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sabato 30 gennaio 2021

Antonio Caronia: Fantasy al sole

 


Linus agosto 1984

Impazza un’estate lungamente attesa, ed eccomi a segnalarvi qualche distensiva, evasiva anche, ma non banale lettura canicolare: sempre fra quelle, s’intende, che abbiano attinenza col nostro genere, o supergenere, preferito, il fantastico. Cominciamo (un dubbio contrario non mi sfiora neppure) con l’autore nuovo più interessante arrivato da noi quest’anno. Se ancora non l’avete fatto, e disponete di almeno quattro o cinque pomeriggi da dedicare alla lettura, dovete assolutamente procurarvi I figli della mezzanotte, terzo romanzo, ma primo tradotto in italiano, dell’indiano Salman Rushdie (Garzanti, pp. 518, L. 22.000). Rushdie scrive in inglese, per la buona ragione che vive a Londra dall’età di 14 anni (adesso ne ha 37), e ci sommerge, ci inonda, ci ingolfa con l’autobiografia di Saleem Sinai, portavoce e “coordinatore” della Midnight Children Conference (Conferenza dei figli della mezzanotte). Costoro sono i bambini nati appunto attorno alla mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno di proclamazione dell’India come Stato indipendente: ognuno di loro ha, per questa ragione, poteri straordinari, e tutti insieme possono collegarsi telepaticamente tramite Saleem. I giorni di questa “Conferenza” sono brevi, ma segneranno profondamente la vita di ognuno di loro e in primo luogo quella di Saleem, che nel libro + il martellante e invadente io narrante: tutta la narrazione, che parte dalla vita del nonno di Saleem per arrivare alla sua nascita e alla storia della sua “ascesa e caduta”, se così si può dire, sembra in effetti preparare l’ingresso sulla scena dei fatidici bambini e lo straordinario intreccio tra vite peivate e storia della nazione indiana che essi realizzano, fino allo sconvolgente epilogo che, per carità di lettura, vi nascondiamo. La filosofia narrativa di Rushdie è racchiusa tutta in queste due sentenze: “Per capire una sola vita dovete inghiottire il mondo” e “Alla forma non si può sfuggire”. I critici hanno paragonato I figli della mezzanotte a Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, a Augie March di Bellow, hanno scomodato persino Laurence Sterne e, il suo Tristam Shandy. Io aggiungerei la storia di un’altra turbolenta e mirabolante iniziazione alla vita, quella raccontata in Il grande tiratore di Vonnegut, di cui ho parlato il mese scorso su queste stesse pagine. Con questa fondamentale differenza: che tanto Vonnegut sottrae particolari alla narrazione, giocando su un sapiente uso ironico dell’ellissi (ed è il suo biglietto da visita), quando Rushdie ne accumula, di particolari, in una ridondanza barocca e stordente, in una spudorata esibizione del meccanismo narrativo che ne fa un romanziere, se possibile, ancora più “postmoderno” di Vonnegut. Postmoderno e gioiosamente materialistico, se alla fine del romanzo scopriamo che Saleem Sinai ha costruito, un equivalente gastronomico della sua autobiografia, 31 vasetti di mostarda indiana con dentro i sapori della sua vita, uno per ogni capitolo, uno per ognuno dei suoi anni… Sempre in tema di pseudo-autobiografie, prosegue la narrazione in prima persona del viaggio-ricerca di Severian, che costituisce il ciclo in quattro volumi del “Libro del nuovo sole” di Gene Wolfe. Nella terza tappa, l’ultima finora disponibile (La spada del littore, Nord, pp. 270, L. 10.000), Severian ha finalmente raggiunto la città di Thrax, sua meta nel precedente volume, ma se ne allontana per nuove peregrinazioni. Ho già consigliato la lettura di questo ciclo, ma rimando ancora una volta un discorso più compiuto a quando l’ultimo volume, La cittadella dell’autarca (la cui uscita è peraltro imminente) scioglierà i non pochi enigmi accumulati nei primi tre. Il ciclo di Wolfe è, grosso modo, collocabile nel filone “fantasy”. Rimaniamo quindi nei paraggi e vediamo che cosa ci riserba  quest’estate la fantascienza. Nel settore classici in primo luogo i mai dimenticati Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, che ricompaiono nella collana Cosmo Oro riutilizzando la vecchia traduzione di Malaguti (Editrice Nord pp. VIII-210, L 8.000): sono pochi gli appassionati che non l’hanno letto, ma ai neofiti non deve mancare questa affascinante contaminazione tra il mondo dei freaks e la tematica del superuomo. Mondadori ci offre, nella collana “I Massimi”, un trittico di Clifford Simak, che non è per nulla uno dei miei autori preferiti, ma ha un posto ineliminabile nel cuore dei fan (Anni senza fine, Camminavano come noi, Oltre l’invisibile, pp. 420, L. 18.000): l’evento è memorabile perché il primo romanzo, uscito varie volte tagliatissimo su “Urania”, è ora ripristinato in versione integrale). Proseguendo nella scia delle antologie d’autore, inaugurata dai due volumi di “Cosmolinea B” di Frederic Brown, ecco negli “Oscar fantascienza” i quattro volumi di Shock di Richard Matheson (pp.784, L. 18.000), praticamente l’opera omnia, quanto ai racconti, dello sceneggiatore di Duel, e in “Urania blu” La signora degli scarafaggi di Thomas Dish (L. 3.000). E scusate se è poco. Per quanto riguarda le novità, il tema del passato dell’umanità e del viaggio nel tempo sembra avere largo spazio, visto che lo si trova in due libri peraltro molto diversi, e cioè in La terra dai molti colori della nuova autrice, Julian May (Nord, pp. 460, L. 12.000), primo volume di una “Saga dell’esilio del Pliocene” di cui molto si è discusso in America negli anni scorsi, e Il tempo è il solo nemico (Nord, pp. 286, L. 8.000) di Michael Bishop, autore ben poco pubblicato da noi ma notevole per la presenza di un vivo interesse antropologico in una solida cornice da “space opera”. Dopo aver ancora segnalato, per gli amanti del filone utopistico-sociologico, Le torri dell’Eden di Renato Pastriniero (Fanucci, pp. 190, L. 6.000), per gli amanti di Farmer il suo ultimo Il distruttore (Nord, pp. 290, L. 5.000) e per i masochisti il Dramocles (Urania 974) di uno Scheckley che non si vuole maltrattare solo per riguardo al suo glorioso (ma quanto lontano!) passato, veniamo ad un ritorno atteso e graditissimo. Esce infatti in questi giorni in edicola Urania n. 976, edizione speciale argentata con l’ultima antologia di James G. Ballard (10 racconti tutti nuovi, compresi un paio di inediti) uscita in Inghilterra nel 1982 e tradotta per noi da Giuseppe Lippi: Mitologie del futuro prossimo. Ballard, dopo un periodo abbastanza lungo di prove non certo entusiasmanti (Condominium, Hello America) ritorna al suo tema di sempre, la regressione dell’uomo in una realtà psichica che prende via via il posto del mondo esterno, ci ritorna con la dimensione narrativa che gli è più congeniale, quella del racconto, e con una insolita radicalità. L’unico spazio che rimane all’uomo, sembra dire Ballard, è proprio questo percorso “all’indietro”, fino alle sue estreme conseguenze, fino alla negazione della vita, a una morte prima subita, poi accettata e comunque percorsa fino in fondo. Un libro da non perdere, che sembra riproporre temi oscuri ma persistenti della nostra cultura, A riprova, ecco un’altra iniziativa editoriale. Le edizioni Theoria, già note per un catalogo all’insegna della contaminazione fra scienza e fantasia, hanno da qualche mese mandato in libreria una nuova collana, “Riflessi”, che si propone di “disegnare la storia delle paure e delle ossessioni della cultura occidentale” attraverso testi di letteratura fantastica (gotico in particolare), cronache di processi, autobiografie e testi scientifici. Il progetto non appare forse molto chiaro: personalmente non ho capito per esempio, che cosa c’entrino con la collana le ultime divagazioni autobiografico-critiche di Oreste del Buono (La talpa di città), che peraltro si leggono volentieri. Raccomando però ugualmente questi volumetti dal formato ultra-tascabile e dal basso prezzo. Fra i titoli finora usciti mi sembrano più interessanti i testi minori di autori gotici o neo-gotici: L’anaconda di Matthew G. Lewis, per esempio (pp. 128, L. 6.000), La catena del destino di Bram Stoker (l’autore di Dracula), stesse pagine, stesso prezzo, e Il vampiro di John Polidori, segretario di Lord Byron, a cui talvolta il racconto fu attribuito. Di questo, che il primo testo letterario in assoluto in cui viene rielaborata la leggenda popolare del non-morto, bisogna però segnalare, per una di quelle bizzarrie non frequenti nel nostro mondo editoriale, un’altra edizione pressoché contemporanea, più costosa ma molto meglio curata, anche criticamente (John William Polidori, Il vampiro, a cura di Giovanna Franci e Rossella Mangaroni, con 22 illustrazioni, pp. XXXJJ-130, Studio Tesi, L. 15.000). Mi piace pensare che questo rinnovato interesse dell’editoria, e (si spera) anche dei lettori, per il gotico e la letteratura della paura abbia a che fare con gli anni in cui viviamo, con il fallimento delle utopie realizzate e la pervicace riproposizione (sotto varie forme) delle utopie progettate, ivi comprese le entusiastiche ideologie tecnocratiche che non ammettono di esserlo. Perciò, in questa estate 1984, reduce dal X Congresso italiano di fantascienza che si è tenuto a Montegrotto alla fine di maggio proprio nel nome di Orwell, e delle discussioni che lì abbiamo fatto con Giuseppe lippi e Nicoletta Vallorani e Leo Marchetti e tanti altri, mi permetto di consigliarvi la lettura in parallelo di due libri. Le ragioni dell’utopia le troverete egregiamente sostenute nella futurologia medievaleggiante di Notizie da nessun luogo (Garzanti, pp. 2444, L 7.000), esposte con la prosa un po’ magniloquente di quel curioso socialista ottocentesco inglese che era William Morris; le ragioni (e che ragioni!) dell’anti-utopia stanno invece nel recentemente ristampato Noi (Feltrinelli, pp. 160, L. 6.000) scritto tra il 1920 e il ’22 dallo scrittore e ingegnere russo Evgénij Zamiàtin con lo stile secco ed essenziale che si addice alla descrizione di un mondo in cui anche le persone si chiamano con un numero e lo Stato totale regola pubblico e privato. Un testo che ha ispirato non solo orwell ma anche (tanto per fare un altro nome) l’epopea swiftiana di Zinovev, Cime abissali. Ma intanto la tecnologia avanza, il mercato dei personal computer comincia a diventare grandino anche in Italia e, utopia o no, è bene tenersi informati. Fra i tanti testi introduttivi all’argomento mi sento di segnalarvi La vita elettronica (Garzanti, pp. 290, L. 16.000), non solo perché è di Michael Crichton, l’autore di Andromeda e Congo, ma perché è il libro di un utente di computer che si rivolge ad altri utenti, non pretende quindi di insegnare l’informatica ma solo un uso non dispersivo di una macchina che è ormai impossibile ignorare, e poi è naturalmente divertente (andate subito a vedere in che cosa un personal computer assomiglia a un maggiordomo inglese!). Chi invece voglia un’informazione serena, ma critica sulle conseguenze sociali dell’introduzione dell’informatica nel mondo del lavoro può vedere il recentissimo Lavoro e intelligenza nell’età microelettronica (Feltrinelli, pp. 136, L. 17.000) di Paola Manacorda, una delle poche persone in Italia che scrive di questi argomenti con sperimentata conoscenza dei problemi e senza nessuno schieramento preconcetto nelle file degli “apocalittici” o degli “integrati”.


martedì 29 dicembre 2020

Antonio Caronia: Dopo l'uomo


 

Linus maggio 1983

“Era profondamente radicata in loro la percezione che nell’Universo niente esiste come Materia, ma che tutto è Energia. Che noi tutti siamo solo ombre della stessa Energia, che niente e nessuno possiede un’identità propria. Che non esistono cose; e che, in realtà, l’elemento caratterizzante l’Universo consiste nella sua inesistenza.” Troviamo questa sintetica esposizione divulgativa dell’ipotesi idealista, a mezza strada fra il vescovo Berkeley e le dottrine buddiste, in Tempo di mostri, fiume di dolore di James Kahn (Urania n. 934, pp. 264, L. 1800) che presenta l’ennesima versione del mondo “dopo la catastrofe”: ma con tale ricchezza di scenari, particolari e riferimenti, da farne un utile repertorio di temi e figure dell’immaginario fantascientifico di questi ultimi anni. Qui risiedono le ragioni dell’interesse del romanzo, più che nell’andamento narrativo, abbastanza tradizionale anche se fluido e a tratti serrato. Ecco lo scenario: nel 24° secolo l’avanzata dei ghiacci ha ristretto l’abitabilità della terra a ristrette fasce temperate, ma l’umanità arriva all’appuntamento falcidiata dalle precedenti guerre nucleari e biologiche. In una America frazionata in piccoli territori e comunità, i pochi umani convivono con una pletora di esseri da incubo, usciti dalla fantasia dell’uomo dei secoli precedenti: Vampiri, Centauri, animali pensanti e parlanti, fino agli esseri artificiali più sofisticati, i Neurumani, corpi sintetici costruiti attorno a un cervello umano, isolato e tenuto in vita con tutto il bulbo spinale. È evidente quanto uno scenario del genere debba a Ballard, a Delany, a Farmer: il confronto con l’ultimo romanzo di quest’ultimo, Il sole nero (di cui si è parlato su queste pagine qualche mese fa) (1) si impone anche per la somiglianza di due dei protagonisti, il centauro Beauty nel romanzo di Hahn, e l’essere vegetale Sloosh in quello di Farmer. Ma sono evidenti anche le differenze: mentre Farmer si limita a mettere in scena i suoi personaggi, i suoi esseri mitologici, lasciando nell’ombra la loro origine, e anzi insinuando nel finale il dubbio che quel mondo sia proprio il nostro mondo, Kahn si preoccupa di dipingere un quadro razionale, e di informarci che vampiri, centauri e altri esseri fantastici sono il prodotto di manipolazioni genetiche su larga scala. Quale che sia la loro origine, però, tutti questi abitatori della fantascienza più recente alludono, con le loro forme e lo spazio che si portano dietro, ad un mondo che, per essere fantastico, non è meno attuale: un mondo in cui il posto centrale non è più occupato dall’uomo e dai sistemi di relazioni, di psicologie, di motivazioni ad esso collegati, ma dagli esseri (o, a volte, solo dalle funzioni) artificiali di cui l’uomo stesso, negli ultimi decenni, ha già cominciato a circondarsi. È una società post-umana quella che la fantascienza più recente ci descrive: è quella che Ridley Scott, forzando forse il testo ma non l’insieme dell’opera di Dick, ha messo insieme così efficacemente in Blade Runner, una società in cui l’uomo non è scomparso, ma deve affrontare tutti i nuovi e sconvolgenti problemi che derivano dalla coabitazione con un insieme di forme di vita artificiali, prodotte da lui stesso eppure dotate di logica, sensibilità, comportamenti, aspettative, strategie a lui estranee. Nonostante la similarità degli argomenti e degli scenari, non è più della vecchia fantascienza catastrofista degli anni 50 e 60 che si tratta, ora, ma del riconoscimento (con tutta la paura e l’angoscia che questo ancora comporta) che l’uomo, anche prima del fatidico incontro con gli esseri provenienti da altri mondi, non è più solo, già oggi, su questa terra; che bisogna scoprire poco a poco, o inventarsi tutto d’un colpo, un nuovo modo di convivere con i prodotti della nostra creatività.

(1)   Meglio morti che immortali, in Linus novembre 1982 QUI


domenica 1 novembre 2020

Antonio Caronia: Meglio morti che immortali?

 


Linus novembre 1982

Esce presso l’editore Guanda, che lo presenta in modo francamente eccessivo come “il più bel libro di fantascienza del XX secolo”, il racconto Cancroregina di Tommaso Landolfi (nella bella ma ahimè costosa collana di “Prosa contemporanea”). Landolfi pur essendo uno scrittore irriducibile a scuole e correnti precise, fa parte di quella non grande schiera di esponenti della nostra letteratura che ha attinto spesso a materiali e figure fantascientifiche per la sua produzione, e della quale il più noto (se non l’unico) al grande pubblico è Italo Calvino. Alla fantascienza Landolfi ha sempre chiesto scenari e situazioni (c’è chi dice “pretesti”, ma per quale scrittori i suoi materiali non lo sono?) Per un suo discorso amaro e radicale sul destino dell’uomo, un discorso sempre a mezza strada fra il racconto filosofico e la confessione personale: questo avviene in alcuni dei Racconti impossibili, e in molti dei “dialoghi cosmici” pubblicati dal Corriere della Sera fra il 1975 e il 1976, pochi anni prima della sua morte. Questo avviene anche in Cancroregina, pubblicato per la prima volta nel 1950: qui la solitudine dell’autore in un congegno spaziale (descritto sommariamente e imprecisamente) destinato per un misterioso guasto ad orbitare per sempre intorno alla terra e dotato di una voce e di una intenzionalità proprie – la “Cancroregina” del titolo – diventa l’occasione per una confessione, che a tratti si fa disperata, della propria impotenza a vivere e a comunicare, a districarsi dalla confusione e dal pasticcio tra letteratura e vita. “E pensare che tutto quanto occorre a menarmi in salvo è qui, qui dentro e a portata di mano; ma è come se non ci fosse, non so trarne profitto”. Il mondo chiuso e isolato della navicella spaziale diventa l’impossibilità dell’autore a uscire da se stesso: l’ dentro egli, condannato a una specie di immortalità, aspetta “il coraggio di morire. Queste riflessioni sulla morte e l’immortalità vengono a Landolfi dal romanticismo tedeco e da Poe, che è citato all’inizio di Cancroregina. Ma è curioso osservare che il tema dell’immortalità è ricorrente nella fantascienza americana, dagli anni “d’oro” (Van Vogt in testa) giù giù fino ai nostri giorni. Lo dimostrano anche alcuni titoli apparsi di recente nelle collane specializzate: non tanto il mediocre Gli immortali di James Gunn, titolo giustamente dimenticato degli anni ’60, quanto l’ultima produzione di Philip J. Farmer tradotta in italiano, Il sole nero, del 1979. Con i ritmi serrati del romanzo d’avventura che solo lui sa condire con una sintassi tanto più avvincente quanto più sembra approssimativa e scheletrica. Farmer passa da una prima parte in cui prevalgono gli scenari della fantascienza “antropologica” (una Terra per noi vecchissima, il sole estinto e le galassie incenerite che con i loro passaggi periodici scandiscono il tempo delle tribù isolate e chiuse nelle loro culture sciamaniche) ad una seconda parte in cui emerge prepotente il senso del tempo cosmico, la rovina planetaria e l’unico modo per sfuggirvi è e raggiungere così una “quasi mortalità”: il passaggio attraverso le porte che separano i diversi piani spazio-temporali, i personaggi umani qui, a differenza del ciclo dei Fabbricanti di universi, sono più scialbi delle stupende invenzioni teratologiche di Sloosh, l’enorme centauro vegetale, esponente di una linea evolutiva post-umana, che delle piante ha tutta la lentezza biologica unita ad una enorme massa di conoscenze organizzate in una logica rigorosissima, e della Shemibob, la gigantesca donna-serpente proveniente da un’altra galassia, padrona di una meravigliosa e sconosciuta tecnologia, che condurrà i protagonisti oltre la porta, in una Terra parallela, per sfuggire al destino di estinzione di questa Terra. Chiuso il libro, naturalmente, non sappiamo se la Terra che noi conosciamo è quella che i nostri eroi abbandonano, ormai al termine del suo ciclo, o quella a cui approdano, all’inizio di quella che potrebbe essere la nostra evoluzione umana. Ma questa non è che una variante della concezione ciclica del tempo di Farmer, condannato egli stesso a riscrivere lo stesso libro in decine di forme diverse, alla ricerca di un senso segreto della vita che egli per primo sa non esistere. Una lettura che comunque si raccomanda, quella di questo Il sole nero, in attesa di poter leggere o rileggere il capolavoro del “tempo ciclico” farmeriano, quel Mondo del fiume di cui l’editrice Nord annuncia la riedizione integrale, in cofanetto, per il prossimo anno.