Questo articolo andrebbe riquadrato di nero, a rigore, perché si tratta, né più né meno, di un necrologio. La rivista Aliens, che nelle intenzioni del suo editore Armenia avrebbe dovuto sostituire degnamente Robot, ha infatti cessato in agosto le pubblicazioni: un po’ in sordina e dopo soli nove numeri (anche se, assai pateticamente, l’ultimo fascicolo è stato numerato 9/10). Era, in pratica, l’unica rivista di fantascienza in Italia: “rivista”, cioè , nel senso etimologico di “rassegna” di informazioni, saggi (si fa per dire) e racconti, e “unica” perché era la sola ad avere una diffusione soddisfacente sul territorio nazionale. Non altrettanto soddisfacenti, a quanto pare, le vendite: un redattore ha parlato di 350 copie vendute in media a Milano (il che è meno di quanto vende – parliamo sempre di Milano – Un’ambigua utopia…). Il fallimento commerciale delle riviste di fantascienza in Italia è un dato ormai storico: ne abbiamo parlato nel nostro libro Nei labirinti della fantascienza, e c’è stato chi, come Monica Saitto sull’Avanti, ha creduto di vedere nella “rivendicazione” di una vera rivista di fantascienza in Italia uno degli assi portanti del nostro discorso. Noi, in realtà, credevamo di aver esternato parecchi dubbi sulla possibilità che una rivista di questo genere trovi un mercato nel quale possa, non diciamo prosperare, ma almeno sopravvivere. Dubbi che la chiusura di Aliens ci conferma. ma quali sono, insomma, le cause di questo fallimento? Vittorio Curtoni, ex-direttore di Robot e responsabile della sezione cosiddetta “critica” di Aliens, una spiegazione ce l’ha, e la espone serio serio (nonostante le apparenze) sul numero di addio di questa rivista, in un editoriale il cui astio e la cui acidità sono sì, certamente spiegabili, ma non per questo meno fastidiosi. La “solipsistica”, tesi di Curtoni è la seguente: che la causa della prematura dipartita non solo di Aliens, ma di tutte le riviste che l’hanno preceduta, stia nella “necrofilia” del fandom; all’appassionato le riviste di fantascienza piacciono solo da morte, per poterle ricordare con accorato rimpianto: finchè sono vive le critica, le maltratta, e non fa nulla per mantenerle in vita. Sicché, chiude il nostro, “spettabile pubblico, ci hai rotto i coglioni”. Ora, neanche a noi gli “appassionati” organizzati, i fan, sono simpatici, e siamo disposti a sottoscrivere un certo numero di analisi sulle loro cattive qualità: ma (a parte la scarsa tolleranza di Curtoni nei confronti delle critiche) imputare loro le cause della morte della povera Aliens è francamente eccessivo. E che avrebbero dovuto fare, gli appassionati? Comprare dodici copie di ogni numero? Organizzare la vendita militante? Perché - ed è questa la valutazione a partire dalla quale probabilmente Armenia, Curtoni e collaboratori si sono rotte le corna - il numero degli appassionati “fedeli” è quello che è: ci ha forse azzeccato l’editore Viviani che, in una recente intervista (La bottega del fantastico n. 2, 1980), lo stimava attorno al migliaio. possono essere anche il doppio, to’: ma non di più. E quasi ognuno di loro, siamo sicuri, comprava Aliens. Perché Aliens proprio a loro si rivolgeva, e a nessun altro: era, in definitiva, una “superfanzine”, che poteva interessare soltanto chi, nel mondo della fantascienza, di riffa o di raffa, ci sta da “conoscitore”, da “competente”, da “esperto”. Se è così il signor Armenia, che ci tiene ad essere considerato un editore e non un filantropo (e chi potrebbe rimproverarglielo?), e che lasciava intendere, su uno dei primi numeri di Aliens, di “aver fatto bene i propri conti”, deve riconoscere che i conti non gli sono tornati. Niente da fare, allora? Una rivista di fantascienza, in Italia, non si può fare? Non resta che fare come Curtoni, che manda affanculo il suo pubblico (quello che, in fondo, la rivista gliela comprava) e continua a fare il riduttore di romanzi per Urania? Tutto sta ad intendersi su chi è il “pubblico”. E’ molto probabile che, nella forma e con le caratteristiche attuali, il fandom della fantascienza sia destinato a restare quello che è, e che quindi ogni rivista che lo assuma come interlocutore privilegiato sia destinata a scontrarsi con difficoltà insormontabili (a meno che non si limiti alla veste e alla diffusione delle fanzine). Ma un discorso sulla fantascienza può avere come destinatario soltanto il fandom, la sua mentalità, le sue idiosincrasie? Se c’è una cosa che stupisce, e fa pensare, è lo scarto che esiste tra il grado di penetrazione di discorsi, figurazioni, immagini soprattutto di tipo fantascientifico, nella vita di tutti i giorni, nell’esperienza comune, nei mezzi di comunicazione, e la ristrettezza di vedute, di strumenti, il clima da conventicola che domina ancora nel mondo ufficiale della fantascienza, fra gli “addetti ai lavori”. Lo scarto, insomma, tra la fantascientizzazione della nostra vita e le “istituzioni” fantascientifiche. Una rivista, forse, ha qualcosa da dire ad un pubblico più vasto (al pubblico di Linus, per esempio), se è capace di stare al passo con il ritmo della mutazione antropologica che si produce in ciascuno di noi, con l’arricchimento (o l’impoverimento) del nostro immaginario collettivo. Diceva Carlo Pagetti in un intervento (tanto bello quanto inascoltato) al convegno di Stresa che il problema oggi è come “difenderci” dalla fantascienza: Forse il termine è già troppo conclusivo: e anche ammesso che ci si debba “difendere”, il primo passo è comunque “capire” le trasformazioni di un armamentario, di un repertorio di luoghi comuni letterari che, sul filo degli anni, si sono trasformati in luoghi comuni del nostro inconscio collettivo e, in certa misura, della nostra vita quotidiana. La vera invasione non è quella di cui “parla” la fantascienza, ma quella che “opera” la fantascienza, anche se le due tendono sempre più a fondersi: dalla conquista dello spazio fino alla “mazinghizzazione” dei nostri bambini. Chi ha voglia e spago per tesserlo, questo discorso, può anche tentarlo, il mercato: ma non ci stupiamo che chi ha scelto un’altra strada sia andato incontro al fallimento anche commerciale.
mercoledì 3 marzo 2021
Antonio Caronia, Piero Fiorili: Morte accidentale di una rivista
domenica 27 dicembre 2020
Antonio Caronia: Euro Cannes
Come vi abbiamo accennato due volte fa, ai primi di
maggio c’è stato il quinto convegno europeo di fantascienza (Eurocon, in gergo: le associazioni
evocate da una lettura in francese di questa sigla non sono affatto, ovviamente,
imputabili agli organizzatori) svoltosi nella cornice del deplorevole e
deprimente palazzo dei congressi di Stresa. Cornice per altro abbastanza in
sintonia con il programma e lo svolgimento ufficiale del convegno stesso, su
cui spenderemo adesso qualche riga. I lettori considerino, per favore, che il
nostro è un punto di vista di un collettivo abbastanza anomalo nel panorama
della fantascienza italiana: abbiamo i nostri “autori preferiti”, ma non
sbaviamo vedendoli di persiona (alcuni incontri, con Bester e Brunner, per
esempio, ci hanno confermato nella convinzione che in genere è meglio evitare
di far parlare gli autori di sé stessi); ci sforziamo di avere delle idee su
come si potrebbe fare una buona politica editoriale nella fantascienza, ma non
abbiamo interessi editoriali da difendere; e via di questo passo. Per questo,
inevitabilmente, non ci piacciono quasi mai le stesse cose che piacciono agli
altri appassionati, detti, con stucchevole barbarologismo, Fans (mentre l’insieme di cui essi fanno parte viene detto Fandom). Siamo perciò convinti che a
molti di costoro l?Eurocon sia
andato bene così com’era. A noi no, e cercherò di spiegare il perché. C’era
innanzitutto la questione del premio: l’idea del premio non ci entusiasma in
genere, in nessun campo e in nessun settore: ma questi premi, assegnati all’Eurocon passavano proprio la misura.
Non si scopre l’America dicendo che dietro ai premi ci sono interessi
editoriali precisi, anche se gli editori interessati all’Eurocon smentiscono inorriditi (ma allora il loro accanimento nel
disputarseli andrebbe spiegato con improbabili sindromi demenziali, nelle quali
non crediamo). Per il premio Italia, dal risultato e dalla distribuzione dei
voti, pare di capire a noi, dall’esterno, che esso sia stato il risultato di un
accordo tra l’Editrice Nord, di Gianfranco Viviani (il quale in qualità di
coordinatore dell’Eurocon, ne ha
avuto il principale onore e onere), e l’editore Fanucci, e in genere l’area di
destra: alla Nord il premio per il miglior romanzo e la migliore collana, alla
destra quelli per la migliore fanzine
e il miglior saggio. Noi, che siamo in fondo un collettivo educato, non avremmo
preteso però di dire proprio queste cose dalla tribuna del premio: ci saremmo
limitati a leggere una dichiarazione molto più generica sull’imbecillità dei
premi, se la presidenza, nella persona del suddetto Viviani e (spiace dirlo) di
John Brunner, non avesse deciso per noi, togliendoci bruscamente la parola.
Pazienza, sarà per un’altra volta: l’imbecillità è un tema che non tramonta
mai… Poi c’è la questione dei soldi_ per accedere all’Eurocon occorrevano la bellezza di 25.000 lire (18.000 se si era
prenotato in anticipo): e in cambio si aveva una mostra di libri stranieri (non
in vendita), alcuni stand di librerie di editori (4 in tutto) e una rassegna di
film su cui non diciamo nulla perché non ci piace infierire. L’attento
osservatore avrebbe poi notato che il manifesto ufficiale dell’Eurocon non era altro che la copertina
del catalogo dell’Editrice Nord. Non conosciamo il bilancio di questa società,
ma abbiamo l’impressione che il capitolo “campagne promozionali” non riguardi
tutte quelle effettivamente messe in atto. E veniamo al difetto più grosso: il 5° Eurocon, come in genere tutte le
manifestazioni di questo tipo, è servito agli editori e ai professionisti
(quelli che ci sono venuti) per farsi pubblicità, scambiarsi idee, prendere
accordi; agli appassionati “organizzati” in rivistine, circoli, etc., per
rivedersi, fare nuove conoscenze (e in questo senso, certo, è servito anche a
noi), appagare il proprio feticismo. Non è servito ai lettori “normali”, e per
fortuna ce n’erano pochi. Nella sala del congresso gli interventi si
susseguivano, preparati da mesi, nella solita passerella, senza alcuna
comunicazione gli uni con gli altri. Quei pochi spazi di discussione che ci
sono stati li abbiamo organizzati noi, a lato e nell’indifferenza del convegno
ufficiale. Da quelle riunioni è uscita l’idea, che ci siamo incaricati di
rendere pubblica: quella di un incontro tra appassionati e lettori di
fantascienza organizzato in modo diverso: poche relazioni preparate (due, tre),
tanto spazio per la discussione, anche per chi ha da dire poche cose e non se
le scrive in anticipo: il tutto in uno spazio, possibilmente, più adatto di Stresa
alla moltiplicazione degli incontri e delle discussioni. Noi ci ritorneremo
sulle pagine di Un’Ambigua Utopia:
voi, comunque, fateci sapere che cosa ne pensate.

