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domenica 30 aprile 2023

Antonio Caronia: L'astuta follia di Don Chisciotte

 


La realtà si presenta oggi, alla nostra sensibilità ipermoderna, come un'entità frammentaria, conoscibile localmente ma inafferrabile globalmente, oggetto di costante negoziazione intersoggettiva. Ma per avviare il processo che ha portato la realtà a diventare ciò che è oggi, la modernità ha dovuto, fin dai suoi inizi, operare alcune cesure e alcuni ribaltamenti di prospettiva radicali. Fra quelle cesure e quei ribaltamenti possiamo annoverare il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, pubblicato in Spagna all'inizio del XVII secolo. Possiamo farlo selezionando, fra le letture che ne sono state fatte nei secoli seguenti, quelle che mettono in primo piano appunto il problema della costituzione della realtà come accordo intersoggettivo, e che quindi affrontano il tema della follia di Don Chisciotte non tanto e non solo come problema di “patologia”, quanto come problema (per usare una terminologia foucaultiana) di costituzione di un “discorso”.

Nella storia di questo hildago 'middle class' - se così si può dire - affascinato dalle imprese dei cavalieri erranti, che scambia i mulini a vento per giganti, una bacinella da barbiere per l'elmo di Mambrino, e un'ordinaria contadinotta per la grande dama Dulcinea del Toboso, suo grande amore e musa ispiratrice, più di una volta si è voluto vedere un'apologia della libertà del soggetto di fronte ai vincoli della prosaica 'realtà', le cui ragioni nel romanzo, sarebbero rappresentate - oltre che dal curato, dal barbiere e da Sansone Carrasco, borghesi ante litteram e desiderosi di ricondurre il cavaliere alla ragione - dall'alter ego Sancho Panza, contadino materialista e suo fedele scudiero. Don Chisciotte sarebbe, secondo la lettura romantica, un 'eroe dell'ideale'. Una lettura del genere non resse a lungo, almeno per il ruolo di Sancho i più attenti lettori si avvidero già nell'Ottocento dell'osmosi che si crea tra il mondo della follia di Don Chisciotte e quello dello scudiero. Ma non regge neppure l'identificazione tra follia e libertà. La follia di Don Chisciotte è una follia molto particolare. Per tutto il romanzo, sia coloro che lo conoscono bene, sia quelli che lo incontrano di volta in volta nelle sue avventure, concordano sul fatto che, a parte la fissazione per la cavalleria e le conseguenze pratiche ch'egli ne trae, la mente di don Chisciotte funziona benissimo. Non sempre nella sua mente scatta il dispositivo che lo porta a vedere nel mondo contadino della Spagna dei suoi tempi il mondo favoloso della cavalleria e quando ciò non avviene egli legge la 'realtà' esattamente come gli altri. Una parte non piccola del fascino del libro sta senza dubbio nel fatto che, benché noi sappiamo bene che i mulini a vento non sono giganti, le pecore non sono eserciti, e Aldonza Lorenzo non è Dulcinea, la figura di Don Chisciotte non ne risulta sminuita: noi non lo vediamo mai come un povero mentecatto, anche se sappiamo che la sua visione del mondo è in conflitto con la nostra, è inequivocabilmente 'sbagliata' nei termini della vita quotidiana, e il suo 'ideale' è per noi ben poco affascinante. È la tenacia delle sue convinzioni e la fermezza del suo codice morale, che ci conquistano, come conquistano, nell'universo narrativo, Sancho, che è sì il rappresentante del senso comune ma che più di una volta vacilla, nella seconda parte del libro, e cede lala visione della realtà che ha il suo padrone, o quando gli sembrino convenienti i vantaggi materiali che egli ne potrebbe ricavare (il promesso governatorato dell'isola), o quando gli manchino i dati sensoriali su cui basare una lettura della realtà ordinaria. Così, quando nell'episodio di Clavilegno (Parte II, cap. XLI) i due vengono messi su un cavallo di legno bendati e con vari trucchi vengono convinti ad attraversare a volo le regioni celesti, Sancho addirittura emula - come può - il suo padrone, costruendo un resoconto del loro supposto viaggio nel cosmo ancora più fantastico di quello che potrebbe darne Don Chisciotte.

Come leggere allora, produttivamente, la follia di Don Chisciotte? Una prima indicazione ce la può dare Michel Foucault che, nella sua “Storia della follia” (1963), ha analizzato come un fenomeno che nel sedicesimo secolo era ancora un intreccio di immaginario e socialità (la follia, appunto), si trasformi, nel processo di affermazione della modernità, in un elemento del discorso strategico sui saperi e divenga quindi una 'patologia'. Scrive Foucault: “il fatto è che ora [tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII] la verità della follia è una sola e stessa cosa con la vittoria della ragione e il suo definitivo dominio: perché la verità della follia è di essere all'interno della regione, di esserne un aspetto, una forza e come un bisogno momentaneo per diventare più sicura di se stessa.” Ed ecco che possiamo quindi individuare un nesso tra follia e morte. Osserva infatti Foucault che in Cervantes o in Shakespeare la follia occupa sempre una posizione estrema, nel senso che essa è senza rimedio. La follia, nei suoi vani ragionamenti, non è vanità; il vuoto che la riempie è 'un male molto al di là della mia scienza', come dice il medico a proposito di Lady Macbeth; è già la pienezza della morte: una follia che non ha bisogno di medico, ma della misericordia divina.

Indubbiamente la morte di Don Chisciotte avviene in un paesaggio placato, che si è ricollegato all'ultimo istante con la ragione e con la verità. Tutt'a un tratto la follia del Cavaliere ha preso coscienza di se stessa, e davanti ai propri occhi si tramuta in stupidità. Ma questa brusca saggezza della propria follia è qualcosa di diverso da 'una nuova follia che gli è appena entrata nella testa'? Ecco un equivoco eternamente reversibile, che non può essere risolto, in ultima analisi, se non dalla morte stessa. La follia dissolta non può che confondersi con l'imminenza della fine; 'e uno dei sintomi dai quali congetturarono che il malato stava per morire fu il fatto di essere tornato così in fretta dalla follia alla ragione'. Ma la morte stessa non arreca la pace: la follia trionferà ancora: verità derisoriamente eterna, al di là del termine di una vita che tuttavia si era liberata della follia con questo stesso termine. Ironicamente la sua vita insensata lo insegue e lo immortalizza solo con la sua demenza; la follia è ancora la vita imperitura della morte: 'Qui giace l'hildago temibile, che spinse così lontano il valore che la morte non poté trionfare della vita nel suo trapasso.' Non c'è qui il tempo di sviluppare queste preziose indicazioni di Foucault, anche perché, come punto di vista complementare vorrei proporre in conclusione quello del sociologo tedesco Alfred Schutz, che nel saggio del 1955 “Don Chisciotte il problema della realtà” analizza acutamente le strategie cognitive del personaggio, sostenendo una visione della conoscenza che assegna un ruolo attivo, creativo, al soggetto conoscente, e non un ruolo passivo (come fanno le teorie che vedono nella conoscenza un semplice 'rispecchiamento' della realtà). Partendo dalle teorie dello psicologo americano William James, Schutz sostiene infatti che la realtà non è una a priori, ma il risultato di un accordo intersoggettivo, perché ognuno di noi è in grado di vivere in 'sotto-universi' differenti, sui quali di volta in volta viene posto un 'accento di realtà'. Don Chisciotte non è affatto incapace di comprendere il sotto-universo del senso comune, quello in cui vivono gli altri personaggi. Non sempre la marionette diventano persone in carne ed ossa, non tutte le bacinelle sono elmi, non tutte le locande per lui sono castelli né gli osti castellani. Perché? Perché, come scrive Schutz, né il sotto-universo della follia di Don Chisciotte né l'ovvia realtà dei sensi in cui noi come Sancho Panza viviamo la nostra esistenza di tutti i giorni sono in verità così monolitici come appaiono. Entrambi contengono delle enclavi di esperienze che trascendono sia il sotto-universo dato per scontato da Don Chisciotte sia quello di Sancho, e implicano riferimenti ad altre sfere di realtà che non sono compatibili con essi. Ci sono rumori notturni enigmatici e inquietanti, ci sono la morte e il sogno, la visione e l'arte, la profezia e la scienza. Se il sotto-universo della cavalleria è quello su cui Don Chisciotte pone l'accento di realtà è per una ragione etica, perché, come dice egli stesso, 'io nacqui, per volere del cielo, in questa nostra età di ferro per farvi risorgere quella d'oro o aurea, come suol chiamarsi.' Tutto il Don Chisciotte appare allora come la contesa (che può essere scontro, ma anche incontro o mediazione) fra sotto-universi differenti: potremmo anche dire, forse, fra diversi 'sistemi di valori'. E si capisce anche l'evoluzione dei personaggi, da quella di Sancho che la vita in comune con Don Chisciotte porta a un certo punto ad accettare (come può) alcuni aspetti del mondo del suo padrone, a quella di Don Chisciotte che, dopo l'episodio del cavallo di legno (citiamo sempre Schutz), 'sente di aver infranto i confini della realtà della provincia privata che lui stesso ha stabilito, e di essere stato debole nel por limite ai sogni, confondendo così due sfere della realtà e rendendosi colpevole nei confronti dello spirito della verità, la cui difesa è il primo dovere del cavaliere errante.'

Ecco quindi che la follia di Don Chisciotte appare più come un episodio rilevante della costituzione di un nuovo senso della realtà, quello dell'epoca moderna, che il bizzarro esperimento di uno scrittore.

(Pubblicato su Cyberzone n. 13 - 2001)


venerdì 4 dicembre 2020

Dal cyborg al postumano di Antonio Caronia. Recensione di Giuliano Spagnul

 


Molto acutamente Alberto Abruzzese, nella prefazione al libro “Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale” per le edizioni Meltemi, (1) nel declinare le tre fasi di “approfondimento e raffinamento della (…) particolare prospettiva politico-culturale” di Antonio Caronia, assieme all’insegnamento nella scuola e alle lezioni in contesti accademici, pone la sua laurea in matematica “che gli ha conferito una specifica competenza nel trattare testi e processi solitamente in mano a altre discipline.” È una doverosa sottolineatura, ancor più perché si tende facilmente a dimenticarsene. Certo, che ci fosse una competenza di stampo scientifico e un forte interesse a coniugare l’immaginario con la scienza era più che evidente in lui; anche se difettava di quel cipiglio un po’ arido e freddo che si vorrebbe caratteristica degli uomini di scienza e, in particolare, di quelli dediti alla matematica, scienza tra le più pure. Ma in realtà, forse, era proprio questa la matrice che gli permetteva di spingersi più oltre di tanti altri, nel cogliere il peso determinante che le astrazioni del fervido immaginario umano (quella capacità di costruire mondi virtuali in cui sperimentare i sogni più arditi) hanno sulla vita reale e concreta di tutti noi. E ancora Abruzzese nota, giustamente, nel desiderio di Caronia, celato nell’invito a dimenticare il Novecento (secolo delle rivoluzioni fallite), la speranza di una nuova via di liberazione dal potere “finalmente possibile a ragione della scomparsa del corpo umano dentro un corpo che non soffrisse più degli inganni della natura spietatamente antropocentrica e della violenza della forza sovrana che ne ha fatto irreversibile strumento di dominio.” È il tema del postumano, da sempre centrale per Caronia e che proprio lui tradisce negli ultimi mesi di vita preferendo dedicarsi a un seminario su “arte e follia” a Macao, invece che alla stesura di un articolo richiestogli per il numero di Aut Aut dedicato proprio al postumano. Di quell’articolo non sono rimaste tracce, nessuna nota o appunto, solo un’entusiasta mail agli amici per condividere la gioia di questa inaspettata richiesta. È vero quel desiderio, a cui accenna Abruzzese, desiderio più che umano di andare oltre l’umano ma è vero che proprio Caronia poteva vantare di averne lucida coscienza, accompagnata da un’altrettanta lucida autocritica . (2) Cos’altro avrebbe potuto dire, in quel momento, sul postumano che non avesse già ribadito con forza più volte, e cioè che non di un superamento del corpo (in una sorta di divenire angelico) si tratta, ma del finire delle condizioni di un determinato sapere (episteme) e di “una nuova nascente episteme”. È questo che sta a significare  per Antonio Caronia la parola postumano. Una nuova parola per una vecchia storia che sempre, a più riprese, si è presentata lungo l’arco della storia evolutiva della nostra specie: la trasformazione dei dispositivi di formazione di un nuovo sé, quei dispositivi che nell’epoca appena trascorsa hanno costruito quell’”Io” del soggetto moderno e che in questa nuova epoca, modificati, ne stanno costruendo uno affatto nuovo. Cos’altro avrebbe potuto aggiungere in un volume dedicato al postumano se non uno scontro/incontro con il proprio corpo, carnale, artificiale, immaginato che sia: e questo ha fatto optando per il silenzio delle parole scritte a favore di quelle orali, vis-à-vis, con altri umani, altri corpi, come il suo soggetti ad ammalarsi e a perire, non prima però di aver espresso tutta la loro voglia del vivere e di gioire. È giusto quindi che questa antologia di scritti inizi con un testo non scritto, una lezione all’Accademia di Brera nella tarda primavera del 2010. Per chi considera la biopolitica foucaultiana come un teorema superato dall’evoluzione odierna degli strumenti tecnologici e della loro capacità di operare, o meno, sulla viva carne degli individui, questa lezione sulla nascita della biopolitica, coestensiva a quella dell’uomo artificiale (robot, androide, cyborg che sia) chiarisce in modo esemplare l’essenza di questo concetto, così spesso frainteso nonché abusato. La biopolitica è il punto di snodo in cui la storia umana concepisce l’idea della “modificabilità della natura” da parte dell’uomo e questo nuovo sapere determina un potere che necessariamente deve servirsi di nuovi dispositivi capaci di modificare la natura dell’essere umano stesso. All’artificialità della natura corrisponderà, d’ora in poi, l’artificializzazione dell’umano: “non ci sono più uomini naturali una volta che è comparso l’artificio all’orizzonte della specie umana.” E al potere non basterà più esercitare la pura sovranità o un regime disciplinare (di addestramento all’obbedienza), occorrerà, per perpetuarsi, fare quel salto enorme di rendere governabile la vita in tutte le sue forme, da quella individuale, a quella sociale, a quella immaginale, a quella biologica fino ai suoi recessi più profondi e intimi: “la biopolitica vuol dire che è stato reso governabile l’ingovernabile.” Antonio Caronia ha capito che, in realtà, Foucault non ha fatto altro che parlarci di biopolitica  (nonostante che questo termine compaia solo alla fine del corso del ’76) (3) anche quando si è messo minuziosamente a raccontarci la storia della sessualità o i processi di soggettivazione della Grecia antica come del primo cristianesimo. Tutto il suo lavoro tende verso quell’”irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale” (4) che Caronia si spinge a completare modificandolo in una forma più consona all’oggi: “l’irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale determina l’artificialità della stessa natura umana, la trasformazione artificiale della stessa natura umana.” Schematizzando, credo che Antonio Caronia abbia voluto, tramite Foucault, dirci che la natura dell’uomo consiste nella sua progressiva artificializzazione e che per biopolitica si deve intendere quella possibilità di rendere questo processo governabile, nel suo divenire sempre più, di fatto, ingovernabile. La questione non è quindi la comparsa di qualcosa di nuovo che chiameremo biopolitica, come se non fosse mai esistita una politica che in un qualche modo abbia cercato di governare la nostra vita, ma piuttosto della sua inedita e inaudita potenza che oggi ha assunto grazie al nuovo sapere-potere che le ha conferito la fusione tra scienza e tecnica, con progressione esponenziale in questa fine e inizio di nuovo millennio. Questo libro, curato sapientemente da Loretta Borrelli e Fabio Malagnini, suddiviso in tre parti, sostanzialmente riguardanti il cyborg, la fantascienza e il postumano, in realtà ci accompagna in un percorso che oltre a volerci far “dimenticare il Novecento” vuole anche farci uscire dalle secche di quel linguaggio a lui ancora strettamente legato. Né il cyborg, né il postumano, né la fantascienza tutta (di basso o alto livello che sia) possono pensare di essere traghettati nel nuovo secolo/millennio senza essere depurati da quelle croste di residui utopici o prometeici peculiari di un tempo irrimediabilmente finito. “La fantascienza (non si può non essere d’accordo con Ballard) è stata l’immaginario portante del XX secolo (…) la fantascienza sarà ancora l’immaginario portante del nuovo secolo? La risposta è più probabilmente no che sì. La fantascienza cadrà vittima (forse è già caduta vittima) di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale.” (5) Quando la fantascienza si cala nella realtà fino ad annullare, di fatto, quella distanza indispensabile, “quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione” si rende impossibile l’esistere di quella zona franca in cui poter immaginare i possibili potenziali, tutto rimane schiacciato entro i confini di quel contingente sempre più dato come unico possibile. La parola fantascienza deve quindi, per noi del nuovo millennio, dirci qualcosa di scandalosamente nuovo. Qualcosa che “non ha più niente a che vedere con il futuro della modernità, che era una proiezione del presente del soggetto, un luogo da costruire con pazienza, sagacia e tenacia, nei tempi lunghi del lavoro e della progettualità” ma, invece, con un futuro che assomiglia “piuttosto a uno spasmo del presente, a un’anticipazione frenetica di processi che non si distendono più dal passato al presente e oltre, ma vivono sin dall’inizio perennemente proiettati in avanti.” (6) E allora la fantascienza oggi deve essere una parola nuova che come quella che dice cyborg o postumano deve definire un concetto piuttosto che un’essenza. E questi concetti, questi modi nuovi di pensare e di pensarci, maturano in una fase storica di violenta accelerazione tecnologica in cui è, e sarà, sempre più necessario fare i conti non con ciò che è dato, certo, a cui si può fare affidamento, ma a ciò che è mutevole, incerto, non definito. Perché una realtà che non può più contare su un futuro da immaginare, programmare e realizzare rende obsoleti quei confini tra dato e immaginato che vivevano ancora entro  quella forzatura ossimorica che stava alla base della parola fantascienza. Alla fine questa ottima scelta antologica, io credo, ci ponga di fronte a quello che è il nodo centrale per riuscire a sopravvivere all’utopia capitalista (unica uscita vincente dal secolo appena trascorso), quello di considerare  il tempo in cui stiamo vivendo in sostanziale continuità o discontinuità con quello passato. Cioè se il futuro è realmente scomparso, se la cultura non può più essere considerata elemento estraneo alla natura, se lo spazio del virtuale non è più uno spazio immaginato ma è esperito e vissuto nella nostra quotidianità in quanto ne facciamo ormai completamente parte e i tanti altri se che Caronia pone ci costringono a una presa di posizione, che per quanto riguarda lui non può che essere che quella di assumersi la responsabilità di divenire postumani e quindi in sostanziale discontinuità con ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Una nuova difficile, ancorché inquietante e insieme esaltante, costruzione di un nuovo ibrido, ennesima variante di una (come Caronia amava descrivere la nostra storia di specie) tra le più sofisticate sperimentazioni della natura. Non è detto che debba andare per forza bene, e l’avveramento dei più arditi sogni del capitalismo non possono non prefigurare l’esito infausto di quest’avventura. Per farcela non avremo bisogno di nuove utopie ma di una storia fatta di parole nuove che ci permettano di costruire “tattiche di resistenza, nella forma di ‘slittamenti temporali’, quelle fughe nel futuro e nel passato di cui ci parlava Philip K. Dick. (…) Per non farci trovare mai lì dove si pensa che dovremmo essere per fare la nostra parte di agenti valorizzatori, di colonizzatori del tempo per conto terzi”. (7) E poi? E poi è una domanda che appartiene a una storia finita, chiusa. A noi serve una storia aperta dal finale non scontato, perché noi, nonostante i sogni del capitale che ci vorrebbe tutti morti, siamo ancora vivi.  

Nota 1: Antonio Caronia, Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale, a cura di Loretta borrelli e Fabio Malagnini, Culture Radicali, Meltemi editore, 2020.

Nota 2: Nel ricordo per Enrico Livraghi: “E capivo che lui mi etichettava spietatamente ma con una certa tolleranza tra gli ‘antropologhi ottimisti del cyberspazio’ (…) e riluttavo allora, mentre capii poi che nell’essenziale aveva ragione.” http://un-ambigua-utopia.blogspot.com/2015/06/antonio-caronia-per-enrico-livraghi-da.html

Nota 3: Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 1998

Nota 4: M. Foucault, Sicurezza Territorio popolazione, Feltrinelli 2005

Nota 5: A. Caronia,  L’insostenibile naturalità della tecnica, 1999

Nota 6: A. Caronia,  Digital Time,  2008

Nota 7: idem

Pubblicato su La Bottega del Barbieri Qui  (18 agosto 2020)

altre recensioni:

Luca Giudici in Quaderni D'Altri Tempi Qui  (30 ottobre 2020)

Francesco Monico in Che Fare Qui (4 novembre 2020)