domenica 15 ottobre 2017

Antonio Caronia: Lezione a Brera del 23.1.2012


Molta dell’attività intellettuale di Antonio Caronia è stata spesa nella difficile arte dell’insegnamento1 e in rete, per fortuna, si possono trovare gran parte degli audio delle sue lezioni all’Accademia di Belle Arti di Brera.2  Da parte di amici, colleghi e studenti si è spesso auspicata la possibilità di una loro trascrizione e traduzione in un apposito libro per poi inevitabilmente constatarne una loro quasi completa intraducibilità dovuta al modo di argomentare, alle numerose digressioni e in definitiva all’impossibilità di costruirne un testo coerente e fedele al contempo senza la necessaria supervisione dell’autore stesso.  Nel tentativo di lavorare su una singola lezione (e solo sulla prima parte) mi sono trovato spesso di fronte alla tentazione di rinunciare. Andando avanti nella trascrizione mi sono chiesto in quale misura fosse possibile districarsi tra tante interruzioni, salti, esitazioni fino a che, arrivati a un certo punto il racconto si scioglie, si alza di tono e diventa più sicuro. È il punto, evidentemente, a cui, Antonio, voleva, sperava di arrivare. Più che una tesi predefinita, da scodellare qui, si tratta di una tesi che si fa nell’arco del discorso, che si verifica nel suo farsi racconto. Un modo diverso, forse poco ortodosso, di insegnare. Ai suoi ex-studenti  e a chi si accinge ad ascoltarlo negli audio il giudizio su quanto sia stato, e lo sia ancora, utile, interessante o meno. Per quanto mi riguarda, in questo tentativo di lavorare sullo scritto, ho capito che era necessario a mia volta essere poco ortodosso e allora invece di una pedissequa trascrizione, del resto impossibile, ho deciso di assumermi la responsabilità di tagliare, incollare, modificare cercando di tradire comunque il meno possibile ma al contempo di rendere al meglio la coerenza del suo discorso. In ogni caso a far fede su quanto detto nella realtà da Antonio Caronia rimane l’audio originale a cui è doveroso rimandare: https://archive.org/details/LezioniComunicazioneBreraCaronia2012/5Lezione_23_01_2012-1.wav  Nella parte finale mi sono permesso di interloquire e anche di contestare le conclusioni a cui pervengono sia Antonio che gli autori del libro in oggetto. Non potendo più Antonio rispondermi confido in chi vorrà, su un tema così importante, intervenire con critiche o ulteriori apporti.
Giuliano Spagnul

Nota 1: sull’idea che Antonio aveva dell’insegnamento vedi:   http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/07/nuvole-marziane-di-antonio-caronia-il.html

Nota 2: Purtroppo non ci sono quelle tenute alla NABA ad eccezione del seminario su Foucault  https://archive.org/details/MichelFoucault_PerUnaGenealogiaDelSoggetto


Per chiudere le varie discussioni sul linguaggio ci occupiamo oggi di una questione che vedremo non è così bizzarra e strana come la pongono Antonino Pennisi e Alessandra Falzone nel loro libro Il prezzo del linguaggio uscito lo scorso anno (2010) dal Mulino in Italia. Questo libro riprende, come altri libri pubblicati in questo periodo, un dibattito che va molto in profondità sulla genesi del linguaggio, sulla base biologica del linguaggio e anche sulle conseguenze del carattere linguistico degli esseri umani per gli esseri umani stessi, per noi insomma, per la specie homo sapiens. I due autori insegnano filosofia del linguaggio e psicobiologia del linguaggio all’università di Messina. Il loro libro mi sembra, apparentemente, il più sconvolgente dal punto di vista delle implicazioni.   Noi siamo una specie animale su questo pianeta, se parliamo è evidente che parliamo in virtù di una certa attrezzatura biologica che ci consente di parlare, quindi che ci consente di emettere dei suoni sufficientemente articolati, differenziati e distinguibili da poter funzionare come base di un sistema di espressione e di comunicazione. Questa è una caratteristica particolare sicuramente specifica degli esseri umani, siamo l’unica specie animale che parla, ma perché parliamo? Da dove viene? Qual è l’origine di questo linguaggio? È evidente che dev’essere un prodotto dell’evoluzione naturale come in ogni specie animale in questo pianeta. I principi fondamentali sui quali si basa l’evoluzione, formulata per la prima volta da Charles Darwin nel 1861, quando è uscita “L’origine della specie”, sono che i cambiamenti e le trasformazioni nelle specie animali avvengono per una serie di mutazioni casuali in alcuni individui nelle singole specie, e poi la pressione dell’ambiente fa si che fra queste mutazioni quelle che si dimostrano, a posteriori (non a priori) naturalmente, più adatte  si trasmettono da una generazione all’altra. Perché? Perché se queste mutazioni creano negli individui che ne sono affetti una maggiore possibilità di procurarsi del cibo, e una maggior possibilità di accoppiarsi tra esseri di sesso diverso della stessa specie, questi individui portatori di queste mutazioni saranno avvantaggiati rispetto a quelli che ne sono privi nella “lotta” per la sopravvivenza. Non è una lotta cosciente, però se queste persone mangiano meglio degli altri e si riproducono più degli altri evidentemente hanno più possibilità di altri di trasmettere alla propria progenie le stesse mutazioni di cui il loro corredo genetico è provvisto. Tutto lì. Ad un certo punto succede che quando queste mutazioni si accumulano e diventano tali da configurare un individuo anche di poco diverso dai suoi conspecifici, (cioè da quelli che fanno parte della sua specie) ecco che abbiamo il meccanismo per cui nascono delle nuove specie. Questo meccanismo, questo dispositivo (questa è la selezione naturale) avviene, ribadiamolo, per mutazioni casuali e pressioni ambientali. I tempi che occorrono perché si sviluppi  un tale dispositivo e si vedano gli effetti sono, evidentemente lunghissimi.  Le specie nascono per effetti di processi che durano milioni di anni, da pochi milioni a decine di milioni di anni. Ora, quali sono gli organi del linguaggio e che cos’è che consente agli uomini di parlare? Sono due cose: sono una particolare conformazione di quelli che si chiamano organi vocali, cioè degli strumenti di produzione del suono che consentono a noi umani di produrre una gamma di suoni più varia, più vasta di quella dei nostri più prossimi parenti.  Quindi come punto di partenza c’è una configurazione molto specifica degli organi vocali del nostro corpo; questa configurazione specifica consta di 3 elementi fondamentali (forse sono di più, ma io ne vedo tre) il primo è l’abbassamento della laringe rispetto alla faringe, cioè l’abbassamento dell’ingresso del canale respiratorio rispetto all’ ingresso dell’apparato digerente che si trovano tutti e due nella parte inferiore della testa, fra la testa e il collo. Ora normalmente in tutti i primati (o in quasi tutti) la laringe è più alta rispetto alla faringe ed è più arretrata. La prima condizione che consente noi di parlare è proprio che la laringe sia più bassa, questo amplia un po’ di più la cavità orale, cioè la cavità dalla quale si formano i suoni. I suoni si formano con un’emissione dell’aria, all’interno vengono fatti risuonare nella cavità orale poi vengono emessi, espulsi tramite la bocca. Il secondo elemento sono le corde vocali, cioè questa specie di ispessimenti del tratto sottofaringeo che con la loro vibrazione sono (anche se non gli unici) i principale responsabili del suono. Ci sono queste due protuberanze molto forti, che non hanno gli altri primati e vibrano con l’aria che gli passa in mezzo. E terzo una più ampia gamma di muscolatura facciale. Il maggior numero di muscoli facciali che noi abbiamo, sempre rispetto ai nostri parenti più prossimi, gli altri primati superiori (che un tempo si chiamavano scimmie antropomorfe, cioè gorilla, scimpanzé, oranghi). Noi abbiamo una muscolatura facciale più ricca che ci consente di fare più movimenti. Questo implica una maggiore espressività , ma soprattutto  una possibilità di conformare la forma interna della cavità orale più fine di quella degli altri primati. Tutto questo però non sarebbe sufficiente da solo. Se io parlo con il mio cane o col mio gatto, nonostante che tutti i proprietari di cani e gatti siano convinti del contrario, in realtà loro non capiscono nulla del significato di quel che dico. Capiscono l’intenzione, capiscono dal loro punto di vista quello che possono capire ma non capiscono il linguaggio. Perché non lo capiscono? Perché la seconda grande e forse più importante  componente del linguaggio sta nel cervello, non sta negli organi vocali. Sta nel fatto  che noi abbiamo uno sviluppo della neocorteccia, cioè dello strato più esteriore delle cellule cerebrali, che anche gli altri primati possiedono in parte, ma non  così sviluppata. Noi abbiamo dal doppio al triplo della capacità cranica di uno scimpanzé.  Abbiamo molto più spazio dentro al cranio e questo semplice fatto implica che la neocorteccia (la zona più esterna) è molto più sviluppata e dentro di essa si sono create delle zone dedicate che ricevono gli impulsi sonori, tramite le orecchie che sono dei rivelatori di suoni molto fini, riescono a percepire ampiezze, frequenze dei vari suoni e poi nel cervello, che è una centralina, o più centraline (perché ci sono molte aree del linguaggio, destinate alla comprensione del suono) vengono decodificati da questo, che entro certi limiti potremmo definire un software cerebrale. Un modo di funzionamento delle cellule, dei neuroni attraverso i quali noi riconosciamo i suoni,  quindi siamo in grado di leggere esattamente le sequenze dei suoni, se io ho detto e-sat-ta-men-te-le-se-quen-ze-di-suo-ni, il cervello  ha decodificato che c’è una ‘e’ poi una ‘s’ poi una ‘a’ ecc. ma questo ancora non vuol dire nulla, perché accanto a queste zone cerebrali ce ne sono altre che danno significato a queste parole, che riconoscono che cosa significa per noi esseri umani la sequenza di suoni e-sat-ta-men-te; esattamente per il gatto di casa mia o per un scimpanzé non significa niente. Per te significa qualcosa perché è una parola che hai già sentito o che puoi riconoscere perché sai cosa vuol dire esatto; il suffisso mente attaccato a un aggettivo forma una cosa chiamata avverbio e anche se non hai mai studiato grammatica nella tua vita sai lo stesso che cosa vuol dire. E tutto questo da dove deriva? Deriva da un accordo più o meno spontaneo tra i membri di una certa specie per cui questa sequenza di suoni vogliono dire una cosa e non un’altra. È un sistema molto duttile che si è formato col tempo, che si è formato all’interno della lunga strada dell’evoluzione. Quindi il linguaggio è uno tra i tanti strumenti che organizzano l’attività di un essere biologico, la specie homo sapiens. Una strumentazione unica nel regno animale ma non tanto unica al punto di non poter essere messa in relazione con una serie di altre strumentazioni che hanno altre specie animali, in particolare quelle a noi più vicine. È chiaro che l’insieme dei suoni emessi dai gorilla, da tutti i primati e più in generale da quasi tutti i mammiferi per comunicare delle informazioni ai propri simili, o per esprimere delle emozioni è simile al linguaggio, ha le stesse basi, ha delle basi fisiologiche simili. Solo che questi altri animali non avendo la laringe abbassata, non avendo la cavità orale come la nostra, non avendo le corde vocali non sono in grado di produrre una varietà articolata di suoni come siamo in grado noi. Ma hanno comunque la loro, quindi c’è una certa continuità tra quei sistemi di comunicazione e di espressione animali col linguaggio ma naturalmente c’è un salto di qualità. Cioè la doppia articolazione, cioè il fatto che gli esseri umani non usano attribuire, se non in casi molto specifici, dei significati ai singoli suoni ma attribuiscono significato solo alle sequenze, solo a due o più suoni messi in fila, e questo moltiplica, esplode, cioè fa passare da poche decine a virtualmente infinite o comunque centinaia di migliaia, milioni, le possibilità di significati che possono essere espressi coi suoni. È una cosa semplice ed è effetto di una evoluzione biologica. Quindi il carattere biologico del linguaggio non può essere messo in discussione. Liberiamoci di una cosa, il carattere biologico del linguaggio implica che il linguaggio, il linguaggio in quanto tale, cioè la possibilità di parlare, è una caratteristica biologica degli esseri umani, non culturale. È la base della cultura naturalmente, ma non è esso stesso un prodotto della cultura. Tutto il resto è un prodotto della cultura ma non la facoltà del linguaggio. La facoltà del linguaggio è biologica e quindi in quanto biologica è ovviamente universale per la specie. Non esiste essere umano che non sia dotato della facoltà del linguaggio. Il fatto che il linguaggio sia una caratteristica biologica e quindi universale, implica che il linguaggio abbia delle caratteristiche minime, universali, descrivibili; che sia una base nella struttura del linguaggio, non nei prerequisiti biologici. Tutto quello che noi possiamo dire sul carattere biologico del linguaggio è che la nostra biologia ci consente di nascere tutti con la facoltà di parlare. La seconda cosa che possiamo chiedere, una volta che abbiamo stabilito che il linguaggio ha una base biologica, che è la nostra dotazione biologica, sulla base di questo potremmo finalmente smetterla di continuare a contrapporre la cultura alla natura. Noi siamo esseri culturali, sì, certo abbiamo una particolare strategia di adattamento all’ambiente terrestre che si chiama cultura, che si chiama linguaggio. La cultura è la nostra biologia, potremmo dire con uno slogan. Non è che la cultura è una dimensione extra. La cultura è il nostro modo specifico, di specie animale di rapportarci all’ambiente. Siccome siamo animali linguistici, siamo gli unici che abbiamo questo strumento, possiamo dire: il linguaggio genera cultura. Ma se il linguaggio ha delle basi biologiche anche la cultura ha delle basi biologiche. Avrà avuto ragione Levy-Strauss e gli antropologi strutturalisti a pensare che esistessero delle strutture universali della cultura? Non è detto, forse no, anzi probabilmente no. Il massimo che noi possiamo dire è che siamo geneticamente e biologicamente predisposti al linguaggio e quindi anche alla cultura. Le strutture, le forme particolari che queste culture, come i linguaggi, hanno ricevuto storicamente, nei duecentomila anni di vita dell’homo sapiens, non impediscono , dato che hanno una base biologica comune, di comprendersi l’una con l’altra. Le persone che parlano lingue diverse si possono capire perché le lingue si possono imparare. Però una volta stabilito che il linguaggio è un organo biologico e il fatto che il linguaggio caratterizzi l’essere umano come specie su questo pianeta implica,  come sostiene il libro dei nostri due autori, che il linguaggio è stato uno strumento, quantomeno uno dei più importanti, che hanno assicurato la sopravvivenza della specie. Una specie che parla e che sopravvive da duecentomila anni (sono pochi duecentocinquantamila anni, siamo appena nati come specie sulla scala biologica, però ci siamo, siamo nati). È possibile pensare che il linguaggio non centri niente con la nostra sopravvivenza? Il linguaggio come la nostra posizione eretta, come le nostre caratteristiche fisiche, come tutto l’insieme di ciò che fa di noi degli esseri umani devono essere tutti elementi che hanno contribuito alla sopravvivenza di questa specie. Tradizionalmente gli esseri umani hanno equivocato su cosa serva il linguaggio, sul perché noi parliamo.  Attenzione alla domanda perché, è ambigua; si possono dare risposte diverse a seconda che siamo dentro un quadro di risposte di tipo finalistico, teleologico, un progetto nel mondo. Il mio ‘perché parliamo’ equivale a: qual è stata la funzione principale del linguaggio, cioè perché il linguaggio è stato un fattore di sopravvivenza, di miglioramento della specie umana. Ogni discorso che sia all’interno di una teoria evoluzionistica, e quindi non creazionista (priva di finalizzazione), in cui tutto avviene per caso fa sì che soltanto l’essere umano a posteriori, in quanto essere linguistico,  cerchi i perché, le spiegazioni. Nessun altro animale lo fa, perché non conosciamo nessun altro animale che abbia un sistema simbolico così sviluppato come il linguaggio. In genere la risposta più comune alla domanda sul linguaggio, a cosa serva, è stata (quella che ci hanno insegnato fin da piccoli) che il linguaggio serve principalmente, prevalentemente per comunicare all’interno della specie umana, che è esattamente l’uso che sto facendo io adesso, vi sto comunicando una serie di contenuti, voi li state trascrivendo. Ora è chiaro che questo è sì uno degli aspetti del linguaggio, (com’è ovvio che serva anche all’espressione). È uno strumento molto ricco e potente di espressione delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Queste sono grossomodo le due principali risposte che sono state date: una funzione comunicativa e una espressiva. Nessuna delle due è sbagliata di per sé, ma da un punto di vista evoluzionistico non ci dice la cosa fondamentale; io mi posso chiedere che cosa uno strumento così raffinato di comunicazione intraspecifica (all’interno della specie) quali vantaggi evolutivi ha dato a me essere umano. Un mezzo di comunicazione intraspecifico così raffinato, eccessivo >ridondante, interviene una studentessa< brava! RIDONDANTE. È eccessivo, è molto di più di quel che ci possa servire. Una comunicazione intraspecifica c’è fra tutte le specie animali, nessuna esclusa. Ma il nostro sistema di comunicazione è sovrabbondante, ridondante, eccessivo. Non parliamo poi dell’espressività. Ma da quando in qua l’evoluzione naturale ha tenuto in conto l’espressività, ha creato una specie perché è espressiva? La conclusione, l’unica possibile se vogliamo rimanere all’interno di un quadro evoluzionistico  concreto è che tutte e due queste caratteristiche ci sono ma amplificano la caratteristica di fondo del linguaggio, cioè che il linguaggio è uno strumento cognitivo. È uno strumento ricchissimo di cognizione del mondo, di cognizione dell’ambiente e quindi del rapporto con l’ambiente. Caratterizza un rapporto con l’ambiente, e questa è la nostra specificità. Se uno si chiede che cosa caratterizza un essere umano rispetto a tutte le altre specie animali una l’abbiamo detta ed è il linguaggio, e l’altra è che l’homo sapiens è l’unica specie su questo pianeta che non ha una nicchia ecologica. Tutte le specie hanno un rapporto determinato con alcuni ambienti naturali e sopravvivono e si sviluppano soltanto in quelli. Ogni specie animale su questo pianeta è collegata a una particolare zona, ambiente. Tutte le specie animali si adattano all’ambiente nel senso che sviluppano le caratteristiche che gli servono per sopravvivere in quell’ambiente, che sono molto specifiche. Noi esseri umani ci siamo, in alcune decine di migliaia di anni, espansi su tutta l’area del pianeta; zone tropicali, temperate, artiche, dappertutto. Ora sarebbe strano se le due caratteristiche che ci diversificano dalle altre specie animali fossero totalmente scollegate. Ci sarà un collegamento quindi fra la facoltà di linguaggio e l’universalità ambientale degli esseri umani. Perché il linguaggio implica uno sviluppo della tecnica che va molto al di là della primitivissima tecnica che non è esclusivo patrimonio dell’homo sapiens. Le pietre le scheggiavano anche gli australopitechi un milione e mezzo di anni fa; non siamo gli unici che scheggiavamo pietre, è una cosa che ci è venuta dai nostri cugini più prossimi, da quelli delle altre specie di ominidi più simili all’uomo che allo scimpanzé, che però forse non parlavano, anche se non possiamo saperlo. Il Neanderthal forse sì, ma anche gli altri forse avevano qualcosa di molto simile al linguaggio. Allora primo: il linguaggio è stato ciò che ha permesso il passaggio di una tecnica da una generazione all’altra. La tecnica non è qualcosa che abbiamo innata, è una facoltà che si è sviluppata ad un certo punto. Secondo: il linguaggio ha reso possibile una maggior cooperazione tra i membri dei piccoli gruppi. Certo questo succede anche in altri animali, ad esempio i lupi, ma negli esseri umani c’è stata la possibilità di migliorare la collaborazione intraspecifica e inoltre la possibilità di addomesticare altre specie. Il cane è un lupo, prima di homo sapiens non esisteva. Canis è un lupus particolare, modificato. È il discendente di alcuni lupi che a poco a poco si sono avvicinati a dei gruppi umani, hanno visto che questi gruppi umani assicuravano loro l’accesso al cibo, in un modo più facile, meno faticoso. Avanzi, pezzi di carcasse, l’uomo le buttava via o addirittura glieli offriva; questo è stato il processo attraverso il quale, ad un certo punto, alcuni di questi lupi hanno fatto una scelta di vicinanza all’uomo per aver un maggiore accesso al cibo e quindi alla riproduzione rispetto agli altri lupi selvatici dando vita così a una nuova specie. Questa collaborazione intraspecifica è un fatto strano, particolare; non c’è nessun altro mammifero che fa un’operazione del genere. E anche in questo pensiamo che il linguaggio non centri nulla? Il linguaggio vuol dire la capacità di nominare, il linguaggio ti da una capacità non solo di comunicazione e di espressione ma di concettualizzazione. È stato soltanto perché l’uomo ha il linguaggio che qualcuno è stato in grado di prevedere quali conseguenze poteva avere un certo comportamento, quello di buttare dei bocconi di cibo ai lupi invece di cacciarli via. Questa è la dimensione anticipativa, progettuale, che soltanto il linguaggio ci può dare. Nessun altro animale progetta. I castori non progettano di costruire le dighe, è un loro impulso vitale, non possono fare altro; è un meccanismo automatico, istintivo. Nell’essere umano la presenza del linguaggio crea un comportamento che va un pochino al di là dell’istinto perché consente di prevedere. È soltanto parlando che io posso inventare e allora  il linguaggio ci darebbe questa capacità di progettare se non fosse così ridondante? È la ridondanza del linguaggio che ci consente di progettare e non semplicemente di costruire un doppio di quello che c’è già. Ci consente anche di parlare di ciò che non c’è ancora o di ciò che non ci sarà mai, di ciò che ci inventiamo noi con la nostra testa, di ciò che immaginiamo; ma tra le tante cose che ci immaginiamo qualcuna poi si può verificare. Allora questo vuol dire (e adesso arriviamo… perché sembra tutto bello ma c’è un risvolto negativo) che il linguaggio è stato, probabilmente, la proprietà caratteristica degli esseri umani che ci ha consentito di non essere più dipendenti da un ambiente ma di espanderci su tutto il pianeta, con le caratteristiche positive e negative che ciò implica, perché facendo questo abbiamo fatto anche una serie di guai. Abbiamo modificato o pensato di modificare il clima, abbiamo modificato fortemente l’ambiente perché abbiamo costruito villaggi e città e tutte queste cose le abbiamo fatte solo perché parliamo. È il linguaggio la molla di tutte queste altre attività che sono, tutte, collegate con la nostra facoltà di immaginare e quindi di pensare. Non è possibile pensare senza immaginare. Tutte le ipotesi che possiamo fare sul pensiero, la coscienza… la coscienza può anche non esserci, può essere una nostra invenzione, può essere che noi non siamo affatto coscienti come supponiamo (la coscienza come dimensione interiore) può essere che sia soltanto una produzione linguistica, ma della produzione linguistica non possiamo dubitare, perché parliamo. Il modo in cui possiamo esprimere la nostra coscienza è il linguaggio. Il linguaggio è stato uno strumento di rapporto con l’ambiente diverso da quello delle altre specie animali ed è quello che ci ha consentito di sfuggire al confinamento in cui vivono tutte le altre specie animali. Un ambiente, una specie; una nicchia ecologica, una specie; questa corrispondenza nel caso di homo sapiens non c’è, la nostra nicchia ecologica è il pianeta, è la terra, ci siamo espansi ovunque. Fermiamoci qua un attimo, andiamo a vedere un’altra cosa, l’organizzazione delle specie animali in generi: la grande famiglia, poi c’è il genere, poi la specie. Uno può dire che sono classificazioni inventate dall’uomo, però ci sono tutta una serie di specie animali che hanno delle parentele tra loro quindi è del tutto normale che le specie che sono più apparentate tra loro le mettiamo insieme e facciamo i generi.


Questa è una cartina che ci fa vedere l’evoluzione degli ominidi. Gli ominidi ad un certo punto si separano dalle polgine, che sono gli oranghi, praticamente sei milioni di anni fa, dopo un po’ si separano dai gorilla, dopo ancora si separano dagli scimpanzé. L’ultima separazione è tra pan e homo, cioè tra scimpanzé e homo. Questi sono i generi: pongo, gorilla, pan e homo. Delle specie homo, di estinte (hanno la crocetta vicino) ce ne sono già parecchie. Quindi noi abbiamo nella famiglia degli ominidi quattro generi, il genere pongo (gli oranghi) ha due specie, nei gorilla ci sono altre due specie, anche nei pan ce ne sono due, di homo c’è solo homo sapiens. È normale che ci siano così poche specie per generi? Due, due, due, una?. No! Dicono gli studiosi che non è affatto normale. Il caso di generi nel regno animale dotati solo di due specie è rarissimo, rappresenta poco più dell’1% delle specie conosciute; è un’eccezione non è una regola. Addirittura non esiste nessun’altra specie animale come homo sapiens in cui ci sia un genere con una sola specie.  Statisticamente gli studiosi di scienze naturali ci dicono che tutte le specie che stanno in una situazione simile, cioè tutti i generi che hanno poche specie, sono prossimi all’estinzione. Il perché è molto semplice: perché la variabilità genetica si è ristretta e questo non facilita la nascita di specie nuove. Le specie nuove non sono nient’altro che degli individui delle specie vecchie che hanno accumulato un numero di mutazioni tali, favorevoli per loro, evidentemente, che gli hanno permesso di sopravvivere. Sono mutazioni casuali, ad un certo punto queste mutazioni sono diventate talmente tante che hanno alterato il DNA in modo tale da rendere questo nuovo individuo molto diverso, qualitativamente, da quello che c’era prima. È nata così una nuova specie. Come può succedere questo? È collegato a un meccanismo geografico, sino a che una popolazione è in un territorio abbastanza vasto questo accumulo di mutazioni, questa varietà di geni diversi, all’interno di una popolazione relativamente grande si perde un po’, non c’è il modo di concentrarli, perché ce n’è uno qui, uno là, quindi non è detto che automaticamente il fatto che queste mutazioni siano più favorevoli di altre alla sopravvivenza creino delle condizioni per cui questi caratteri vengano regolarmente trasmessi alle generazioni successive. Quindi perché si verifichi una congiuntura favorevole alla trasmissione delle mutazioni occorre che per una serie di motivi particolari, un terremoto o altro, ci sia una più o meno ristretta area geografica in cui questi individui si trovino confinati. Se all’interno di questa area specifica in questo piccolo gruppo si trova  un numero sufficiente, non necessariamente maggioritario, di individui portatori di queste mutazioni favorevoli, questi avranno una possibilità di trasmettere il proprio DNA molto maggiore che non in un gruppo più largo, perché è più probabile che si incrocino con individui che hanno anch’essi quella mutazione. In un gruppo più vasto quella stessa mutazione tende più facilmente a perdersi. Quindi una delle condizioni per la speciazione (questo è il processo per la speciazione) uno dei meccanismi per la formazione di una nuova specie è che i candidati possibili alla formazione di nuove specie siano in una situazione di confinamento geografico. Se non c’è questo è del tutto improbabile il formarsi di nuove specie. Adesso basta fare un passo… homo sapiens essendosi sparso ovunque non avrà più speciazione. Homo sapiens è l’ultima specie del genere homo, non ce ne saranno più dopo. Ci sarà sicuramente dentro homo sapiens qualcuno che avrà qualche mutazione, casuale ma più favorevole, ma è destinata a perdersi. Non ci sono più nella specie umana attuale le condizioni per dare origine a una nuova specie.   >Una studentessa domanda: ce n’è bisogno?< No, non sappiamo se ce n’è bisogno o no, però di fatto possiamo dire che homo sapiens è con gran probabilità il terminale. Ora noi sappiamo che tutte le specie nascono e muoiono, certamente non possiamo sapere quando homo sapiens si estinguerà, questo non lo può dire nessuno e non c’è scritto su questo libro. Ma essere condannati all’estinzione significa dal nostro punto di vista esaurirsi prima o poi come specie senza dare origine a specie nuove. I dinosauri si sono estinti ma hanno dato vita agli uccelli, a un sacco di specie successive. Noi di fatto siamo una specie terminale, non abbiamo storia futura mentre le specie in condizioni diverse da queste hanno comunque messo in moto un meccanismo per cui potranno dare origine a una nuova specie.



 Una cosa di questo tipo, in realtà, l’aveva già detta più di un  secolo fa Friedrich Nietzsche  in una serie di argomentazioni, in varie sue opere. Nietzsche dice: “La sete di conoscenza è esiziale per l’uomo, lo porta all’estinzione”. Non è propriamente il linguaggio però è molto simile. In Aurora dice: “In noi la conoscenza si è mutata nella passione che non teme nessun sacrificio, e in fondo di nulla ha paura se non del suo proprio estinguersi. (…) Forse potrà anche darsi che l’umanità perisca per questa passione della conoscenza. (…) E infine, se l’umanità non trova per una passione la sua distruzione, la troverà per la sua debolezza: che cosa si preferisce? È questo il problema principale. Vogliamo per essa un epilogo nel fuoco e nella luce, oppure nella polvere?” Nietzsche ha insistito spesso nella sua filosofia, ha sempre fatto una polemica contro la filosofia che era troppo astratta, che si staccava dalla vita, e insisteva sempre che la filosofia doveva stare più attaccata alla vita. Fin da giovane, in una delle sue prime opere Sull’utilità e il danno dello studio della storia per la vita in cui sostiene che noi studiamo troppa storia e che l’eccessivo passato ci preme sulle spalle e ci impedisce di essere abbastanza progettuali, dinamici verso il futuro  Da un certo punto di vista Nietzsche non ha torto, la conoscenza degli esseri umani diventa troppo astratta e qui ci ricolleghiamo al problema del linguaggio, il linguaggio è stato se non l’elemento principale uno degli elementi di sviluppo della specie umana su questo pianeta, una garanzia del nostro successo evolutivo. Abbiamo visto che una delle ragioni di questo successo sta nel carattere eccessivo, ridondante, superfluo del linguaggio. Cioè, detto più terra terra, che il linguaggio ci consente di fare molte più cose di quelle che sono immediatamente utili. D’altra parte  ci consente di fare le cose utili proprio perché fa questo, ma se ci pensiamo bene, dentro questa cosa c’è già un meccanismo di degenerazione perché essere in grado di costruire dei mondi con la sola fantasia, con la sola immaginazione, essere in grado di parlare di ciò che non esiste, essere in grado di parlare dell’inesistente, di costruire una filosofia, di parlare dell’essere e di parlare del nulla, di ciò che c’è e di ciò che non c’è; non è qualcosa che tende ad allontanarci, che tende a indebolire i nostri legami con le nostre origini animali? E non è in un maggior legame con le nostre origini biologiche e animali in cui sta una delle garanzie che noi abbiamo i piedi ben piantati per terra e che siamo in grado di svilupparci all’interno di un ambiente di questo genere? Io credo che Nietzsche avesse qualche ragione nel polemizzare contro il carattere troppo astratto della conoscenza (questo non c’è scritto ma lo aggiungo io). Ma nel linguaggio c’è insito, proprio in ciò che lo rende ricco, e proprio in ciò che lo rende utile, c’è contemporaneamente l’elemento che indebolisce il nostro rapporto con la vita >studentessa: esempio sulla virtualizzazione della vita< Sì ma non darei tanto la colpa al computer; se n’era accorto Nietzsche che veniva prima dell’epoca del computer. L’invenzione del computer non è nient’altro che, al fondo, un trionfo del linguaggio. Certo, con il computer abbiamo dovuto inventarci dei linguaggi artificiali, ma è una sorta di ipertrofia  del linguaggio il computer, non è altro che questo, quindi vuol dire che al fondo, esattamente come quando Nietzsche ci spiega che l’origine della decadenza sta addirittura nell’antica Grecia con la nascita della filosofia, con la morte del mito, già nel pensiero critico c’è una premonizione  di questo futuro. Perché che cosa vuol dire fare della critica? Vuol dire (e possiamo farlo solo perché parliamo, abbiamo il linguaggio) vuol dire staccarsi dalle cose che abbiamo fatto, guardarle da lontano, analizzarle, dire qui ho fatto così, però ho fatto bene, ho fatto male, scomporre una cosa nei suoi elementi, un avvenimento, una qualsiasi cosa, e quindi non mantenerne più il suo aspetto vivo. Criticare una cosa vuol dire in qualche modo parlare di una cosa morta. Quando una cosa viene criticata vuol dire in qualche maniera che è morta, da un certo punto di vista. È una cosa sottile, mi rendo conto che può sembrare sconvolgente; io ci ho messo anni prima di maturare una cosa così, non l’avrei mai detta né 10 né solamente 5 anni fa. Quando ho letto questo libro ho detto: Accidenti! Da un altro punto di vista puramente evolutivo, biologico, di rapporto con la specie, però mi dice una cosa indubitabile: mi dice guardate che i generi monospecie, prima o poi, tutti, si sono estinti, più o meno, rapidamente.
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Qui siamo al termine della lezione di Caronia, mancano solo alcuni minuti, una coda in cui ritorna sull’equiparazione tra indifferenza da parte di homo sapiens all’ambiente in cui vive e la sua capacità di astrazione; che si possono riascoltare dal punto: (1 ora e 29 minuti) della registrazione. Le conclusioni di questa lezione non sono esattamente quelle di Pennisi e Falzone. Nel loro libro, i due autori pongono l’accento soprattutto sull’impossibilità per homo sapiens di convertire la “natura ‘tecnomorfa’ del linguaggio” che aspira “al dominio esclusivamente progettuale e razionale della scienza umana” nel suo contrario, in “una lenta reversione afasica”. Se il linguaggio ci ha portati ad essere una specie unica, non più in grado di creare nuove specie, “superare l’incipiente estinzione (…) potrebbe solo significare vanificare la nostra stessa natura umana: soffocarla per sempre”. In ultima analisi “la speranza di vita sostituita dalla speranza di morte, l’istinto di espandersi da quello di contrarsi, l’adattamento dovrebbe convertirsi in stasi”, concludendo con l’amara constatazione che per quanto possibile tutto questo rimarrebbe comunque poco augurabile. Antonio Caronia pur mantenendo valida la tesi centrale del libro (la minaccia di estinzione dovuta all’essere diventati una monospecie) trova una possibile via d’uscita in un, ancora non immaginabile ma assolutamente indispensabile, ritorno ai “piedi ben piantati per terra”, alla vita, a una sua materialità che faccia da contrappeso alla capacità di astrazione, in ultima analisi al corpo.  Non certo una via d’uscita definitiva, solo un modo di spostare un po’ più in là la sentenza di estinzione a cui, per ragioni biologiche, i generi monospecie sono condannati. L’introduzione al libro di Telmo Pievani non riesce a dare uno spiraglio di luce se non affidandosi alla speranza che queste visioni pessimistiche, ma veritiere, possano tramutarsi “in un riscatto di emancipazione”. Ma pone poi anche una domanda che dovrebbe, a ben vedere, rimettere in discussione tutta l’analisi infausta che sta alla base di questa evoluzione che per l’essere umano senziente si trasforma inevitabilmente in estinzione: “che cosa ci facciamo ancora qui?”. Purtroppo continua osservando che comunque  “non è questo il punto” e il fatto che occorra “indagare ulteriormente sulle ragioni per cui l’evoluzione avrebbe finora ‘tollerato’ un tratto così altamente controadattivo come il linguaggio” viene lasciato cadere. Ma il punto invece è proprio questo ed è proprio lo svolgersi delle tesi, così efficacemente argomentate da parte di Pennisi e Falzone e in un altro campo dai lavori di Caronia (sul cyborg e il postumano ad esempio) sull’equiparazione tra natura e cultura che si sono sempre voluti staccati e contrapposti. Proprio in questo rimane inspiegabile come entrambi, (i due autori e Caronia) non facciano quell’ulteriore passo avanti che, nella sua spontaneità, la studentessa di Brera ha colto molto efficacemente: “ce n’è bisogno?”. Ha bisogno l’essere umano di creare nuove specie. Se natura e cultura coincidono non significa questo che, forse, per la specie homo sapiens il processo di speciazione non passi più per la mutazione biologica ma bensì per quella culturale? Dire che, come sostiene Caronia, “il linguaggio ci consente di fare molte più cose di quelle che sono immediatamente utili” non accomuna questo alla capacità della natura di fare più mutazioni biologiche di quelle che sono immediatamente utili? Non è in fondo lo stesso tipo di ‘ridondanza’ e di strategia? Lo spettro paventato da Pennisi e Falzone che nella dedica del libro ai loro figli auspicano che questi “nelle loro giovani vite non siano sfiorati nemmeno per un momento dall’impressione che quello che scriviamo in questo libro possa davvero avverarsi” è reale. Non sarà la sola razionalizzazione a salvarci, perché la nostra vita non è alimentata solo da questa, è la sua ridondanza, il suo di più da ciò che è logico e razionale che spinge l’evoluzione di homo sapiens. Se homo sapiens ha una speranza questa sta inscritta nella sua capacità di mutare culturalmente. Una mutazione biologica che è diventata culturale ma che per questo non si è staccata dalla natura, dalla sua essenza biologica, corporea. Stiamo sempre con i piedi per terra indipendentemente dai nostri più arditi sogni, leciti o meno leciti che siano. Se l’umano si estinguerà sarà solo per il caso infausto di uno scontro con un asteroide o perché non abbiamo più saputo gestire una complessità di vita, che si è evoluta probabilmente troppo in fretta. L’idea di una possibile estinzione dovuta a ragioni biologiche prese a prestito da altre specie animali non dotate dello strumento linguistico, che fa della nostra specie un unicum, è una falsa paura dovuta, paradossalmente, a un ripiegamento su una concezione ancora subalterna alla classica visione dualistica della separazione tra natura e cultura. 

giovedì 12 ottobre 2017

Antonio Caronia. Corpi e buchi, in Paolo Gallerani, Sculture e ambienti 1999-2009

ANTONIO CARONIA, Corpi e buchi, in Paolo Gallerani, Sculture e ambienti 1999-2009, Officina Libraria, Milano 2009, pp. 45-48, pubblicato in occasione della mostra al Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura Civile, Campus Durando, Bovisa, Milano 17 febbraio - 6 marzo 2009. Ripubblicato in Paolo Gallerani, Innesti e snodi, Officina Libraria, Milano 2016, pp. 132-134, catalogo della mostra alla Fondazione Mudima, Milano 11 febbraio - 11 marzo 2016.


ANTONIO CARONIA
CORPI E BUCHI

 
Vigna Recinto, 2001 - Pietra di Vicenza, cm. 53 x 46 x 37

 Traforare la materia non la alleggerisce affatto, al contrario. Non so se questa sia un’illusione della scultura nella sua plurimillenaria contesa con la pittura, o se sia invece un altro raffinato modo degli scultori per sentirsi ancora più padroni della materia: ma non c’è niente di più pesante di un buco. Metafisicamente, intendo.

Un buco non è semplicemente un vuoto dove prima c’era un pieno. “I buchi connettono all'ambiente, in modo controfattuale, l'oggetto che li ospita,” scrivono Roberto Casati e Achille Varzi (Buchi e altre superficialità, Garzanti 1996); “essi danno origine a una serie di connessioni relazionali fra l'oggetto e ciò che può circondarlo. Se si può pensare a un buco, si deve anche poter pensare che il buco può o no essere riempito, che certe cose si muoverebbero in modi diversi solo perché il buco è presente o meno, che una cosa sarebbe inutile se non fosse per il suo buco, o addirittura che una cosa non sarebbe ciò che è senza il suo buco.” Da sempre la scultura ha a che fare con buchi, rientranze, cavità, crepe, fessure e simili. E da parecchi anni Paolo Gallerani costruisce due tipi di oggetti in pietra: negli uni, che chiama “vigne”, opera una rete complessa di scavi, producendovi un sistema di buchi e di cavità connessi tra loro in una frastagliatissima e perturbante topologia; dalla superficie di altri, che chiama in genere “urne”, fa invece emergere una serie di spunzoni, chiodi, bastoncini, filamenti sottili ma duri, anch’essi inquietanti, perché trasformano la convessità dell’oggetto di partenza, in qualche modo negandola. Due strategie apparentemente opposte (e che a volte si combinano nella stessa opera)  e producono però un risultato simile: sembrano rendere estremamente difficile, anche all’occhio, abitare quelle superficie, mettono in discussione la chiara distinzione fra interno ed esterno.
E poi, ogni tanto, nei lavori in pietra come in quelli in legno (imponenti tronchi anch’essi scavati e ricoperti di chiodi), troviamo appese una quantità di foto, cartoline, foglietti manoscritti (dallo stesso Gallerani) o a stampa. Immagine e parola: i due elementi fondamentali delle pratiche della rappresentazione nella cultura umana. Al di là del fatto che quelle foto e quelle pagine servono in prima battuta a informare lo spettatore sui punti di partenza del lavoro dell’artista (punti di partenza interni ed esterni alla storia dell’arte: ci sono anche fatti di cronaca, filosofia, poesia), la  loro presenza segnala anche un’altra intenzione, mi pare. Queste pietre traforate, questi tronchi trafitti come altrettanti santi bartolomei sembrano rivendicare una decisa (per non dire polemica) autonomia nei confronti dell’immagine. L’idillica e tradizionale tripartizione delle “belle arti” figurative (pittura, scultura, architettura) non deve trarre in inganno. Da sempre la pittura (e così le immagini tecnologiche che ne hanno raccolto l’eredità, come la fotografia) si è arrogata un posto privilegiato, paradigmatico si direbbe, nelle pratiche di rappresentazione, come quell’arte che con maggiore evidenza e “purezza” esprimeva il primato della vista sugli altri sensi, la capacità di astrarre e costruire forme e imporle alla realtà, in un trionfo della rappresentazione tanto più convincente quanto più depurava il sensorio umano dalle pratiche che ancora lo legano al corpo e alla percezione, per estrarne una modalità sempre più eterea, immateriale e “teorica” (in senso letterale ed etimologico se ricordiamo che, per i Greci, la teoria è essenzialmente una visione.) Forse fu Johann Gottfried Herder (Scritti sull’arte plastica, 1769) a contrapporre per primo la scultura alla pittura, definendo la vista “il più artificioso e filosofico tra i sensi dell’uomo”, origine di una fruizione contemplativa e passiva della “bellezza” (in tedesco Schönheit da schauen, vedere) che appiattisce la realtà.
Da Herder parte tutto un filone critico nei confronti dell’immagine che, attraverso Nietzsche, arriva sino a Benjamin e, più recentemente, a Vilém Flusser, e a cui mi sembra di poter ricollegare il lavoro di Gallerani. È una linea che rivendica l’integralità del corpo e la densità della materia contro la divisione dei sensi e la “leggerezza” dell’astrazione, l’orizzontalità contro la verticalità, l’intrecciarsi plurimo  e complesso delle relazioni contro la semplificazione senza spessore del pensiero lineare. Certo, talvolta la polemica contro il potere delle immagini si appiattisce anch’essa, e fa del “corpo” un concetto immediato e indiscusso, in una ricerca dell’“origine” che sottovaluta il sofferto lavoro linguistico che rende così peculiare e “culturale” l’esistenza e la vita di un corpo umano. Ridotto a una funzione mitica e agiografica, il corpo finisce così per incarnare un altro tipo di “purezza” non meno artificioso di quella che vorrebbe superare. Ma non mi sembra questo il caso di Gallerani, che appare invece ben cosciente della complessità del concetto di corpo e degli equivoci delle sue pratiche.
Non c’è dell’oscuro in noi perché abbiamo un corpo, ma noi abbiamo un corpo perché c’è dell’oscuro in noi”: con questo viatico di Deleuze che commenta Leibniz (G. Deleuze, La piega, Einaudi 1990) Gallerani si schiera contro la semplificazione che vorrebbe il corpo come origine, e tenta di mostrarci almeno alcuni dei processi attraverso i quali i corpi – e più in generale le materie – si costituiscono, si scompongono e si ricompongono nella complessità dell’esperienza[1]. Questo appare particolarmente chiaro nella Quercia dedicata al massacro di Beslan (l’occupazione di una scuola dell’Ossezia del Nord nel 2004 da parte di un gruppo di integralisti islamici, conclusasi con una strage dopo l’intervento delle forze speciali russe), o in altri lavori, come la Grande vigna del 2007, ma è anche all’origine, io credo, dell’utilizzo così esteso e ossessivo da parte di Gallerani della sua “strategia del traforo”, di questa pratica dello scavo frastagliato, frattale e cunicolare nella pietra e nel legno. Essa ci rimanda a una dialettica niente affatto ricomposta e ricomponibile fra continuo e discreto, a una ricerca delle lacune, delle zone che disconnettono prima di connettere, a un concezione della realtà come problema e non come dato. Il buco, nell’opera di Gallerani, segnala quanto sia illusoria la compattezza non tanto del reale, quanto della nostra esperienza di esso, e quanto equivoco sia il lavoro di analisi e di sintesi che il linguaggio opera su quell’esperienza.
Ed ecco anche perché, credo, Gallerani è rimasto così colpito e affascinato dalla tecnologia dell’immagine laser che consente di ricostruire un ambiente in un’immagine digitale tridimensionale a partire da una serie di scatti fotografici. Questo lavoro, che egli ha fatto fare nell’aula 39 di Wildt a Brera, restituisce un’immagine molto deformata e obliqua dello spazio originale, come se l’effetto di immersione che si ottiene con questa particolare tecnologia di realtà virtuale paghi necessariamente lo scotto di una lettura infedele e idiosincratica dello spazio stesso. E sempre, nella serie di immagini parziali che preparano le condizioni per la ricostruzione globale, c’è una zona oscura centrale, una lacuna, un buco, che è poi il luogo e il segno del “punto di vista” della macchina. Il segno della nuova soggettività umano-macchinica che si confronta con il mondo stravolto e reso febbricitante dallo sviluppo del capitalismo globale della conoscenza, e ciclicamente precipitato nella crisi (e da essa non redento). È quella stessa soggettività che si aggira nei buchi e nelle cavità delle vigne e degli alberi di Gallerani, che si avvolge attorno ai chiodi e ai bastoncini, alla ricerca di un senso che è costantemente promesso e mai raggiunto, illusoriamente affondato nel trionfo della vista, messa invece sotto scacco da queste frenetiche e tormentate topologie.


[1] Ndr. Il riferimento è ai sei fogli del Volume di Delfi, 2008. Sul primo e sesto foglio è trascritto il frammento di Gilles Deleuze in  La piega. Leibniz e il barocco, Einaudi, Torino 1990, p.139: “Io devo avere un corpo: è una necessità morale, un’’esigenza’. E per prima cosa devo avere un corpo perché c’è qualcosa di oscuro in me [...]”. 


Vigna Testa o Vigna di Brodskij, 2001
Pietra di Vicenza e pigmenti, cm. 62 x ø 34,
a destra Testa alchemica, 2001. Pietra e legno, cm. 77 x 56,7 x 28

Urne Nere, 2002 - 2007, .
Terracotta, cera, nerofumo, legno, pietra, ferro, immagini, cm. 49 x ø 45,5 e cm. ø 42 x 35

Triglifi, 2004, particolare
Legno di quercia, eucalipto, abete, vite e altre essenze, ferro, pigmenti, materiali eterogenei, immagini,
dimensioni variabili, base cm. 145 x 560 x 320

Volume di Delfi, 2008
Inchiostri e pigmenti su carta, cm. 137 x 70, particolare del sesto foglio con trascrizione del frammento di
Gilles Deleuze in La piega. Leibniz e il barocco (1988), Einaudi, Torino 1990, p. 139: "Io devo avere un corpo:
è unanecessità morale, un''esigenza'. E per prima cosa devo avere un corpo perché c'è qualcosa di oscuro in me.
Già questo primo argomento mostra la grande originalità di Leibniz. Egli non dice che solo il corpo spiega
quanto c'è di oscuro nello spirito. Al contrario, lo spirito è oscuro, il fondo dello spirito è oscuro, ed è proprio
questa natura scura che spiega ed esige il corpo. / ... Non c'è dell'oscuro in noi perché abbiamo un corpo,
ma noi abbiamo un corpo perché c'è dell'oscuro in noi: all'induzione fisica cartesiana, Leibniz sostituisce
una deduzione morale del corpo".

Quercia di Beslan, 2005 - 2007
Legno di quercia e altre essenze, acciaio, ottone, pigmenti, materiali eterogenei, immagini,
cm. 170 x 450 x 130.

Tavola di Beslan, 2004
Novantasei fotografie, stampe digitali a getto d'inchiostro, cm. 21 x 29,7 ognuna,
installazione mostra Le macchine Armate, Casa della Memoria, Milano 2016-17
BESLAN 2004. E' la raccolta di tutte le fotografie  pubblicate su 'La Repubblica' e
'Il Corriere della Sera' da giovedì 2 settembre a venerdì 9 settembre 2004. La poesia
 di Evtushenko, La scuola di Beslan, compare su 'La Repubblica' il 9 settembre
accompagnata dal testo Il perdono è impossibile.
- Il 1° settembre 2004, a Beslan in Ossezia, un commando di terroristi ceceni assalta
la scuola n° 1 nel primo giorno di lezione del nuovo anno. Milleduecento ostaggi,
bambini e donne, sono tenuti prigionieri nella palestra minata con esplosivo. Il 3
settembre le Forze Speciali russe fanno irruzione. Sono uccisi 186 bambini, i morti
 sono 400. L'irruzione avviene in modo 'disordinato e dilettantesco (La Repubblica
2.12.2005, i. n.) tanto che il Cremlino riceverà accuse per complicità nel sequestro
 e nei catastrofici soccorsi' (La Repubblica 2.9.2005, gp. v. Giampiero Vietti)

La Vigna Armata, 2007, particolare

La Vigna Armata, 2007
Pietra di Vicenza, legno di rovere e altre essenze, ferro, pigmenti, materiali eterogenei, immagini,
configurazione a misura variabile, nucleo cm.. 356 x 360 x 210.


Piccolo Carro - Macchina per manifestazioni, dal 2011 a oggi.
Carro, pietra di Vicenza, ferro, legno, pigmenti, materiali eterogenei, immagini, sistemi multimediali,
cm. 175,5 x 143,5 x 91

Laserscan. Triglifi, Quercia di Beslan, installazione Aula 39, 2005. Multimage, View MI 1 30.

Laserscan. Quercia di Beslan, Triglifi, installazione Aula 39, 2005. ModelSpace 0, View 0177.

Laserscan, Studio per città organica - Triglifi, installazione Aula 39, 2005.
ModelSpace 0, View 0174

Triglifi, sul fondo, Quercia di Beslan, Installazione Aula 47, 2007

Triglifi, 2004, particolare

NIKE, dal 2011
Carro in due elementi, FUSTO e TESTATA. Lega in alluminio e magnesio, vernici,
acciaio, ferro, materiali plastici, gomma, legno, materiali eterogenei, immagini,
sistema idraulico-oleodinamico, sistemi di sicurezza automatici. FUSTO, dimensioni
variabili, max h. cm. 275 x 700 x 220. TESTATA, cm. 98 x 225 x 108. La lunghezza
massima dei due elementi posti in orizzontale è di dieci metri.
- NIKE è un missile antimissile americano che ha fatto parte del sistema di difesa NATO.
E' acquistato come rottame di lega di alluminio e magnesio nel settembre 2011, nella
stagione immediatamente precedente la crisi in medio oriente sulla possibile esplosione
del conflitto Israele-Iran, in relazione al programma nucleare iraniano, che da novembre
raggiunge la massima tensione.

venerdì 1 settembre 2017

Umberto Eco: lettera a Un'Ambigua Utopia


Milano, lì 2 febbraio 1979
Caro Prof. Eco1,
ci premuriamo di farle avere i numeri finora usciti della nostra rivista2, un rapido esame dei quali La convincerà della carattere affatto originale della nostra iniziativa nel campo della fantascienza3.
La sappiamo studioso acuto e infaticabile dei fenomeni della cultura di massa, interlocutore affabile e cortese4, iniziatore e paraninfo degli studi semiologici nel nostro paese5; e tanto ci basta per considerarci lieti nell’invitarla ad un nostro convegno, dedicato appunto a temi affini, previsto6 per i giorni 30, 31 marzo e 1 aprile7 presso il cinema Ciak in Milano.
Sull’ultimo numero della nostra rivista, datato gennaio/febbraio 1979, Ella potrà trovare in forma di documento dal titolo MARX/Z/IANA, una prima introduzione a questo convegno. Ma noi saremmo lieti di poterci incontrare con lei, quando volesse8, per meglio illustrarle a voce le nostre intenzioni.
(se possiamo permettercelo) Cordiali saluti. (a nome della redazione di Un’ambigua utopia, l’estensore materiale di questa goliardata)
(Antonio Caronia)
(Se, nonostante la pessima impressione di questa missiva, avesse intenzione di mettersi in contatto con noi, la cosa più rapida è telefonare all’estensore di questa lettera, al n. 685130. Naturalmente questa è una pura formalità, perché noi non cesseremo la nostra persecuzione telefonica, - anche se per circa un mese essa non ha dato frutti).
  1. Non vediamo ragione perché anche chi – a torto o a ragione – è considerato portatore di un progetto sovversivo debba rinunciare all’uso dei titoli accademici quando si rivolge ai loro legittimi possessori.
  2. Definirla rivista è forse avventato, lo riconosciamo, ma i miglioramenti speriamo siano visibili.
  3. Fantascienza lato sensu, naturalmente… siamo contrari all’uso della sigla iniziatica FS, e anche a farci etichettare come fanzine
  4. Giudichiamo solo sulla base delle sue apparizioni televisive.
  5. E in anni che potrebbero ben definirsi bui, per molti versi.
  6. L’esercizio futurologico ci è alieno, nonostante le apparenze.
  7. Non le facciamo il torto di credere che lei si aspettasse spiritosaggini di bassa lega a proposito di questa data.
  8. Anche perché siamo stati pervicacemente nel vago per quanto riguarda il contributo specifico che potremmo essere intenzionati a chiederle.
Cari ambiguuotopisti1,
scusate la carta intestata accademica ma non vedo ragione perché eccetera eccetera.
Conoscevo di vista la vostra rivista2 ma ora ho guardato in modo più sistematico i numeri che mi avete mandato. E mi piace3.
La persecuzione telefonica non dà frutti perché non ci sono mai davvero e passo quattro giorni della settimana a Bologna all’università, nel vago tentativo di rifondare il Sapere. Quando sono in casa e lavoro metto la segreteria telefonica perché il telefono squilla in continuazione per invitarmi a partecipare a dibattiti4.
Il vostro convegno mi interessa ma: al giovedì, venerdì e sabato sono a Bologna; potrebbe darsi che il 1° aprile che è domenica sia a Milano5 e se ci sono vengo a sentire cosa accade e magari a fare qualche geniale intervento a braccio.
Ma non posso assicurarvi una relazione o intervento garantito in anticipo, perché proprio non ce la faccio e sono allo stremo delle forze, con impegni arretrati che avviluppano come trifidi6. Se vi dessi delle assicurazioni lo farei per malinteso desiderio di essere amato, e mi odiereste dopo. La vita è così, ambigua e non utopica.
Il vostro
Umberto Eco
  1. Battendo a spazio uno ci stanno anche le note.
  2. Allitterazione non voluta.
  3. Vedete come sono affabile e cortese 31.
  4. Sono tutti matti.
  5. Ma non sono sicuro perché ho delle grane da risolvere a Vienna per il futuro congresso di semiotica.
  6. Cfr.

31. (nota alla nota) E sincero.

(Pubblicato su Un'Ambigua Utopia n.2 marzo-aprile 1979)

venerdì 25 agosto 2017

Ursula Le Guin - Lettera a Un'Ambigua Utopia


Caro Giancarlo e il COLLETTIVO
Mille grazie! Vorrei continuare in italiano (ndr. La lettera continua in americano) ma ci vorrebbero 6 ore con un dizionario e anche allora tutti i verbi sarebbero sbagliati. La vostra rivista è molto, molto interessante! Confesso la verità, l’ho letta dopo una settimana, la copertina era così aggressiva (disegno eccellente e molto efficace) (ndr. Si riferisce al n. 2); non desideravo essere traumatizzata… e così l’ho solo sfogliata. Poi ho preso un po’ di coraggio e ho iniziato a leggerla. E l’ho trovata stimolante, deliziosa, provocatoria, e non traumatizzante: ho semplicemente avuto un dialogo con la rivista. Non sarò così codarda la prossima volta. Una piccola nota personale da aggiungere al vostro discorso sui bambini: stavo discutendo con una mia carissima amica che ha 7 bambini e fa l’insegnante.
Le ho chiesto: “Perché le nostre scuole sono così povere? Perché non vogliamo votare nuove tasse per le scuole? Perché gli insegnanti in USA sono sottopagati e non rispettati?” ecc. ecc. e la mia amica mi ha risposto in modo gentile, ma con profonda convinzione: Perché gli americani odiano i bambini. Non lo sanno, ma lo fanno”. Speravo che si sbagliasse, ma penso che, tutto sommato, abbia ragione.
Qualcuno di voi conosce il meraviglioso libro Centuries of childhood(1) di Philippe Arìes, che traccia “l’invenzione del bambino” attraverso la storia del mondo occidentale? (ndr. Giriamo la domanda a tutti i lettori).
In ogni modo grazie per le splendide idee che condivido, sono felice della scelta del titolo, anzi ne sono onorata. Con tutto il mio appoggio, con affetto
Ursula Le Guin  

Portland (Oregon) 3/6/78
(Pubblicato sul n. 4 - novembre/dicembre 1978 di Un'Ambigua Utopia)

(1) Philippe Ariès, Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Bari, Laterza, 2002 

venerdì 2 giugno 2017

Antonio Caronia: a proposito di James G. Ballard



Le radici immaginarie della guerra – Cyberzone n.17 2003  https://www.academia.edu/305513/Le_radici_immaginarie_della_guerra

Il bisturi dello sguardo – Cyberzone n.19 2004 https://www.academia.edu/305204/Il_bisturi_dello_sguardo


Delitto senza castigo. La colpa come collante sociale nella narrativa di James G. Ballard  - 2007 https://www.academia.edu/304171/Delitto_senza_castigo._La_colpa_come_collante_sociale_nella_narrativa_di_James_G._Ballard

Muore James G. Ballard. Con lui finisce il XX secolo. L’Unità 21 aprile 2009 https://www.academia.edu/304515/Muore_James_G._Ballard._Con_lui_finisce_il_XX_secolo



Immaginari a confronto: William S. Burroughs e James G. Ballard http://www.intercom.publinet.it/ic11/Ballard3.htm


Schede dei romanzi e delle antologie di Ballard in Nei labirinti della fantascienza Mimesis 2012

venerdì 7 aprile 2017

1977... c'è anche Un'Ambigua Utopia!


“…mai, in nessun momento, fummo interessati a promuovere una "fantascienza di sinistra”, e in fondo neanche una “lettura di sinistra” della fs; mai ci ponemmo come obbiettivo di destabilizzare il fandom, le riviste di fs o I'editoria di fs. Che marcissero nel loro brodo. Nell’editoriale del n.1 della rivista tutto questo è scritto a chiare lettere, addirittura maiuscole:

Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.
Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza,
e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.
(…)
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.

       Pratica dell'obbiettivo, pratica dell'utopia. sarà pure stata una formulazione rigida e ingenua, ma non li sentite gli echi degli slogan del 77? Dei volantini dei circoli dei proletariato giovanile? Non la vedete I'assonanza con le pagine di A/traverso, la sintonia con le trasmissioni di Radio Alice?...”     http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 

Editoriale
Un’Ambigua Utopia n° 1 dicembre 1977

Apriamo questo editoriale del primo numero di “UN’AMBIGUA UTOPIA”, ponendoci una domanda d’obbligo. Definire cos’è la fantascienza. Una domanda che tanti prima di noi hanno già posto, risolvendola con mille soluzioni diverse e con la pretesa, ciascuno, di aver dato la definizione giusta, vera e pertanto unica.                                                                                                                         
Noi non abbiamo simili pretese, anzi, lo diciamo già da subito, le nostre risposte a questa e ad altre domande, le nostre critiche, analisi, sono di parte. Non cerchiamo la verità assoluta, il Santo Graal. Cerchiamo di fornire una risposta di classe. Una risposta che parte dalle nostre esigenze, dalla nostra scelta di lavorare per l’una o per l’altra classe.                                                                              
A seconda del proprio pensiero politico allora? Ma cosa c’entra la fantascienza con la politica? Un attimo di pazienza, vediamo di affrontare intento la domanda che avevamo posto all’inizio.                 COS’È  LA FANTASCIENZA!                                                                                                                Fantasia della scienza o scienza della fantasia? Non è un’inutile giochetto linguistico.                                 
La prima “definizione” dice che la fantascienza è uno sguardo sulle illimitate possibilità della scienza; la profetizzazione delle nuove scoperte scientifiche; novella “Centurie di Nostradamus” del xx secolo, ipoteca la vita del  futuro, imbastendo una lotteria cosmica sulle infinite possibilità del domani.                                                                                                                                                  Ma non sono le scommesse sul futuro quelle che ci interessano.                                                              La seconda indicazione è una scommessa sull’oggi. Scienza, strumento, indagine per riappropriarci della fantasia, della creatività, del godimento. Ecco, ci siamo. Questa è la nostra verità, la verità che ci interessa. La nostra fantasia, la creatività, la spontaneità, il gioco, il piacere, il godimento. Tutto questo è stato occultato, seppellito, represso dalla scienza ufficiale, che ha assunto il proprio idolo nel cosiddetto “principio di realtà”.                                                                                                          
La fantascienza è invece portavoce del “principio del piacere”.                                                                  
In pratica i bisogni del capitale, contro i bisogni dell’uomo.                                                                      Il capitale deve, per sopravvivere e svilupparsi reprimere i veri bisogni dell’uomo, per sostituirli con i suoi bisogni (creare nuovi prodotti e creare l’esigenza di consumarli), con un modello di vita e di società a lui congeniale (la famiglia, la scuola, la caserma, il lavoro salariato ecc. ecc.).                        La fantascienza è un segno di rivolta a tutto questo, è la riscossa del principio del “piacere” sul principio di “realtà”.                                                                                                                                Avremo tempo di entrare nello specifico di questi concetti in articoli successivi; cerchiamo di porci ora il perché di questa rivista e soprattutto, chiarito che la matrice della SF è una rivolta alla civiltà occidentale, distinguere la parte progressista (proiettata in avanti) da quella reazionaria (volta all’indietro, fuga, evasione, recupero di valori precapitalistici).                                                               Chiariamo innanzitutto che la nostra iniziativa non si diversifica dalle altre, nel fatto che noi siamo dei “fans” compagni e per cui sosteniamo la SF di sinistra o progressista contro quella reazionaria.      Noi non siamo dei sostenitori della SF, non siamo dei fans.                                                            
Non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza.                                                            
VOGLIAMO DISTRUGGERLA.                                                                                                           Nel senso che vogliamo rompere questo involucro, questo contenitore che si chiama fantascienza, e dimostrare che ciò che contiene, ciò che c’è dentro, non è altro che quello che si trova fuori.                                    
Andiamo a vedere infatti perché, a quale scopo, questo genere di letteratura è stato denominato fantascienza.                                                                                                                                          La parola fantascienza sancisce la non veridicità di quello che essa ingloba. La non realtà. La presenza della parola fantasia, annulla l’ufficialità e pertanto la realtà della scienza. La politica è la vita e perciò la realtà. La fantascienza, essendo la non realtà, non può quindi essere politica.                           Quale miglior travestimento per una politica reazionaria.                                                                   
Se, ad esempio, Heinlein, Anderson, Vance e altri facessero letteratura “normale” o filosofia invece di SF o fantasy, la loro linea politica sarebbe scoperta, palese ed il loro pubblico sarebbe solamente quello che già in partenza è d’accordo con loro.                                                                                
Con la copertura della fantascienza, e perciò della neutralità dal politico, essi possono arrivare ad un pubblico ben più vasto (anche di sinistra) e propagandare la loro bieca filosofia reazionaria.                            
Se naturale è per la destra camuffare i suoi contenuti, (camuffare, poi, fino a un certo punto, perché basta trasportare tutto il loro becero militarismo di oggi nella legione dello spazio del futuro, o la volontà di potenza, ovviamente non quella nicciana ma quella nazista, nel mutante dotato di poteri psi, ed il gioco è fatto) per la sinistra invece, è facile cadere nella scomunica per “non fantascientificità”, (vedi le lettere su ROBOT per i racconti di Aldani, Miglieruolo ecc.).                      C’è chi, come le scrittrici americane, (Ursula Le Guin, M.A. Foster) hanno superato lo scoglio trasferendo su altri pianeti l’URSS, gli USA o il Vietnam. Ma c’è comunque una trappola che non si può eliminare con nessun accorgimento. L’oasi del non reale fantascientifico non inficia i contenuti reazionari che, anzi, hanno così il potere di occultarsi e pertanto di non trovare barriere protettive (capacità critiche) nei suoi fruitori. E, pertanto, modelli, parametri di interpretazione della realtà, falsi bisogni, vengono introiettati e messi in grado di operare a livello inconscio.                           
Per i contenuti rivoluzionari o solo progressisti, invece, il discorso è l’opposto.                                 
Qualunque proposta di un mondo, di una vita alternativa, è fantascientifica.                                             
Se l’alternativa rivoluzionaria è ghettizzata nella fantascienza, è perché si può soltanto sognare e non praticare.                                                                                                                                         
Da questo la tendenza, specialmente di scrittori italiani, ad una visione nichilista, autodistruttrice.       Una critica spietata al sistema, analizzato in tutte le sue aberrazioni ed in tutta la sua violenza, ma sostanzialmente una rivolta senza sbocchi se non la fuga (QUANDO LE RADICI di Lino Aldani) o il suicidio (DOVE STIAMO VOLANDO di Vittorio Curtoni).                                                       
Quale in concreto allora il nostro compito? Noi crediamo sia il ripercorrere a marcia indietro la strada che intercorre tra una ben precisa ideologia, il pensiero e l’opera di fantascienza, svelando così, da una parte, i contenuti reazionari, e dall’altra contribuendo a realizzare un’analisi scientifica sui problemi di un modo di vita alternativo, per imparare a praticare l’utopia, anziché sognarla.

Sulla storia di Un’Ambigua Utopia:
-          Antonio Caronia, Quando i marziani invasero Milano, (vedi link sopra).
-          Dibattito tra Piero Fiorili, Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, pubblicato in appendice al 1° volume di Un’Ambigua Utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ’70, (a cura di A. Caronia e G. Spagnul) Mimesis 2010, consultabile in rete: http://www.intercom.publinet.it/2001/uau0.htm  e http://www.intercom.publinet.it/2001/uau4.htm
-          Per scaricare in PDF il primo numero della rivista qui: http://www.nuove-vie.it/unambigua-utopia/
-          Altri documenti utili in questo blog: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/03/antonio-caronia-relazione-introduttiva.html (relazione introduttiva al convegno Marx/z/iana marzo 1979) -  http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/04/antonio-caronia-note-su-una-possibile.html  (note su una possibile trasformazione della rivista agosto 1980) - http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2017/03/antonio-caronia-unambigua-utopia-luogo_31.html (discussione del collettivo ottobre 1978)