giovedì 24 settembre 2020

Quando cambierà

 


 Editoriale n. 1 nuova serie Un'Ambigua Utopia 1979

di Antonio Caronia 

La mutazione è in corso. Ognuno di noi c’è immerso fino al collo o invischiato fino ai neuroni, se preferite, perché è dello spazio interno che, anche, si parla. Non abbiamo ancora modo, così, in mezzo al guado, di voltarci indietro, valutare la strada percorsa, e neppure di apprezzare quanto disti l’altra riva. Anzi, se vogliamo dirlo da dentro le nostre angosce, non sappiamo neppure se altra riva vi sia. Forse siamo destinati a tramutarci, per un po’ di tempo, in animali acquatici. Che importa? Le apprensioni per il futuro (chi ne ha), e comunque le insicurezze di un cammino troppo poco noto e – ne siamo sicuri – troppo pieno di insidie, si mischiano in noi con una specie di euforia e di esaltazione, che è la veste che assume la consapevolezza della fine di un’esperienza, della rottura che – ci siamo accorti – ci accompagna ormai da più di qualche mese.

È certamente solo un caso che la trasformazione di questa nostra rivista, a cui state assistendo, coincida approssimativamente con l’inizio di una coscienza più larga, in molti di coloro che sono stati impegnati nei movimenti degli ultimi anni, della mutazione. Ma è un caso a cui ci piace abbandonarci, per un po’: e non rinunciamo alla tentazione di inscrivere il mutamento di UN’AMBIGUA UTOPIA sotto il segno di questa mutazione. La mutazione è tale (talmente radicale e profonda, si vuol dire) che dobbiamo correre il rischio di scrivere ormai le frasi senza soggetto, a tal punto l’emergente si è rituffato sotto terra, il visibile si è sottratto alla vista, lo slogan risuonante si è affievolito (e, quando suona ancora, suona osceno e ripugnante, se non è stravolto dal ghigno dell’irrisione). Ma tant’è: qualche incongruenza sintattica non è certo un prezzo più pesante da pagare per capire un po’ meglio che cosa siamo diventati. E, se il “noi” che useremo avrà il vizio di essere indeterminato, ognuno lo potrà riempire col referente che vorrà: potrà anche tirarsene fuori, da questo “noi”: riesumatori di cadaveri (che, come si sa, sono amici/nemici dei becchini) ce n’è sempre, e forse di più ce n’è nei periodi di restaurazione.

Fine di un’esperienza, rottura, dicevamo. La generazione del ’68 sta consumando, irreversibilmente, l’esperienza della Politica.

Tattiche, strategie, rapporto con le istituzioni, teorie dell’avanguardia e pratiche di partito si sono lentamente svelate per quello che erano. L’ideologia era più di un velo, era cortina spessa e pesante, ma la borghesia nazionale/internazionale/multinazionale ha fatto il suo lavoro, rivoluzionario (oggi come nel 1848): ha rimosso la cortina, lenta, paziente: ritrovando il suo equilibrio (dinamico, certamente, mai statico: si rassicurino i talmudisti del marxismo) ci ha fatto vedere, nella “strategia rivoluzionaria”, gli stessi meccanismi, speculari e quasi sempre ridotti a dimensioni risibili, della sua strategia. Il rimosso di due, tre, dieci anni di militanza ritorna a galla, provoca crisi salutari e crisi distruttive, disimpegni lieti ed esaltanti e disimpegni cupi e frustranti, nuovi tuffi nella militanza e riscoperte letterarie, reclutamenti per le chiese buddiste e per i gruppi armati. Per rapire Moro e per fare uscire un nuovo quotidiano di opposizione ci vogliono i soldi, certamente, ma anche un discreto numero di sostenitori: bastano pochi, è vero, ma non tanto pochi da impedire di illudersi che siano una “base sociale”. L’indifferenza sociale, l’accettazione del dominio quotidiano travestito da rappresentazione oggettiva, l’adesione al copione dello Spettacolo in cui ormai tutti (borghesi e proletari, conservatori e rivoluzionari, poliziotti e terroristi, Andreotti e Mimmo Pinto, per non parlare della Castellina) hanno un ruolo: su tutto questo (che forse è germanizzazione, e forse non lo è) si fonda la stabilità nuova del regime nascente democratico pluralistico e partecipato della borghesia italiana. E anche lo stato atomico, quando verrà, non vestirà più forse i panni dell’arbitrio odioso ma necessario, agli occhi dei più, ma quelli dell’impersonale oggettività.

Ma allora siamo sconfitti? Se l’unico terreno che conoscevamo, anzi no, di cui abbiamo tanto faticato per impadronirci, quello della Politica, si è mutato sotto i nostri occhi in una palude impraticabile, che faremo? Che faremo se il terreno che per qualche mese abbiamo intravisto dentro/dietro la pratica dei compagni di Bologna e di Roma si è anch’esso richiuso (così sembra)? Non fatela tanto lunga – ci dicono insieme coloro che vogliono ripercorrere, liberato dalle immondizie più visibili, il sentiero delle esperienze di partito, e i “nuovi manager” delle imprese di servizi addette a gestire i bisogni dei nuovi soggetti – perché volete caricare la vostra rivista (bella/brutta, interessante/noiosa) e il vostro progetto in genere (realizzabile/irrealizzabile, nuovo/vecchio) di tanti significati? Parlate di fantascienza, parlatene come volete; ma non rischiate anche voi di riesumare cadaveri, volendo a tutti i costi rifilarci i ridicoli parti delle riflessioni sulle vostre esperienze?

Be’, non ingombriamo di troppi cadaveri una via che è già abbastanza stretta. Dire che la “politica rivoluzionaria” è morta non significa che è morta ogni possibilità di liberazione nelle società di capitalismo decadente.

Se accettassimo puramente e semplicemente di occupare un pezzo di mercato, non si capisce perché non dovremmo accettare di definire anche il valore della nostra vita in questi termini. Forse non c’è una mutazione in corso, ce n’è più d’una; nel senso che una parte della nostra generazione (delle nostre generazioni) ha accettato, sta accettando, la sua parte nello Spettacolo. Ma noi siamo mutanti in altro modo: la nostra estraneità a questa società non è in discussione, è forse più forte e profonda di quanto fosse prima: la nostra alterità non è in vendita. Stiamo con chi non si identifica né con lo Stato né con la Società Civile, e se oggi l’esistenza di costoro, di questi strati, è sotterranea e clandestina, si svolge in un luogo che non ha niente a che spartire con la rappresentazione che imperversa (e quindi neppure con la lotta truccata tra Stato e Terrorismo), allora noi viviamo in questo luogo.

In un luogo come questo il “noi” che abbiamo usato finora può, deve perdere la sua asessualità: nel nostro progetto ci dovrà essere posto anche, se non soprattutto, per un “noi” sessuale, tragicamente e felicemente, un “noi” femminile/maschile, bisessuale. Perché il nostro è un progetto più, non meno, ambizioso di prima: è quello della liberazione, da tutte le oppressioni, da quelle esterne non meno che da quelle interne, introiettate, che ci portano per esempio a difendere istintivamente il “femminile” o il “maschile” predominante in ciascuno di noi. Se per molte compagne rifiuto della politica ha significato anche rifiuto di una militanza femminista acritica, sloganistica e contrattuale, questo non significa certo né che esse rinneghino la propria storia, né che credano oggi in un’”integrazione” che non sarebbe altro che normalizzazione. La differenza esiste, esiste un modo diverso di “sentire” la vita.

Forse per questo è così importante lo sforzo di tante compagne di comunicare il loro femminile, di accettare il loro maschile, per battersi perché nessuna diversità resti, all’interno di ognuno di noi, assorbita, appiattita, esorcizzata, ma al contrario che venga accettata, compresa, amata. “L’unico pensiero rivoluzionario è quello che sa invertire all’infinito, e non in un solo senso, l’alto e il basso del corpo individuale come del corpo sociale… L’unico pensiero rivoluzionario è quello amoroso, cioè capace di viaggiare attraverso tutto ciò che il dualismo occidentale ci ha sempre rappresentato come inconciliabile, fra l’altro l’idea di maschile e femminile” (A. Le Brun, Mollate tutto. Facciamola finita con il femminismo, Edizioni del sole nero, 1978).

A questa condizione, con questo progetto (e con tutta la modestia delle nostre forze e del nostro punto di vista, che ci mette al riparo da qualsiasi tentazione di “egemonia” di alcunché) vogliamo provare ad utilizzare anche gli spazi di mercato che sono aperti, vogliamo provare a gestire la piccola fetta di potere che la produzione di carta stampata assicura, per contribuire a diffondere (sul terreno della scrittura e possibilmente di una pratica ad essa collegata) alcuni frammenti di linguaggio differente. UN’AMBIGUA UTOPIA vuole diventare sempre di più una tribuna delle diversità, dentro quel percorso sotterraneo di produzione di rivolte parziali, di ridefinizione di linguaggi e di comportamenti che è l’unica speranza per la rifondazione di un nuovo soggetto che, liberando se stesso, liberi tutta l’umanità.

Nessun commento:

Posta un commento