sempre più distopico e allucinante da cui pare impossibile immaginare una via d’uscita; o di chi lo vede come critico di una fantascienza ingenua, e quindi teso a innovarla e a traghettarla verso una fase matura e adulta (da genere popolare a letteratura alta); a chi infine lo vuole scrittore autentico, autore mainstream, che nulla o poco deve a quel genere che lo ha ospitato e protetto (permettendogli una libertà che altrove non gli era concessa) ma che lo ha anche relegato dentro gli angusti margini di un mondo di pura evasione, disimpegnato quanto infantile.
Fuori da questi schemi abbiamo cercato un nuovo punto di vista che privilegi l’aspetto più filosofico del suo pensiero. Quello meno considerato perché lontano dal formalismo accademico così connotato di pensiero astratto e avulso dalla vita concreta. Con Philip K. Dick pensiamo di aver trovato un buon compagno di viaggio per cercare la filosofia del vivere la vita, per ciò che è e che è in grado di darci. Insieme a tutti quei piccoli esseri umani, artigiani del vivere e del fallire, ma sempre del ricominciare che popolano le sue narrazioni. E abbiamo scoperto che in tutto questo panorama, privo di qualunque segno di speranza, alberga qualcosa che si può ancora definire gioia. Un umore non programmabile con il “Regolatore d’umore Penfield”, come in Gli androidi sognano pecore elettriche?, ma che risulta ben più reale e per nulla illusorio. Perché la realtà, nel mondo di Dick, non ha un futuro univoco. E questo non può che aprire al gioioso ricercare, insieme ad altri, le possibili alternative di nuovi mo(n)di dell’esistere (come suggerisce Alberto “Abo” Di Monte più avanti). E se vale per il suo mondo, perché mai non dovrebbe valere anche per il nostro? Cosa può voler dire una presa dickiana sul nostro mondo? C’è forse una capacità per comprendere maggiormente la realtà guardandola attraverso occhi così caleidoscopici o, forse, stiamo prendendo un abbaglio e ha ragione Nicoletta Vallorani a dirci che Dick intuisce ma non comprende? La discussione è aperta, ma forse potremmo avanzare l’idea che il termine comprendere può avere due connotazioni molto diverse tra loro: quella di stampo illuminista che pretende con la conoscenza di prendere il mondo, e quello di stampo, potremmo dire harawayano, in cui comprendere vuol dire modificare il nostro modo di concettualizzare la realtà. E chi più di Dick? Caronia ha parlato della capacità di Dick di annusare i suoi tempi. Non è la semplice intuizione che si vorrebbe a un livello inferiore della comprensione. L’annusare parte dal corpo, è qualcosa di profondo, non ha nulla di limitato.
Sono molti gli spunti che vengono fuori da questa matassa di fili di discorsi poco organizzati tra loro ma, evidentemente, piuttosto ricchi e densi. È così che il rimprovero che Edoarda Masi fa a Dick di ricercare una via di fuga piuttosto che una via di uscita ci porta al pensiero negativo di Mark Fisher. Ma è poi così vero? Indubbiamente siamo di fronte all’assenza di una qualsivoglia utopia, in una qualche parte, che si possa prima o poi, o anche molto poi, raggiungere. Ma è pur vero che Dick ha una sua personale utopia, che come dice Caronia, lo accomuna, in qualche modo, con le avanguardie artistiche dei primi del Novecento e che unisce la sua opera con la sua vita.
La ribellione contro la distanza, la separazione tra arte e vita. Ritorniamo quindi a una filosofia per la vita e non viceversa. La svolta mistica o patologica, come la vede Edoarda Masi, ma anche come l’ha vista Ursula K. Le Guin, della sua ultima produzione potrebbe farci ricredere, almeno in parte, sulla sua lucidità e sulla sua capacità di quel comprendere che abbiamo pensato di attribuirgli, forse troppo generosamente. Ma anche a questo proposito Caronia è illuminante e va d’accordo con Pagetti (anche se Pagetti è ben più moderato) nel considerarlo come uno che non ha mai abbandonato una fiducia nella ragione pur con tutti i limiti che lui stesso riconosceva. E questo fino alla fine. Altro che svolta mistica, in lui c’è il coraggio di un materialismo dalle spalle larghe capace di comprendere anche una visione metafisica, visione che, del resto, sta alla base di qualunque premessa scientifica, anche se ovviamente sempre esorcizzata.
Reduci dall’ambigua Utopia del Novecento, giovani e vecchi, studiosi o solo appassionati, ci siamo ritrovati nella comune sfida di pensare che questi quarant’anni fossero da intendersi passati non senza ma piuttosto con lui. Dick ha continuato a dirci quanto il mondo reale, in cui siamo calati, ci sia imposto come una costruzione che esula dalla nostra possibilità di accettare o rifiutare; ma, ci dice anche che per tutti noi rimane comunque ancora qualcosa da fare. C’è sempre uno spazio, un interstizio in cui poter agire e interagire con gli altri nostri simili, e anche dissimili.
Dick è un antidoto (la sua opera è la risposta all’enigma del significato di Ubik) alla rassegnazione verso una realtà che si vuole immutabile, quanto al delirio di onnipotenza di un umanesimo accecato dalla ricerca ossessiva di un’essenza autenticamente umana.







