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venerdì 4 dicembre 2020

Dal cyborg al postumano di Antonio Caronia. Recensione di Giuliano Spagnul

 


Molto acutamente Alberto Abruzzese, nella prefazione al libro “Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale” per le edizioni Meltemi, (1) nel declinare le tre fasi di “approfondimento e raffinamento della (…) particolare prospettiva politico-culturale” di Antonio Caronia, assieme all’insegnamento nella scuola e alle lezioni in contesti accademici, pone la sua laurea in matematica “che gli ha conferito una specifica competenza nel trattare testi e processi solitamente in mano a altre discipline.” È una doverosa sottolineatura, ancor più perché si tende facilmente a dimenticarsene. Certo, che ci fosse una competenza di stampo scientifico e un forte interesse a coniugare l’immaginario con la scienza era più che evidente in lui; anche se difettava di quel cipiglio un po’ arido e freddo che si vorrebbe caratteristica degli uomini di scienza e, in particolare, di quelli dediti alla matematica, scienza tra le più pure. Ma in realtà, forse, era proprio questa la matrice che gli permetteva di spingersi più oltre di tanti altri, nel cogliere il peso determinante che le astrazioni del fervido immaginario umano (quella capacità di costruire mondi virtuali in cui sperimentare i sogni più arditi) hanno sulla vita reale e concreta di tutti noi. E ancora Abruzzese nota, giustamente, nel desiderio di Caronia, celato nell’invito a dimenticare il Novecento (secolo delle rivoluzioni fallite), la speranza di una nuova via di liberazione dal potere “finalmente possibile a ragione della scomparsa del corpo umano dentro un corpo che non soffrisse più degli inganni della natura spietatamente antropocentrica e della violenza della forza sovrana che ne ha fatto irreversibile strumento di dominio.” È il tema del postumano, da sempre centrale per Caronia e che proprio lui tradisce negli ultimi mesi di vita preferendo dedicarsi a un seminario su “arte e follia” a Macao, invece che alla stesura di un articolo richiestogli per il numero di Aut Aut dedicato proprio al postumano. Di quell’articolo non sono rimaste tracce, nessuna nota o appunto, solo un’entusiasta mail agli amici per condividere la gioia di questa inaspettata richiesta. È vero quel desiderio, a cui accenna Abruzzese, desiderio più che umano di andare oltre l’umano ma è vero che proprio Caronia poteva vantare di averne lucida coscienza, accompagnata da un’altrettanta lucida autocritica . (2) Cos’altro avrebbe potuto dire, in quel momento, sul postumano che non avesse già ribadito con forza più volte, e cioè che non di un superamento del corpo (in una sorta di divenire angelico) si tratta, ma del finire delle condizioni di un determinato sapere (episteme) e di “una nuova nascente episteme”. È questo che sta a significare  per Antonio Caronia la parola postumano. Una nuova parola per una vecchia storia che sempre, a più riprese, si è presentata lungo l’arco della storia evolutiva della nostra specie: la trasformazione dei dispositivi di formazione di un nuovo sé, quei dispositivi che nell’epoca appena trascorsa hanno costruito quell’”Io” del soggetto moderno e che in questa nuova epoca, modificati, ne stanno costruendo uno affatto nuovo. Cos’altro avrebbe potuto aggiungere in un volume dedicato al postumano se non uno scontro/incontro con il proprio corpo, carnale, artificiale, immaginato che sia: e questo ha fatto optando per il silenzio delle parole scritte a favore di quelle orali, vis-à-vis, con altri umani, altri corpi, come il suo soggetti ad ammalarsi e a perire, non prima però di aver espresso tutta la loro voglia del vivere e di gioire. È giusto quindi che questa antologia di scritti inizi con un testo non scritto, una lezione all’Accademia di Brera nella tarda primavera del 2010. Per chi considera la biopolitica foucaultiana come un teorema superato dall’evoluzione odierna degli strumenti tecnologici e della loro capacità di operare, o meno, sulla viva carne degli individui, questa lezione sulla nascita della biopolitica, coestensiva a quella dell’uomo artificiale (robot, androide, cyborg che sia) chiarisce in modo esemplare l’essenza di questo concetto, così spesso frainteso nonché abusato. La biopolitica è il punto di snodo in cui la storia umana concepisce l’idea della “modificabilità della natura” da parte dell’uomo e questo nuovo sapere determina un potere che necessariamente deve servirsi di nuovi dispositivi capaci di modificare la natura dell’essere umano stesso. All’artificialità della natura corrisponderà, d’ora in poi, l’artificializzazione dell’umano: “non ci sono più uomini naturali una volta che è comparso l’artificio all’orizzonte della specie umana.” E al potere non basterà più esercitare la pura sovranità o un regime disciplinare (di addestramento all’obbedienza), occorrerà, per perpetuarsi, fare quel salto enorme di rendere governabile la vita in tutte le sue forme, da quella individuale, a quella sociale, a quella immaginale, a quella biologica fino ai suoi recessi più profondi e intimi: “la biopolitica vuol dire che è stato reso governabile l’ingovernabile.” Antonio Caronia ha capito che, in realtà, Foucault non ha fatto altro che parlarci di biopolitica  (nonostante che questo termine compaia solo alla fine del corso del ’76) (3) anche quando si è messo minuziosamente a raccontarci la storia della sessualità o i processi di soggettivazione della Grecia antica come del primo cristianesimo. Tutto il suo lavoro tende verso quell’”irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale” (4) che Caronia si spinge a completare modificandolo in una forma più consona all’oggi: “l’irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale determina l’artificialità della stessa natura umana, la trasformazione artificiale della stessa natura umana.” Schematizzando, credo che Antonio Caronia abbia voluto, tramite Foucault, dirci che la natura dell’uomo consiste nella sua progressiva artificializzazione e che per biopolitica si deve intendere quella possibilità di rendere questo processo governabile, nel suo divenire sempre più, di fatto, ingovernabile. La questione non è quindi la comparsa di qualcosa di nuovo che chiameremo biopolitica, come se non fosse mai esistita una politica che in un qualche modo abbia cercato di governare la nostra vita, ma piuttosto della sua inedita e inaudita potenza che oggi ha assunto grazie al nuovo sapere-potere che le ha conferito la fusione tra scienza e tecnica, con progressione esponenziale in questa fine e inizio di nuovo millennio. Questo libro, curato sapientemente da Loretta Borrelli e Fabio Malagnini, suddiviso in tre parti, sostanzialmente riguardanti il cyborg, la fantascienza e il postumano, in realtà ci accompagna in un percorso che oltre a volerci far “dimenticare il Novecento” vuole anche farci uscire dalle secche di quel linguaggio a lui ancora strettamente legato. Né il cyborg, né il postumano, né la fantascienza tutta (di basso o alto livello che sia) possono pensare di essere traghettati nel nuovo secolo/millennio senza essere depurati da quelle croste di residui utopici o prometeici peculiari di un tempo irrimediabilmente finito. “La fantascienza (non si può non essere d’accordo con Ballard) è stata l’immaginario portante del XX secolo (…) la fantascienza sarà ancora l’immaginario portante del nuovo secolo? La risposta è più probabilmente no che sì. La fantascienza cadrà vittima (forse è già caduta vittima) di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale.” (5) Quando la fantascienza si cala nella realtà fino ad annullare, di fatto, quella distanza indispensabile, “quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione” si rende impossibile l’esistere di quella zona franca in cui poter immaginare i possibili potenziali, tutto rimane schiacciato entro i confini di quel contingente sempre più dato come unico possibile. La parola fantascienza deve quindi, per noi del nuovo millennio, dirci qualcosa di scandalosamente nuovo. Qualcosa che “non ha più niente a che vedere con il futuro della modernità, che era una proiezione del presente del soggetto, un luogo da costruire con pazienza, sagacia e tenacia, nei tempi lunghi del lavoro e della progettualità” ma, invece, con un futuro che assomiglia “piuttosto a uno spasmo del presente, a un’anticipazione frenetica di processi che non si distendono più dal passato al presente e oltre, ma vivono sin dall’inizio perennemente proiettati in avanti.” (6) E allora la fantascienza oggi deve essere una parola nuova che come quella che dice cyborg o postumano deve definire un concetto piuttosto che un’essenza. E questi concetti, questi modi nuovi di pensare e di pensarci, maturano in una fase storica di violenta accelerazione tecnologica in cui è, e sarà, sempre più necessario fare i conti non con ciò che è dato, certo, a cui si può fare affidamento, ma a ciò che è mutevole, incerto, non definito. Perché una realtà che non può più contare su un futuro da immaginare, programmare e realizzare rende obsoleti quei confini tra dato e immaginato che vivevano ancora entro  quella forzatura ossimorica che stava alla base della parola fantascienza. Alla fine questa ottima scelta antologica, io credo, ci ponga di fronte a quello che è il nodo centrale per riuscire a sopravvivere all’utopia capitalista (unica uscita vincente dal secolo appena trascorso), quello di considerare  il tempo in cui stiamo vivendo in sostanziale continuità o discontinuità con quello passato. Cioè se il futuro è realmente scomparso, se la cultura non può più essere considerata elemento estraneo alla natura, se lo spazio del virtuale non è più uno spazio immaginato ma è esperito e vissuto nella nostra quotidianità in quanto ne facciamo ormai completamente parte e i tanti altri se che Caronia pone ci costringono a una presa di posizione, che per quanto riguarda lui non può che essere che quella di assumersi la responsabilità di divenire postumani e quindi in sostanziale discontinuità con ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Una nuova difficile, ancorché inquietante e insieme esaltante, costruzione di un nuovo ibrido, ennesima variante di una (come Caronia amava descrivere la nostra storia di specie) tra le più sofisticate sperimentazioni della natura. Non è detto che debba andare per forza bene, e l’avveramento dei più arditi sogni del capitalismo non possono non prefigurare l’esito infausto di quest’avventura. Per farcela non avremo bisogno di nuove utopie ma di una storia fatta di parole nuove che ci permettano di costruire “tattiche di resistenza, nella forma di ‘slittamenti temporali’, quelle fughe nel futuro e nel passato di cui ci parlava Philip K. Dick. (…) Per non farci trovare mai lì dove si pensa che dovremmo essere per fare la nostra parte di agenti valorizzatori, di colonizzatori del tempo per conto terzi”. (7) E poi? E poi è una domanda che appartiene a una storia finita, chiusa. A noi serve una storia aperta dal finale non scontato, perché noi, nonostante i sogni del capitale che ci vorrebbe tutti morti, siamo ancora vivi.  

Nota 1: Antonio Caronia, Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale, a cura di Loretta borrelli e Fabio Malagnini, Culture Radicali, Meltemi editore, 2020.

Nota 2: Nel ricordo per Enrico Livraghi: “E capivo che lui mi etichettava spietatamente ma con una certa tolleranza tra gli ‘antropologhi ottimisti del cyberspazio’ (…) e riluttavo allora, mentre capii poi che nell’essenziale aveva ragione.” http://un-ambigua-utopia.blogspot.com/2015/06/antonio-caronia-per-enrico-livraghi-da.html

Nota 3: Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 1998

Nota 4: M. Foucault, Sicurezza Territorio popolazione, Feltrinelli 2005

Nota 5: A. Caronia,  L’insostenibile naturalità della tecnica, 1999

Nota 6: A. Caronia,  Digital Time,  2008

Nota 7: idem

Pubblicato su La Bottega del Barbieri Qui  (18 agosto 2020)

altre recensioni:

Luca Giudici in Quaderni D'Altri Tempi Qui  (30 ottobre 2020)

Francesco Monico in Che Fare Qui (4 novembre 2020)


sabato 7 novembre 2015

Loretta Borrelli: intervento al convegno Logica Lane


“Non abbiamo futuro, perché il nostro presente è troppo mutevole. Abbiamo solo rischi di gestione. La ricomposizione degli scenari a partire dai singoli eventi. L’individuazione di modelli” dice un personaggio di Gibson nel romanzo L’accademia dei sogni
Ma c’è di più della nostra realtà. La messa a valore del linguaggio e delle relazioni implica la riduzione del linguaggio ad algoritmo, della relazione alla connessione. Implica la restrizione degli spazi di libertà, l’assoggettamento dei corpi, la normalizzazione dei linguaggi. Restrizione, assoggettamento, normalizzazione, sono certo suggeriti dal sistema politico, economico, mediatico, ma sono realizzati dalla più capillare rete di carcerieri che mai si sia vista: noi stessi. Così funziona oggi l’intreccio (al quale Michel Foucault dedicò i suoi studi), tra la società della disciplina e la società del controllo (spesso dell’autocontrollo). Ecco perché (per usare il termine spinoziano di Benasayag) questa è l’epoca delle “passioni tristi”.
Ma allora, se ormai ogni aspetto della vita umana, ogni secondo del nostro tempo è coinvolto (sussunto) nel processo di valorizzazione, dobbiamo rassegnarci all’eternità di questo incubo? Io credo che possiamo uscirne, se vogliamo. Perché una segregazione a vita nel purgatorio, quando il paradiso non arriva mai, a lungo andare è intollerabile. E l’arte non ha nulla da dire (o da fare) in questa situazione? Forse l’arte nel senso dell’“arte di mercato” è effettivamente sorda e muta a questo proposito. Ma ci sono, per fortuna, altre esperienze: quelle di tanti artisti – e anche persone che non si definiscono tali – che lavorano all’interno o a contatto coi movimenti di opposizione sociale, e producono, più spesso che opere, azioni e situazioni che mettono in discussione questa realtà.
Se oggi l’arte (o l’attività prevalentemente espressiva degli esseri umani) ha un senso, deve parlarci di questo. Deve parlarcene proclamando e praticando l’irriducibilità del linguaggio all’algoritmo, la ribellione dell’espressione alla merce, la fuga della vita dall’immaginario precotto ed eterodiretto. L’arte come tavolozza del possibile oggi non può che essere ribellione e sovversione. Da sempre, come ci disse Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, là cresce anche la salvezza”.
Questo testo è un estratto di un articolo di Antonio Caronia dal titolo Soggettivita’, linguaggio, ribellione pubblicato su D'ARS magazine, di cui Caronia fu collaboratore per diversi anni, trovate online il testo completo. Nella conclusione Caronia scrive:
È giusto quindi cominciare con le parodie e con le beffe. La generazione più irrisa e truffata di tutta la modernità sta affilando i suoi denti, le sue parole, le sue righe di codice. Immaginari contro immaginari, parole contro parole, algoritmi contro algoritmi.
A questo mi sento i aggiungere in consapevole dissonanza con lo stile di Caronia “relazioni contro connessioni”. Mi riferisco a quelle relazioni che eccedono un'analisi di sussunzione o tecnologica. Relazioni che si iscrivono nei corpi e che diventano esperienza viva che risuona nell'altra o altro in cui è possibile sentire l'esperienza della libertà. Un'esperienza che ci permette di fuggire dalla fascinazione per false figure eroiche e per illusori prestigi accademici. Penso di poter dire questa verità tanto più perchè il testo che ho appena letto parla di un'esperienza particolare, l'intervento di un misterioso artista dal nome Fosco Loiti Celant presso l'Università Statale nei giorni del Salone del mobile del 2010. Questo azione politica nasceva non solo per gettare un sassolino negli ingranaggi dell'enorme macchina culturale capitalistica ma soprattutto per riflettere sul senso dato ai propri desideri. Cosa comporta soddisfare ciecamente il proprio desiderio dal più piccolo cioè quello di avere in omaggio un gadjet firmato a quello più grande, di creare un modello culturale dominante? Domande che rimangono per fortuna senza risposta e che ci lasciano l'inquietudine nella ricerca di significati che non siano dati una volta per tutte.

https://www.youtube.com/watch?v=gkvA-bTnRys