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martedì 9 marzo 2021

Antonio Caronia: FS per l'estate


 Linus luglio 1983

Non vorrei essere caduto preda di una sindrome senile, e mettermi a rimpiangere i bei tempi andati, ma mi sembra proprio che la fantascienza degli anni Ottanta stenti a decollare. O forse è proprio vero quello che da tempo andiamo sostenendo (provocatoriamente, dicono alcuni) e cioè che la fantascienza come genere separato stia esalando gli ultimi respiri e che quanto di meglio ha prodotto negli anni passati si stia trasferendo in un nuovo genere di romanzo di massa, fra l'avventuroso e il tecnologico, come il caso di Congo starebbe a testimoniare. Per il momento non insisto: fatto sta che un rapido esame delle novità editoriali degli ultimi mesi conferma l'ipotesi: il confronto fra la nuova produzione e le ristampe e riedizioni va a tutto vantaggio di queste ultime. Ecco dunque una rapida rassegna che può servire da segnalazione e orientamento per le vostre letture estive. Fra i libri tratti da film, che Urania comincia a pubblicare con una certa frequenza, è da segnalare più che Dark Crystal, stucchevole quanto il film (e trattandosi del libro non abbiamo neppure la modesta attrattiva degli effetti speciali), Poltergeist (Urania 940): James Kahn ha tratto dalla sceneggiatura di Spielberg un romanzo breve dal ritmo serrato e notevolmente avvincente. L'ultimo Vance (Miro Hetzel l'investigatore, Nord, L. 4000) è abbastanza deludente, due esili trame gialle fanno da impalcatura alla consueta descrizione di civiltà aliene che è la caratteristica di questo autore. Ma la rappresentazione della cultura tribale dei Gomaz, delle loro guerre, del loro orgoglioso e sdegnoso separatismo, non diventa come in altre opere di vance un elemento del ritmo narrativo: la xenografia qui è un gioco descrittivo autonomo, e gli intrighi che sono alla base delle storie fanno fatica a tenere desta, da soli, l'attenzione del lettore. A prposito di culture aliene, mi sembra più riuscito l'ultimo romanzo breve del ciclo di Dorsai giunto in Italia (Gordon R. Dickson, Il Dorsai perduto, Nord, L. 4000). Gli ingredienti di Dickson (che pure, in questa narrazione marginale rispetto al flusso principale della serie, non si esprime con la stessa forza di Dorsai o di Soldato, non chiedere) sono più umani, lo sfondo alieno più accessorio, ma soprattutto il controllo del linguaggio è più solido, e quando cominciamo a renderci conto che dalle puntigliose descrizioni di ambienti e azioni sembra sempre mancare qualche particolare decisivo, il gioco è fatto: Dickson è riuscito con relativa economia di mezzi a costruire quella particolare atmosfera di malinconia, quel senso dell'isolamento dell'uomo che, pur senza essere decisivo dal punto di vista filosofico, rende riconoscibile il ciclo e conta pure i suoi estimatori. Un altro autore che a volte gioca con le atmosfere melanconiche e un po' crepuscolari è Bob Shaw, che però è più efficace come costruttore di meccanismi narrativi in cui la suspense gioca il ruolo decisivo. Recuperate, se vi riesce, la sua antologia uscita qualche mese fa (Locus-Alfa, Locus-Zeta, Urania n. 937): fra i racconti che vale la pena di leggere, quello che dà il titolo italiano alla raccolta (peraltro, attenzione!, già uscito in uno degli ultimi numeri della rivista di Asimov), e “Anfiteatro”: ci troverete due fra i più begli alieni a sorpresa degli ultimi anni. Chi è affascinato dagli universi paralleli, può leggere invece I mondi dell'impero di Keith Laumer (Nord, L. 12000), avventuroso e rutilante anche se un po' farraginoso; ma non dimentichi naturalmente che l'assoluto capolavoro del sottogenere “universi paralleli” è La svastica sul sole di Philip Dick che l'editrice Nord ha rimesso in circolazione già da qualche tempo. È un libro su cui si è già detto parecchio e spero che sia noto alla maggior parte dei lettori: chi non lo ha letto non può dire di conoscere veramente le possibilità della fantascienza sul piano della decostruzione della realtà e della crisi del soggetto. D'altra parte una buona introduzione alle stesse tematiche è offerta dalla riedizione di un altro romanzo di Dick dei primi anni Sessanta (Noi marziani, Nord, L. 4.000). Leggere o rileggere, le opere di Dick di quel periodo vuol dire rendersi conto, una volta di più, dell'importante lavoro che questo autore ha fatto introducendo nella fantascienza tematiche ed elementi di riflessione sulla crisi della società americana e sul ruolo sociale della tecnica senza mai abbandonare il carattere popolare di quella narrativa (come notava già dieci anni fa Carlo Pagetti nella sua introduzione a Noi marziani, ripubblicata anch'essa). Molto più datato appare invece, a rileggerlo oggi, un romanzo di Norman Spinrad del 1967, arrivato da noi alcuni anni più tardi suscitando un certo scalpore e oggi anch'esso riedito (Il pianeta Sangre, Nord, L. 6000). Enfant terrible della fs americana alla fine degli anni Sessanta, Spinrad partecipò ai movimenti di rinnovamento di quegli anni con una carica di rottura veramente notevole: e questo The man in the jungle (Il pianeta Sangre nella versione italiana) è la prima opera significativa in questo senso. Nella storia di Bart Fraden, avventuriero e politicante di professione che si prefigge lo scopo di abbattere la cupa Confraternita del Dolore per sostituirla alla guida del Pianeta Sangre, Spinrad aveva forse l'ambizione di alludere ad un discorso politico e antropologico che rovesciasse l'aforisma del fine che giustifica i mezzi. Costruendo scientificamente la rivoluzione che dovrà abbattere la crudele oligarchia che domina il pianeta (e le cui pratiche stanno a mezza strada fra quelle dell'inquisizione e le prescrizioni del divino marchese) Fraden si pone in realtà sullo stesso piano dei suoi nemici: sia lui che i suoi collaboratori arrivano a praticare l'antropofogia. E la rivoluzione si trasformerà in un massacro e in un bagno di sangue generale. Riecheggiando in modo piuttosto ingenuo teorie antropologiche che oggi su direbbero sociobiologiche, Spinrad sferzava però efficacemente luoghi comuni sulla bontà della natura umana e svelava “di che lacrime grondi e di che sangue” il fondamento della civiltà. E anche se oggi non proviamo più lo stesso brivido provato dieci anni fa alla prima lettura, di questo continuiamo a essergli grati.


mercoledì 10 febbraio 2021

Antonio Caronia: Il pelo e il vizio

 


Linus agosto 1980

Anche questa volta, visto che l’estate impazza e voi siete probabilmente più refrattari del solito alle nostre più sconvolgenti elucubrazioni, ci limitiamo a passarvi alcuni modesti consigli di lettura, rimandando all’autunno una (peraltro doverosa) riflessione sul perché vi andiamo propinando mensilmente questo sconnesso discorso a più voci, sulla cui ricezione siamo comunque angosciosamente privi di dati. Anche sull’efficacia di questi consigli, in realtà, nutriamo dubbi consistenti. Da un primo, sommario esame, infatti si può assumere l’ipotesi che i lettori di Linus si distribuiscano, rispetto alla nostra rubrichetta, nelle categorie seguenti: 1) appassionati ultra informati di fantascienza, che hanno letto già tutto prima di noi e che si fanno un baffo delle nostre recensioni/segnalazioni; se le leggono, lo fanno solo per poterci irridere e/o prenderci in castagna alla prima inesattezza; 2) intellettuali, fumettofili e affini, moderatamente interessati alla fantascienza, che giudicheranno troppo “iniziatico” il nostro discorso e continueranno con più profitto a leggere Gabutti; 3) i restanti lettori, mediamente squilibrati, che saltano senz’altro la rubrichetta. Sarebbe confortante per noi poter ipotizzare l’esistenza di una categoria 4), non vuota (sarebbe sufficiente all’uopo che contenesse anche un solo elemento), costituita da lettori non esclusivi di fantascienza, che per la loro vivacità intellettuale siano stufi di leggere Asimov, ma abbastanza digiuni di semiologia da poter essere incuriositi dalle letture che noi proponiamo. Nella speranza perciò, che la nostra fatica possa continuare ad essere annoverata tra i servizi sociali, sia pure nel senso restrittivo qua sopra esposto, torniamo a bomba. Che cosa si può leggere, quest’estate in Italia, di quella “nuova fantascienza” di cui ci sentiamo immeritatamente dei modesti divulgatori? Non molto, la risposta è ovvia. Avremmo voluto segnalarvi, fra i primi, l’ultimo romanzo di John Varley, uno fra i più interessanti nuovi autori americani, che ha al suo attivo una bella raccolta di racconti, The persistence of vision (alcuni sono apparsi in Italia sulla defunta Robot e sulla Rivista di Isaac Asimov) e il romanzo Linea calda Ophiucus, qui pubblicato da Sonzogno. Varley è, in qualche modo, uno dei continuatori di Delany, soprattutto per quanto riguarda le tematiche della sessualità e della crisi della personalità, per le quali è ovviamente debitore anche alla nuova fantascienza femminileJohn Varley, : ma non si fatica a riconoscere nelle sue opere anche l’influenza di Ursula Le Guin. Il romanzo Titan, uscito in usa l’anno scorso, riepiloga un po’ i temi e luoghi a lui cari (la sessualità, appunto, lo scarto tra oggettività e soggettività, la crisi dell’individuo in rapporto alla scienza e alla tecnica), proiettati questa volta sullo sfondo dell’ignoto e della presenza della trascendenza: siamo infatti su un pianeta “vivo”, che ha creato sul suo corpo un mondo mitologico, con apporti greci, cristiani e di altro tipo: lì la storia è veramente “il sogno di un folle”, e se centauri e gli angeli non sono più una metafora, il pianeta Gea può esserlo benissimo. In realtà, però, è inutile che andiamo avanti: questo romanzo in Italia, almeno quest’estate, non potete leggerlo, a meno che non leggiate l’inglese e non ve lo procuriate in edizione originale. Infatti Titano (Urania 839, Lire 1.000), che figura come l’edizione italiana di Titan, è stato trasformato in una storiella avventurosa per educande. Dev’essere stato un lavoro redazionale bestiale; episodi veri e propri non ne sono stati tagliati, anche se a volte qualche particolare mancante rende la storia un po’ balzellante e difficile da capire, ma tutto il testo è stato sottoposto ad una serie capillare di tagliuzzamenti, riassuntini, aggiustamenti, che lasciano a malapena lo scheletro e scarnificano abbondantemente il resto. Le più colpite sono state le scene erotiche, ovviamente (ma non pensate alla pornografia: il lettore ideale che ha in mente la signora Negretti, redattrice di Urania, sarebbe disturbato anche da una frase come questa: “La lingua di Bill era partita dai piedi di Cirocco e adesso stava esplorando il suo orecchio sinistro”, p. 4 dell’edizione tascabile americana, Berkeley 1980); e poi una miriade di osservazioni, particolari, gesti, movimenti, battute, certo “inessenziali” per sapere “come va a finire la storia”, ma forse importanti per delineare i personaggi. Questa dei tagli di Urania è una storia vecchia: ma lacune recenti dichiarazioni dei responsabili di Mondadori facevano credere che fosse anche una storia passata (v. Un’Ambigua Utopia n. 1, 1980 e La bottega del fantastico n. 1, 1980). Come dire: la Negretti perde il pelo, ma non il vizio (o forse sarà il contrario…). Non ci rimane, ahinoi, che ripiegare sulle riedizioni. E per fortuna c’è la Nord che, se quest’anno non brilla per le novità (a parte Il serpente dell’oblio, di cui vi abbiamo parlato il mese scorso), sta offrendo delle interessanti ristampe. Quelle che vale senz’altro la pena di leggere sono i due Dick, I giocatori di Titano (Narrativa d’anticipazione, L. 2.500) e I simulacri (Cosmo oro, s.i.p.) e l’ormai famoso I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guin (Narrativa d’anticipazione, Lire 3.500). Quest’ultimo, nonostante l’orripilante titolo, è ormai un classico della fantascienza “politica” nell’epoca della crisi dell’utopia, e uno dei libri più belli della scrittrice dell’Oregon: chi non l’ha letto non può neanche rendersi conto dei difetti di Ursula Le Guin, che sono difetti di gran classe. Quanto a Dick, ormai è chiaro che egli è all’origine di quasi tutta la fantascienza più interessante degli ultimi vent’anni, e in particolare di tutta la tematica del contrasto (o dell’identità) tra realtà e illusione: anche i due titoli segnalati, il più interessante dei quali è I simulacri. Ma se volete saperne di più e meglio di come potremmo dirvelo noi, vi consigliamo di leggere le introduzioni di Carlo Pagetti a tutti e tre i libri.


giovedì 31 dicembre 2020

Antonio Caronia: Fantascienza come sistema




 Linus dicembre 1983

In un recente convegno (Teoria dei sistemi e razionalità sociale, Bologna, 21/22/23 ottobre 1983) si è parlato da molti punti di vista e con grande passione dello stato delle scienze sociali oggi, in relazione al nuovo paradigma della cosiddetta “teoria dei sistemi” introdotta in sociologia principalmente ad opera di Niklas Luhmann. Non sono sicuro di aver capito bene tutto quello che ho ascoltato e letto, perché non sono né filosofo né sociologo, ma alcune cose mi sono sembrate interessanti. Il concetto di sistema, ha spiegato a un certo punto Luhmann nella sua introduzione è di tipo “autoreferenziale”, intanto perché la descrizione di un sistema è essa stessa un sistema, ma anche perché, in un senso più specifico, è il sistema stesso a produrre gli elementi di cui è costituito, in modo che la sua organizzazione in un dato momento è il risultato dei rapporti e delle relazioni fra i suoi elementi interni. E, come è naturale, lo stesso carattere di “aureferenzialità” è insito nella teoria dei sistemi: è proprio questo carattere, secondo Luhmann, che consente alla teoria di svilupparsi senza riferimenti a finalità esterne (e quindi senza infiltrazioni di un punto di vista “morale”). Il concetto di “sistema autopoietico” (cioè autoproducentesi, autocreantesi), Luhmann lo trae esplicitamente dalla biologia e dalla cibernetica: il sistema biologico, o, se volete, cibernetico, è quello che è capace di mantenersi stabile attraverso l’omeostasi, cioè un intercambio di materia, energia, informazione, fra interno ed esterno in grado di produrre nel sistema le modificazioni necessarie a garantire la sua sopravvivenza in relazione agli stimoli dell’ambiente. È stato a questo punto che mi è scattato un relai nella testa:: mi sono improvvisamente ricordato dove avevo letto per la prima volta quel curioso termine (omeostasi): era stato verso la metà degli anni Sessanta, in un racconto di Philip K. Dick. A quel punto ho smesso di ascoltare e mi sono messo a divagare. Potremmo dunque considerare la fantascienza di Dick come una antesignana delle più recenti teorie sociologiche: i suoi universi sono proprio dei “sistemi” nel senso di Luhmann, che si autoregolano, riproducono costantemente le condizioni della propria esistenza in modo del tutto immanente, dilatandosi fino a comprendere nel possibile (o nel pensabile) anche l’improbabile, come accade, per fare un esempio, in Ubik. Ma in realtà è tutta la fantascienza, nella sua qualità di elemento egemone, riassuntivo, dell’immaginario tecnologico contemporaneo, ad avere le caratteristiche del sistema cibernetico. La fantascienza “sociologica” degli anni Cinquanta si conferma in questo senso come il momento in cui questo genere letterario basso acquista una prima coscienza di sé, e comincia a diventare fenomeno culturale di massa, costituendo quel “polo fantastico” contrapposto a un “polo realistico” di cui ha parlato più volte Pagetti (rimando al suo intervento contenuto nel volume L’Einstein perduto, atti del convegno di Ferrara del 24/26 ottobre a cura di Alberto Poggi, Edizioni Coop, Charlie Chaplin, 1982, L. 6.000). La recente ristampa di un romanzo di Sheckley, anche se non dei migliori, permetterà di verificare questa tesi anche al lettore più distratto (Gli orrori di Omega, Classici FS, Mondadori, L. 3.000). Per citare sempre Luhmann, è nel momento in cui la teoria dei sistemi riconosce se stessa come soggetto e contemporaneamente come oggetto di indagine che nasce l’ironia: una strada che appunto la fantascienza sociologica – e il suo rappresentante più swiftiano, che è stato Sheckley – aveva già percorso nel rovesciamento della tradizione del romanzo utopistico. E non è forse un caso che uno degli autori di sf che, rimessosi a scrivere dopo anni di silenzio, riproponga la tematica della fantascienza come autoriferimento, come autocitazione, arrivi proprio dall’esperienza degli anni Cinquanta, e si chiami Frederik Pohl (v. il suo recente Alla fine dell’arcobaleno, Nord, L. 6.000).


martedì 29 dicembre 2020

Antonio Caronia: Dopo l'uomo


 

Linus maggio 1983

“Era profondamente radicata in loro la percezione che nell’Universo niente esiste come Materia, ma che tutto è Energia. Che noi tutti siamo solo ombre della stessa Energia, che niente e nessuno possiede un’identità propria. Che non esistono cose; e che, in realtà, l’elemento caratterizzante l’Universo consiste nella sua inesistenza.” Troviamo questa sintetica esposizione divulgativa dell’ipotesi idealista, a mezza strada fra il vescovo Berkeley e le dottrine buddiste, in Tempo di mostri, fiume di dolore di James Kahn (Urania n. 934, pp. 264, L. 1800) che presenta l’ennesima versione del mondo “dopo la catastrofe”: ma con tale ricchezza di scenari, particolari e riferimenti, da farne un utile repertorio di temi e figure dell’immaginario fantascientifico di questi ultimi anni. Qui risiedono le ragioni dell’interesse del romanzo, più che nell’andamento narrativo, abbastanza tradizionale anche se fluido e a tratti serrato. Ecco lo scenario: nel 24° secolo l’avanzata dei ghiacci ha ristretto l’abitabilità della terra a ristrette fasce temperate, ma l’umanità arriva all’appuntamento falcidiata dalle precedenti guerre nucleari e biologiche. In una America frazionata in piccoli territori e comunità, i pochi umani convivono con una pletora di esseri da incubo, usciti dalla fantasia dell’uomo dei secoli precedenti: Vampiri, Centauri, animali pensanti e parlanti, fino agli esseri artificiali più sofisticati, i Neurumani, corpi sintetici costruiti attorno a un cervello umano, isolato e tenuto in vita con tutto il bulbo spinale. È evidente quanto uno scenario del genere debba a Ballard, a Delany, a Farmer: il confronto con l’ultimo romanzo di quest’ultimo, Il sole nero (di cui si è parlato su queste pagine qualche mese fa) (1) si impone anche per la somiglianza di due dei protagonisti, il centauro Beauty nel romanzo di Hahn, e l’essere vegetale Sloosh in quello di Farmer. Ma sono evidenti anche le differenze: mentre Farmer si limita a mettere in scena i suoi personaggi, i suoi esseri mitologici, lasciando nell’ombra la loro origine, e anzi insinuando nel finale il dubbio che quel mondo sia proprio il nostro mondo, Kahn si preoccupa di dipingere un quadro razionale, e di informarci che vampiri, centauri e altri esseri fantastici sono il prodotto di manipolazioni genetiche su larga scala. Quale che sia la loro origine, però, tutti questi abitatori della fantascienza più recente alludono, con le loro forme e lo spazio che si portano dietro, ad un mondo che, per essere fantastico, non è meno attuale: un mondo in cui il posto centrale non è più occupato dall’uomo e dai sistemi di relazioni, di psicologie, di motivazioni ad esso collegati, ma dagli esseri (o, a volte, solo dalle funzioni) artificiali di cui l’uomo stesso, negli ultimi decenni, ha già cominciato a circondarsi. È una società post-umana quella che la fantascienza più recente ci descrive: è quella che Ridley Scott, forzando forse il testo ma non l’insieme dell’opera di Dick, ha messo insieme così efficacemente in Blade Runner, una società in cui l’uomo non è scomparso, ma deve affrontare tutti i nuovi e sconvolgenti problemi che derivano dalla coabitazione con un insieme di forme di vita artificiali, prodotte da lui stesso eppure dotate di logica, sensibilità, comportamenti, aspettative, strategie a lui estranee. Nonostante la similarità degli argomenti e degli scenari, non è più della vecchia fantascienza catastrofista degli anni 50 e 60 che si tratta, ora, ma del riconoscimento (con tutta la paura e l’angoscia che questo ancora comporta) che l’uomo, anche prima del fatidico incontro con gli esseri provenienti da altri mondi, non è più solo, già oggi, su questa terra; che bisogna scoprire poco a poco, o inventarsi tutto d’un colpo, un nuovo modo di convivere con i prodotti della nostra creatività.

(1)   Meglio morti che immortali, in Linus novembre 1982 QUI


venerdì 4 dicembre 2020

Dal cyborg al postumano di Antonio Caronia. Recensione di Giuliano Spagnul

 


Molto acutamente Alberto Abruzzese, nella prefazione al libro “Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale” per le edizioni Meltemi, (1) nel declinare le tre fasi di “approfondimento e raffinamento della (…) particolare prospettiva politico-culturale” di Antonio Caronia, assieme all’insegnamento nella scuola e alle lezioni in contesti accademici, pone la sua laurea in matematica “che gli ha conferito una specifica competenza nel trattare testi e processi solitamente in mano a altre discipline.” È una doverosa sottolineatura, ancor più perché si tende facilmente a dimenticarsene. Certo, che ci fosse una competenza di stampo scientifico e un forte interesse a coniugare l’immaginario con la scienza era più che evidente in lui; anche se difettava di quel cipiglio un po’ arido e freddo che si vorrebbe caratteristica degli uomini di scienza e, in particolare, di quelli dediti alla matematica, scienza tra le più pure. Ma in realtà, forse, era proprio questa la matrice che gli permetteva di spingersi più oltre di tanti altri, nel cogliere il peso determinante che le astrazioni del fervido immaginario umano (quella capacità di costruire mondi virtuali in cui sperimentare i sogni più arditi) hanno sulla vita reale e concreta di tutti noi. E ancora Abruzzese nota, giustamente, nel desiderio di Caronia, celato nell’invito a dimenticare il Novecento (secolo delle rivoluzioni fallite), la speranza di una nuova via di liberazione dal potere “finalmente possibile a ragione della scomparsa del corpo umano dentro un corpo che non soffrisse più degli inganni della natura spietatamente antropocentrica e della violenza della forza sovrana che ne ha fatto irreversibile strumento di dominio.” È il tema del postumano, da sempre centrale per Caronia e che proprio lui tradisce negli ultimi mesi di vita preferendo dedicarsi a un seminario su “arte e follia” a Macao, invece che alla stesura di un articolo richiestogli per il numero di Aut Aut dedicato proprio al postumano. Di quell’articolo non sono rimaste tracce, nessuna nota o appunto, solo un’entusiasta mail agli amici per condividere la gioia di questa inaspettata richiesta. È vero quel desiderio, a cui accenna Abruzzese, desiderio più che umano di andare oltre l’umano ma è vero che proprio Caronia poteva vantare di averne lucida coscienza, accompagnata da un’altrettanta lucida autocritica . (2) Cos’altro avrebbe potuto dire, in quel momento, sul postumano che non avesse già ribadito con forza più volte, e cioè che non di un superamento del corpo (in una sorta di divenire angelico) si tratta, ma del finire delle condizioni di un determinato sapere (episteme) e di “una nuova nascente episteme”. È questo che sta a significare  per Antonio Caronia la parola postumano. Una nuova parola per una vecchia storia che sempre, a più riprese, si è presentata lungo l’arco della storia evolutiva della nostra specie: la trasformazione dei dispositivi di formazione di un nuovo sé, quei dispositivi che nell’epoca appena trascorsa hanno costruito quell’”Io” del soggetto moderno e che in questa nuova epoca, modificati, ne stanno costruendo uno affatto nuovo. Cos’altro avrebbe potuto aggiungere in un volume dedicato al postumano se non uno scontro/incontro con il proprio corpo, carnale, artificiale, immaginato che sia: e questo ha fatto optando per il silenzio delle parole scritte a favore di quelle orali, vis-à-vis, con altri umani, altri corpi, come il suo soggetti ad ammalarsi e a perire, non prima però di aver espresso tutta la loro voglia del vivere e di gioire. È giusto quindi che questa antologia di scritti inizi con un testo non scritto, una lezione all’Accademia di Brera nella tarda primavera del 2010. Per chi considera la biopolitica foucaultiana come un teorema superato dall’evoluzione odierna degli strumenti tecnologici e della loro capacità di operare, o meno, sulla viva carne degli individui, questa lezione sulla nascita della biopolitica, coestensiva a quella dell’uomo artificiale (robot, androide, cyborg che sia) chiarisce in modo esemplare l’essenza di questo concetto, così spesso frainteso nonché abusato. La biopolitica è il punto di snodo in cui la storia umana concepisce l’idea della “modificabilità della natura” da parte dell’uomo e questo nuovo sapere determina un potere che necessariamente deve servirsi di nuovi dispositivi capaci di modificare la natura dell’essere umano stesso. All’artificialità della natura corrisponderà, d’ora in poi, l’artificializzazione dell’umano: “non ci sono più uomini naturali una volta che è comparso l’artificio all’orizzonte della specie umana.” E al potere non basterà più esercitare la pura sovranità o un regime disciplinare (di addestramento all’obbedienza), occorrerà, per perpetuarsi, fare quel salto enorme di rendere governabile la vita in tutte le sue forme, da quella individuale, a quella sociale, a quella immaginale, a quella biologica fino ai suoi recessi più profondi e intimi: “la biopolitica vuol dire che è stato reso governabile l’ingovernabile.” Antonio Caronia ha capito che, in realtà, Foucault non ha fatto altro che parlarci di biopolitica  (nonostante che questo termine compaia solo alla fine del corso del ’76) (3) anche quando si è messo minuziosamente a raccontarci la storia della sessualità o i processi di soggettivazione della Grecia antica come del primo cristianesimo. Tutto il suo lavoro tende verso quell’”irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale” (4) che Caronia si spinge a completare modificandolo in una forma più consona all’oggi: “l’irruzione della naturalità della specie umana all’interno dell’ambiente artificiale determina l’artificialità della stessa natura umana, la trasformazione artificiale della stessa natura umana.” Schematizzando, credo che Antonio Caronia abbia voluto, tramite Foucault, dirci che la natura dell’uomo consiste nella sua progressiva artificializzazione e che per biopolitica si deve intendere quella possibilità di rendere questo processo governabile, nel suo divenire sempre più, di fatto, ingovernabile. La questione non è quindi la comparsa di qualcosa di nuovo che chiameremo biopolitica, come se non fosse mai esistita una politica che in un qualche modo abbia cercato di governare la nostra vita, ma piuttosto della sua inedita e inaudita potenza che oggi ha assunto grazie al nuovo sapere-potere che le ha conferito la fusione tra scienza e tecnica, con progressione esponenziale in questa fine e inizio di nuovo millennio. Questo libro, curato sapientemente da Loretta Borrelli e Fabio Malagnini, suddiviso in tre parti, sostanzialmente riguardanti il cyborg, la fantascienza e il postumano, in realtà ci accompagna in un percorso che oltre a volerci far “dimenticare il Novecento” vuole anche farci uscire dalle secche di quel linguaggio a lui ancora strettamente legato. Né il cyborg, né il postumano, né la fantascienza tutta (di basso o alto livello che sia) possono pensare di essere traghettati nel nuovo secolo/millennio senza essere depurati da quelle croste di residui utopici o prometeici peculiari di un tempo irrimediabilmente finito. “La fantascienza (non si può non essere d’accordo con Ballard) è stata l’immaginario portante del XX secolo (…) la fantascienza sarà ancora l’immaginario portante del nuovo secolo? La risposta è più probabilmente no che sì. La fantascienza cadrà vittima (forse è già caduta vittima) di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale.” (5) Quando la fantascienza si cala nella realtà fino ad annullare, di fatto, quella distanza indispensabile, “quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione” si rende impossibile l’esistere di quella zona franca in cui poter immaginare i possibili potenziali, tutto rimane schiacciato entro i confini di quel contingente sempre più dato come unico possibile. La parola fantascienza deve quindi, per noi del nuovo millennio, dirci qualcosa di scandalosamente nuovo. Qualcosa che “non ha più niente a che vedere con il futuro della modernità, che era una proiezione del presente del soggetto, un luogo da costruire con pazienza, sagacia e tenacia, nei tempi lunghi del lavoro e della progettualità” ma, invece, con un futuro che assomiglia “piuttosto a uno spasmo del presente, a un’anticipazione frenetica di processi che non si distendono più dal passato al presente e oltre, ma vivono sin dall’inizio perennemente proiettati in avanti.” (6) E allora la fantascienza oggi deve essere una parola nuova che come quella che dice cyborg o postumano deve definire un concetto piuttosto che un’essenza. E questi concetti, questi modi nuovi di pensare e di pensarci, maturano in una fase storica di violenta accelerazione tecnologica in cui è, e sarà, sempre più necessario fare i conti non con ciò che è dato, certo, a cui si può fare affidamento, ma a ciò che è mutevole, incerto, non definito. Perché una realtà che non può più contare su un futuro da immaginare, programmare e realizzare rende obsoleti quei confini tra dato e immaginato che vivevano ancora entro  quella forzatura ossimorica che stava alla base della parola fantascienza. Alla fine questa ottima scelta antologica, io credo, ci ponga di fronte a quello che è il nodo centrale per riuscire a sopravvivere all’utopia capitalista (unica uscita vincente dal secolo appena trascorso), quello di considerare  il tempo in cui stiamo vivendo in sostanziale continuità o discontinuità con quello passato. Cioè se il futuro è realmente scomparso, se la cultura non può più essere considerata elemento estraneo alla natura, se lo spazio del virtuale non è più uno spazio immaginato ma è esperito e vissuto nella nostra quotidianità in quanto ne facciamo ormai completamente parte e i tanti altri se che Caronia pone ci costringono a una presa di posizione, che per quanto riguarda lui non può che essere che quella di assumersi la responsabilità di divenire postumani e quindi in sostanziale discontinuità con ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Una nuova difficile, ancorché inquietante e insieme esaltante, costruzione di un nuovo ibrido, ennesima variante di una (come Caronia amava descrivere la nostra storia di specie) tra le più sofisticate sperimentazioni della natura. Non è detto che debba andare per forza bene, e l’avveramento dei più arditi sogni del capitalismo non possono non prefigurare l’esito infausto di quest’avventura. Per farcela non avremo bisogno di nuove utopie ma di una storia fatta di parole nuove che ci permettano di costruire “tattiche di resistenza, nella forma di ‘slittamenti temporali’, quelle fughe nel futuro e nel passato di cui ci parlava Philip K. Dick. (…) Per non farci trovare mai lì dove si pensa che dovremmo essere per fare la nostra parte di agenti valorizzatori, di colonizzatori del tempo per conto terzi”. (7) E poi? E poi è una domanda che appartiene a una storia finita, chiusa. A noi serve una storia aperta dal finale non scontato, perché noi, nonostante i sogni del capitale che ci vorrebbe tutti morti, siamo ancora vivi.  

Nota 1: Antonio Caronia, Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale, a cura di Loretta borrelli e Fabio Malagnini, Culture Radicali, Meltemi editore, 2020.

Nota 2: Nel ricordo per Enrico Livraghi: “E capivo che lui mi etichettava spietatamente ma con una certa tolleranza tra gli ‘antropologhi ottimisti del cyberspazio’ (…) e riluttavo allora, mentre capii poi che nell’essenziale aveva ragione.” http://un-ambigua-utopia.blogspot.com/2015/06/antonio-caronia-per-enrico-livraghi-da.html

Nota 3: Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 1998

Nota 4: M. Foucault, Sicurezza Territorio popolazione, Feltrinelli 2005

Nota 5: A. Caronia,  L’insostenibile naturalità della tecnica, 1999

Nota 6: A. Caronia,  Digital Time,  2008

Nota 7: idem

Pubblicato su La Bottega del Barbieri Qui  (18 agosto 2020)

altre recensioni:

Luca Giudici in Quaderni D'Altri Tempi Qui  (30 ottobre 2020)

Francesco Monico in Che Fare Qui (4 novembre 2020)


domenica 15 marzo 2020

Antonio Caronia: Saccheggiando Philip K. Dick


Linus febbraio 1985

Antonio Attisani fa notare, in un articolo pubblicato su Alfabeta di questo mese, l’emergere di un nuovo filone all’interno del teatro di ricerca, caratterizzato fra l’altro da una ritrovata attenzione per la parola e per la narrazione. Non trattandosi di una vera e propria “tendenza” teatrale basata su assunti di poetica coscientemente formulati e condivisi, risulterebbe impresa vana e superflua tracciare dei confini precisi. Dando per scontato che le caratteristiche specifiche dei gruppi (Studio 3, Santagata e Morganti, Panna Acida, per fare solo qualche esempio) sono ancora prevalenti rispetto a degli ipotetici tratti unificanti, quello che è interessante per noi, qui e adesso, è registrare un’ulteriore pratica di alcuni di questi gruppi, collegata al riemergere di una funzione “narrativa” del testo teatrale: la pratica del saccheggio e della rielaborazione in contesto teatrale di testi narrativi preesistenti. Un esmpio ce lo offre il gruppo ravennate Albe di Verhaeren, che ha messo in piedi un progetto dal titolo “Cantiere Dick”, sviluppato su tre spettacoli ispirati ai temi dello scrittore di fantascienza californiano (i primi due sono già realizzati, Mondi paralleli e Effetti Rushmore; il terzo, che andrà in scena tra qualche mese, tenterà di rileggere Un uomo è un uomo di Brecht attraverso la lente di Le tre stimmate di Palmer Eldritch, meraviglioso e allucinato romanzo di Dick da tempo esaurito e reso adesso disponibile nel catalogo della Nord, nell’ambito di un progetto di ristampa di tutta l’opera di questo autore). Messo a confronto con altri spettacoli più o meno ispirati alla fantascienza nel corso di una rassegna svoltasi lo scorso dicembre a Bagnocavallo, Ucronie, il lavoro delle Albe ha dimostrato di essere un caso più unico che raro di aderenza e di fedeltà progettuale all’opera di un autore. In effetti le Albe hanno trovato in Dick un denso e sterminato magazzino di materiali per quella che, al momento, pare essere la loro cifra distintiva: una forte ispirazione concettuale (al limite della tematica filosofica) filtrata attraverso un’esasperata emotività. È questo intreccio che rende centrale, nei loro spettacoli, il lavoro dell’attore,, caratteristica questa che li accomuna un po’ ai gruppi già citati. Ma questa centralità dell’attore non significa affatto ritorno del personaggio tradizionale, come del resto la riscoperta di una funzione narrativa non vuol dire che sulla scena si racconti una storia lineare, con un prima e un poi. Per questo il riferimento alle opere letterarie non si traduce in una loro “messa in scena”, ma in una estrazione di temi e di situazioni che si incarnano in frammenti fluttuanti di soggettività, in brandelli di quella carcassa dell’io di cui parlava Artaud, alla ricerca di collegamenti e di comunicazioni sempre più difficili. In questo senso (l’osservazione è ancora di Antonio Attisani) si tratta di un teatro “post-beckettiano”. Mi sembra si possa dire che non a caso un teatro di questo tipo incontra generi di narrativa popolare, come la fantascienza o l’horror. In questa narrativa popolare, infatti, la distruzione del personaggio tradizionale è compiuta da un pezzo, a vantaggio di una narrativa, si potrebbe dire, “di situazione”. Per un riscontro, prendiamo in mano la più recente antologia dell’orrore e del soprannaturale (Creature dell’altro mondo, Sugarco, pp. 152, L. 6.500), sei racconti quasi tutti inediti di Shiel, Derleth, Russel Wakefield, Bierce, Hodgson e Leiber). I due racconti più lunghi e più riusciti, quelli di Wakefield e di Leiber, esibiscono uno schema comune: due uomini dediti ad attività eminentemente “razionali” (rispettivamente un professore di matematica e un giocatore di scacchi) entrano in contatto con fenomeni insoliti o soprannaturali, che finiranno per travolgerli. In entrambi i casi l’avvenimento soprannaturale è in relazione con una occlusione della memoria (il professore non può o non vuole ricordare se l’incidente che ha ucciso il suo predecessore fu causato da lui; il giocatore non ricorda, da sveglio, le regole della partita che gioca ogni notte in sogno) collegata evidentemente con un senso soverchiante di colpa o di responsabilità. Elementi “psicologici”, come si vede, che però rimangono isolati, utilizzati solo per la loro funzione nella macchina narrativa e non per  costruire un “personaggio” (ogni altra caratteristica dei due protagonisti è ininfluente ai fini del racconto). Ma, da un altro versante, che cosa ha mai fatto il nostro Calvino con il suo misterioso Qfwfq, “io narrante” della più divertente saga scientifica e cosmica dei nostri tempi, se non costruire un simulacro di personaggio, un personaggio-passepartout che percorre le età della terra e gli eoni delle galassie, ora pesce, ora dinosauro, ora impalpabile e indeterminato manipolatore di elettroni e protoni? La recente riedizioni di tutti i racconti cosmici di Italo Calvino (Cosmicomiche vecchie e nuove, Garzanti, pp. 320, L. 22.000) permetterà a tutti i suoi vecchi e nuovi lettori, oltreché di godere di un piccolo capolavoro, di pronunciarsi sulla abusata questione dei rapporti tra Calvino e la fantascienza. Il mio modestissimo parere è che le Cosmicomiche siano avvicinabili alla fantascienza, più che dal punto di vista contenuto (una scienza possibile e futura nella fantascienza, la scienza contemporanea e puntualmente documentata, in Calvino) da quello di una procedura narrativa, che consiste nel rendere “letterali” le metafore. Calvino parte da una teoria scientifica (quella della creazione di nuovi atomi d’idrogeno per mantenere stabile la densità media dell’universo in espansione, per esempio) e la rende visibile, descrivendo i giochi di due “bambini” cosmici che usano gli atomi come biglie, li fanno correre, scoprono i luoghi segreti dove si formano i nuovi atomi e tentano di nasconderseli l’un l’altro… Che è poi, in grande, quello che ciascuno di noi (non scienziati e non specialisti) fa, quando deve rappresentarsi in qualche modo i progressi sempre più rarefatti e complessi della scienza contemporanea.

venerdì 24 gennaio 2020

Antonio Caronia: Il cacciatore di androidi



Linus dicembre 1982

Piove sempre, in questa Los Angeles del 2019, le facciate degli enormi grattacieli, da cui a intervalli regolari sorridono enormi e improbabili visi di geishe portati in primo piano, riproducono i meandri intricati di un microprocessore, d’altra parte tutta la decorazione labirintica degli interni, l’architettura pesante e barocca degli edifici ricordano stranamente sempre l’elettronica, per quel poco che se ne può vedere quando una fonte di luce obliqua e incassata si rivela improvvisamente. L’acqua e la penombra dominano incontrastati in Blade Runner, l’ultima fatica di Ridley Scott (I duellanti, Alien): l’acqua che scende dal cielo, implacabile e radioattiva, e che penetra scivolando sui muri interni della casa nel corso della lotta finale tra il poliziotto e il capo degli androidi, la penombra che avvolge strade e stanze e che la luce riesce di volta in volta a respingere provvisoriamente, mai a fugare del tutto. Scott e i suoi sceneggiatori hanno eliminato o attenuato alcuni degli elementi che spiegavano questa situazione nel romanzo da cui il film è tratto: ma hanno reso con grande efficacia e quel che più conta con discrezione il clima di oppressione che sovrasta la città descritto già da Dick nel suo Do Androids Dream of Electric Sheeps? (“Sognano gli androidi pecore elettriche?”. La prima edizione italiana, uscita col titolo Il cacciatore di androidi più di dieci anni fa, è ormai esaurita, la prossima è annunciata dall’Editrice Nord, con discutibile scelta dei tempi, per la primavera prossima). Do Androids Dream…, pur non potendo essere considerato uno dei capolavori di Dick, resta nondimeno un romanzo interessante. Il tema di fondo è sempre quello del Dick degli anni Sessanta, la confusione fra i diversi piani di realtà, l’androide come copia talmente perfezionata dell’uomo da non potersene più distinguere. Il disagio del protagonista, Rick Deckard, oscuro impiegato di polizia incaricato di “ritirare” dalla circolazione sei androidi pericolosissimi dell’ultimo raffinatissimo modello, il Nexus-6, nasce dalla scoperta progressiva di una segreta affinità tra se stesso e le sue vittime: anche la vita di Deckard si svolge in una dimensione artificiale, segreta spesso ma sempre determinante, con l’”organo degli umori”, computer induttore di stati d’animo che regola il suo stanco rapporto con la moglie, e gli animali “elettrici”, robot zoomorfi che sostituiscono gli animali veri ormai in via di estinzione per effetto della radioattività (la Terra è ormai quasi completamente spopolata, e l’umanità è emigrata nelle colonie planetarie). Alla fine, se Deckard continuerà imperturbabile ad ammazzare androidi, sarà solo per intascare il premio e poter acquistare così un animale vero, dal prezzo altrimenti proibitivo. Scott, eliminando la maggior parte di questi elementi, impone ad Harrison Ford un Deckard molto più “chandleriano” di come Dick lo avesse immaginato, facendone un personaggio tormentato e crepuscolare, secco nei suoi gesti ma roso da un incurabile male di vivere (laddove il Deckard del romanzo, forse meno accattivante, risultava a volte anche patetico). E quindi, naturalmente, niente di male se, da questo punto di vista, Dick è stato disatteso e Scott ha creato una figura quasi interamente nuova: è un’operazione già sperimentata, e con buoni risultati a volte, nei rapporti tra letteratura e cinema (un esempio fra tutti, la “riscrittura” proprio di Raymond Chandler fatta da Robert Altman in Il lungo addio). Dove Scott risulta poco convincente è dove calca la mano, dove tenta di rendere più plausibile la “pericolosità” degli androidi (ribattezzati, con un neologismo che farà sicuramente fortuna, “replicanti”) facendone delle vere e proprie macchine da guerra, il che consente di esibire alcune scene certamente ricche di suspense in cui Ford-Deckard viene ridotto malino; dove introduce una dimensione eccessivamente riflessiva e moraleggiante nell’operare dei replicanti, o dove appiccica al tutto un finale improvvisamente lieto in cui l’amore anticipa una possibilità di convivenza serena fra uomo e androide. L’aspetto più riuscito del film, oltre alla buona interpretazione di Harrison ford (forse imprevedibile per chi lo ricordava solo come l’Indiana Jones de I predatori dell’arca perduta o l’Han Solo della saga di Guerre stellari), è certamente la scenografia e l’ambientazione, la Los Angeles che abbiamo ricordato all’inizio, questa città impenetrabile e triste, in cui asiatici e messicani si sono diffusi a macchia d’olio monopolizzando la lingua e la cucina, oltre alle strade senza neppure una esplicita dimensione di violenza umana, sociale (le uniche scene violente sono quelle della lotta con i replicanti), perché la violenza aleggia, sorda e incomprensibile, nell’architettura delle case, nei movimenti imprevedibili degli abitanti che affollano, come zombie, le strade sature di pioggia.