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venerdì 15 gennaio 2021

Antonio Caronia: Festival teatrali

 


Linus luglio 1985

GUIDA RAGIONATA ALLE PRINCIPALI SCADENZE. Luglio è il mese in cui gli appassionati di teatro, quelli veri, vanno in giro ad annusare e carpire le novità delle novità, gli embrioni, a volte i germogli di quelle che saranno le dominanti (pacifiche o contrastate) della stagione successiva. Gli aficionados hanno già saputo tutto dalle pagine dei quotidiani, meticolosamente spulciate e ritagliate; per i distratti, o gli apprendisti esperti, o i curiosi, ecco una guida idiosincratica e ragionata delle principali scadenze. Il festival principe, fra i tanti in Europa, rimane quello di Avignone: la città francese è ancora il luogo di massima concentrazione estiva di teatro di tutti i tipi. Fra le grandi attrazioni di quest’anno la mastodontica riduzione del poema nazionale indiano, Mahabharata, che Peter Brook ha allestito dopo anni di studio: dura più di una notte, ci si siede alle 19 e si va via all’alba. Un regista ormai mitico, un repertorio mitologico e allegorico che non ha eguali al mondo, il fascino del teatro notturno; non occorre altro per stuzzicare i palati più esigenti. I quali, peraltro, possono essere ragionevolmente intrigati anche dall’ultimo spettacolo di Tadeus Kantor, Gli artisti, che crepino! Che conclude la “trilogia della memoria” iniziata con La classe morta e Wielopole-Wielepole. I più aggiornati lo hanno già visto nell’anteprima milanese del 14 giugno; gli altri possono telefonare allo 003390/829900 per prenotare posti, informarsi sul programma completo, sugli alberghi, camping e quanto altro interessi loro. Le date sono dal 6 al 31 luglio. Più concentrate le rassegne italiane. Qui da noi si usa dire, da qualche tempo, che i festival sono in crisi. Però si continuano a fare, e con un certo successo di pubblico. Chi non è stato, almeno una volta, per le strade a Sali e scendi di Santarcangelo, circondato da sacchi a pelo, piadine e tanti, tanti ragazzi? La cittadina romagnola ha visto passare, nelle sue estati, almeno due generazioni di spettatori più o meno esigenti, più o meno affascinati dal “nuovo” che si andava producendo nel teatro italiano ed europeo, e che a Santarcangelo con grande passione si consumava. Una parte di quel “nuovo”, oggi, forse non è più tale, e non solo per gli evidenti quindici anni di festival, ma anche perché le tendenze che vi hanno abitato hanno poi trovato altri spazi, o si sono esaurite. Quest’anno il direttore Roberto Bacci, con il sostegno di un comitato di studiosi come Claudio Meldolesi, Ferruccio Merisi e Ferdinando Taviani, propone dal 17 al 21 luglio una “Cittadella della cultura teatrale” centrata intorno a due appuntamenti: il teatro quasi iperrealista dei polacchi di Akademia Ruhu, ospiti tradizionali dei festival, e la sezione “Euritmie” in cui i Magazzini Criminali tentano il confronto fra il loro ultimo lavoro (Genet a Tangeri affiancato ad una nuova performance, Guevara e Fidel) che affronta con forza il tema del sacro, e quello di alcuni gruppi dalle origini diverse, come il Teatro della Valdoca, Società Raffaello Sanzio e Padiglione Italia, oltre a proposte di teatro ispirato più scopertamente alla danza o alle arti visive (Parco Butterfley, Enzo Cosimi, Tradimenti incidentali). Le informazioni allo 0541/620252. Santarcangelo non monopolizza però, come potrebbe apparire dai nomi, i diversi filoni di ricerca che si diramano dal tronco chiamato, qualche anno fa, della “nuova spettacolarità”. Troviamo infatti Falso Movimento, un gruppo caro al pubblico abituato al teatro “di confine” fra linguaggi diversi, nel programma del festival “Inteatro” di Polverigi, dal 6 al 13 luglio (071/906341). La giovane rassegna marchigiana ha ormai trovato un suo spazio preciso, meno affollato di quello di Santarcangelo, molto attento alle emergenze soprattutto straniere. Non è che gli italiani siano assenti (oltre a Coltelli nel cuore, da Brecht, di Falso Movimento, vedremo Giovanotti Mondani Meccanici, che dal fumetto tentano nuove vie, e altri gruppi nostrani): ma il programma proposto quest’anno da Roberto Cimetta e Velia Papa è decisamente sbilanciato verso l’estero. Ci sono ritorni attesi, come l’americano Squat Theatre, che anni fa entusiasmò con una rutilante Battaglia di Sirolo e vari e diversi gruppi di teatro-danza (le giapponesi Ariadone, mark Tompkins e altri), e gli inglesi di Hesitade and Demostrate con un teatro in cui suggerimenti letterari e macchine teatrali si scontrano in un accattivante agrodolce. E ci sono proposte inedite e stimolanti non di “video-teatro” (cioè di nastri video prodotti da gruppi teatrali) ma di uso del video nel e col teatro, con una commistione e un confronto fra ritmi del palcoscenico e ritmi del video: tre proposte diversissime, ma in questo convergenti, dei berlinesi F.D.G.O. (Relations-Chips), del francese Ligeon Ligeonnet (III,3, dall’Otello), dell’olandese Theater Mickery (Kidnap). Fra le nuove proposte di gruppi comunque già affermati (Santarcangelo) e le suggestioni di gruppi internazionali (Polverigi), una terza formula, rischiosa ma appassionante. “Arrivano dal mare!”, Festival dei burattini e delle figure di Cervia, ha affidato quest’anno ad Antonio Attisani l’organizzazione di un progetto speciale. Si chiama Verso l’alba, si svolge a Bagnocavallo (Ravenna) fra il 10 e il 20 luglio. Quattro nottate, dalla tarda serata fino al sorgere del sole, vedranno avvicendarsi altrettanti gruppi in una presentazione antologica della loro produzione. È un viaggio attraverso la notte, un percorso quasi di iniziazione alla ricerca di una dimensione forse perduta ma fortemente connaturata al teatro, un itinerario per gli spettatori che vogliono “scegliere” e non “essere scelti”. Una curiosa figura di Mercurio (un dio che in altri tempi accompagnava le anime nel loro viaggio nell’aldilà) introdurrà ogni sera agli spettacoli delle Albe di Verhaeren (Ravenna), Teatro Settimo (Settimo Torrinese), Teatro delle Briciole (Parma), Tam Teatromusica (Padova), Ticoteatro e Danio manfredini (Milano). Gli organizzatori scommettono che di tutto questo si riparlerà. I nottambuli chiamino, per le informazioni, lo 0544/39714 0 423119.

domenica 15 marzo 2020

Antonio Caronia: Saccheggiando Philip K. Dick


Linus febbraio 1985

Antonio Attisani fa notare, in un articolo pubblicato su Alfabeta di questo mese, l’emergere di un nuovo filone all’interno del teatro di ricerca, caratterizzato fra l’altro da una ritrovata attenzione per la parola e per la narrazione. Non trattandosi di una vera e propria “tendenza” teatrale basata su assunti di poetica coscientemente formulati e condivisi, risulterebbe impresa vana e superflua tracciare dei confini precisi. Dando per scontato che le caratteristiche specifiche dei gruppi (Studio 3, Santagata e Morganti, Panna Acida, per fare solo qualche esempio) sono ancora prevalenti rispetto a degli ipotetici tratti unificanti, quello che è interessante per noi, qui e adesso, è registrare un’ulteriore pratica di alcuni di questi gruppi, collegata al riemergere di una funzione “narrativa” del testo teatrale: la pratica del saccheggio e della rielaborazione in contesto teatrale di testi narrativi preesistenti. Un esmpio ce lo offre il gruppo ravennate Albe di Verhaeren, che ha messo in piedi un progetto dal titolo “Cantiere Dick”, sviluppato su tre spettacoli ispirati ai temi dello scrittore di fantascienza californiano (i primi due sono già realizzati, Mondi paralleli e Effetti Rushmore; il terzo, che andrà in scena tra qualche mese, tenterà di rileggere Un uomo è un uomo di Brecht attraverso la lente di Le tre stimmate di Palmer Eldritch, meraviglioso e allucinato romanzo di Dick da tempo esaurito e reso adesso disponibile nel catalogo della Nord, nell’ambito di un progetto di ristampa di tutta l’opera di questo autore). Messo a confronto con altri spettacoli più o meno ispirati alla fantascienza nel corso di una rassegna svoltasi lo scorso dicembre a Bagnocavallo, Ucronie, il lavoro delle Albe ha dimostrato di essere un caso più unico che raro di aderenza e di fedeltà progettuale all’opera di un autore. In effetti le Albe hanno trovato in Dick un denso e sterminato magazzino di materiali per quella che, al momento, pare essere la loro cifra distintiva: una forte ispirazione concettuale (al limite della tematica filosofica) filtrata attraverso un’esasperata emotività. È questo intreccio che rende centrale, nei loro spettacoli, il lavoro dell’attore,, caratteristica questa che li accomuna un po’ ai gruppi già citati. Ma questa centralità dell’attore non significa affatto ritorno del personaggio tradizionale, come del resto la riscoperta di una funzione narrativa non vuol dire che sulla scena si racconti una storia lineare, con un prima e un poi. Per questo il riferimento alle opere letterarie non si traduce in una loro “messa in scena”, ma in una estrazione di temi e di situazioni che si incarnano in frammenti fluttuanti di soggettività, in brandelli di quella carcassa dell’io di cui parlava Artaud, alla ricerca di collegamenti e di comunicazioni sempre più difficili. In questo senso (l’osservazione è ancora di Antonio Attisani) si tratta di un teatro “post-beckettiano”. Mi sembra si possa dire che non a caso un teatro di questo tipo incontra generi di narrativa popolare, come la fantascienza o l’horror. In questa narrativa popolare, infatti, la distruzione del personaggio tradizionale è compiuta da un pezzo, a vantaggio di una narrativa, si potrebbe dire, “di situazione”. Per un riscontro, prendiamo in mano la più recente antologia dell’orrore e del soprannaturale (Creature dell’altro mondo, Sugarco, pp. 152, L. 6.500), sei racconti quasi tutti inediti di Shiel, Derleth, Russel Wakefield, Bierce, Hodgson e Leiber). I due racconti più lunghi e più riusciti, quelli di Wakefield e di Leiber, esibiscono uno schema comune: due uomini dediti ad attività eminentemente “razionali” (rispettivamente un professore di matematica e un giocatore di scacchi) entrano in contatto con fenomeni insoliti o soprannaturali, che finiranno per travolgerli. In entrambi i casi l’avvenimento soprannaturale è in relazione con una occlusione della memoria (il professore non può o non vuole ricordare se l’incidente che ha ucciso il suo predecessore fu causato da lui; il giocatore non ricorda, da sveglio, le regole della partita che gioca ogni notte in sogno) collegata evidentemente con un senso soverchiante di colpa o di responsabilità. Elementi “psicologici”, come si vede, che però rimangono isolati, utilizzati solo per la loro funzione nella macchina narrativa e non per  costruire un “personaggio” (ogni altra caratteristica dei due protagonisti è ininfluente ai fini del racconto). Ma, da un altro versante, che cosa ha mai fatto il nostro Calvino con il suo misterioso Qfwfq, “io narrante” della più divertente saga scientifica e cosmica dei nostri tempi, se non costruire un simulacro di personaggio, un personaggio-passepartout che percorre le età della terra e gli eoni delle galassie, ora pesce, ora dinosauro, ora impalpabile e indeterminato manipolatore di elettroni e protoni? La recente riedizioni di tutti i racconti cosmici di Italo Calvino (Cosmicomiche vecchie e nuove, Garzanti, pp. 320, L. 22.000) permetterà a tutti i suoi vecchi e nuovi lettori, oltreché di godere di un piccolo capolavoro, di pronunciarsi sulla abusata questione dei rapporti tra Calvino e la fantascienza. Il mio modestissimo parere è che le Cosmicomiche siano avvicinabili alla fantascienza, più che dal punto di vista contenuto (una scienza possibile e futura nella fantascienza, la scienza contemporanea e puntualmente documentata, in Calvino) da quello di una procedura narrativa, che consiste nel rendere “letterali” le metafore. Calvino parte da una teoria scientifica (quella della creazione di nuovi atomi d’idrogeno per mantenere stabile la densità media dell’universo in espansione, per esempio) e la rende visibile, descrivendo i giochi di due “bambini” cosmici che usano gli atomi come biglie, li fanno correre, scoprono i luoghi segreti dove si formano i nuovi atomi e tentano di nasconderseli l’un l’altro… Che è poi, in grande, quello che ciascuno di noi (non scienziati e non specialisti) fa, quando deve rappresentarsi in qualche modo i progressi sempre più rarefatti e complessi della scienza contemporanea.