Visualizzazione post con etichetta Linus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Linus. Mostra tutti i post

sabato 24 agosto 2024

Antonio Caronia: Giovane militanza anni '80

 

Linus settembre 1983

Giovane militanza anni '80

C'è qualche indizio che l'interesse dei giovani per la politica stia crescendo. Certo non siamo di fronte a una situazione pre-sessantottesca: semplicemente sembra superato il punto più basso dell'impegno politico delle nuove generazioni, che si era registrato tre o quattro anni fa (prendo sempre come punto di riferimento per queste valutazioni di “alto” e “basso” gli anni attorno al '68). Parliamo principalmente delle ali estreme, in primo luogo a sinistra, ma, come si vedrà, anche a destra, e non per scelta di campo, ma perché in queste aree il comportamento politico giovanile è più trasparente rispetto ai movimenti giovanili dei grandi partiti. Un analisi del volto giovanile nelle ultime elezioni, per esempio (e c'è chi l'ha tentata) ci darebbe infatti dei risultati aleatori e difficilmente valutabili: penalizzati Pci, Msi e Psdi, a quanto sembra, ma consistentemente premiata la Dc, se è vero quanto ha detto Hutter a Radio Popolare, e Dp e i repubblicani. Ma è comunque vero a prescindere dai risultati elettorali, che l'estrema sinistra sembra riconquistare, sia pure lentamente, una capacità di attrazione, che aveva quasi del tutto perso nel 1979, con il trauma del 7 aprile e l'insuccesso elettorale di Dp. Le note che cominciano con questo numero vorrebbero appunto contribuire a disegnare un ritratto del militante giovanile degli anni Ottanta, dei problemi che deve affrontare per farsi capire nelle scuole e nei quartieri dagli altri giovani, del modo con cui filtra e restituisce il dibattito che si svolge nella sua area politica. Non c'è bisogno di dire che sarà un ritratto ancora parziale, che risentirà inevitabilmente della provenienza quasi tutta milanese dei dati, che correzioni, contestazioni, e anche vaffanculo saranno benvenuti.

Partiamo allora dall'estrema sinistra, che oggi comprende principalmente Dp, quanto resta dell'autonomia, collettivi di quartiere, gruppi di intervento culturale. A prima vista il militante giovane, o il giovane impegnato in un collettivo (diciamo, tanto per fissare una cifra, quello al di sotto dei 25 anni) sembra dominato da uno o due fantasmi: il fantasma Sessantotto e il fantasma Settantasette. Sono due esperienze che molte volte non ha fatto (il '68 sicuramente mai, il '77 forse, ma non è detto), eppure esse definiscono con grande forza il sistema concettuale con cui egli legge la sua esperienza oggi. E infatti la prima cosa che vi dirà se gli chiedete di definire la situazione in cui opera e svolge il suo “lavoro politico” sarà, nove volte su dieci, la seguente: le lotte che si fanno oggi nel mondo giovanile, anche quando hanno un orizzonte politico (e non sempre è così) non hanno né un punto di partenza né un punto di arrivo ideologico. L'ideologia, sembrano dire in interessante concordanza con quei politologi e sociologi che per altri versi disprezzano o ignorano, è tramontata. Il che vuol dire che riconoscono, o suppongono, che un tempo avesse un peso e un ruolo ben maggiore. Luca Rossi, studente in una scuola sperimentale superiore in provincia di Milano, militante di Dp, espone così la sua esperienza: “Nella mia scuola, quest'anno, l'assemblea che ha avuto più successo è stata quella sul problema dei ritardi degli studenti e la non ammissione in classe alla prima ora. Sui loro problemi immediati, materiali, gli studenti si muovono e intervengono, su questioni più generali no. Sulla riforma della scuola, anche se in molte scuole c'è stato un certo interesse, non si è costruito un vero e proprio movimento. Unica eccezione il movimento par la pace, ma anche in quel caso le cose sono andate bene perché Dp e le altre forze politiche non hanno imposto scelte ideologiche: tanto è vero che parole d'ordine come l'uscita dell'Italia dalla Nato non sono fatte proprie da tutto il movimento.”

C'è anche chi, a prima vista, si fa una bandiera di questo carattere immediato e limitato della sua attività, come il collettivo dei giovani di Baggio, a Milano, erede del Centro sociale che fra il '75 e il '77 fu il primo ad introdurre il problema dell'eroina nell'attività politica: “Non abbiamo un programma” dicono, “e non vogliamo averlo. In questa situazione la gente è toccata da problemi concreti: quando ha le scatole piene di qualcosa si muove, ma su questo non è possibile costruire nulla di permanente e di organizzato”. Ma poi, se vai a guardare bene, ti accordi che in realtà c'è una grande nostalgia dell'approccio “ideologico”, perché lo si continua a identificare con la fase “alta” del movimento: oggi saremmo invece in una fase “bassa”, di ristagno. Un gruppo di giovani e militanti di estrema sinistra di Rho lo hanno espresso con molta chiarezza in un loro giornalino apparso quest'estate: “Molti ritengono che negli ultimi anni sia avvenuta una rottura epocale, totale, radicale col passato. Concetti come classe, antagonismo, contropotere, comunismo, non avrebbero più nessun valore (…). Noi pensiamo invece che sia sicuramente necessario riscoprire e ricostruire il “filo rosso” che unisce le lotte e le speranze di ieri con quelle di oggi e di domani” (inutile dire che “Filo rosso” è proprio il titolo del giornalino in questione). C'è la sensazione di una sconfitta, la convinzione che questi anni siano un purgatorio inevitabile (“Siamo tornati indietro” dicono i giovani di Baggio “perché le forze tradizionali sono riuscite a gestire l'estraneità e l'antagonismo degli anni '70 grazie anche ai nostri errori e alle divisioni tra le forze rivoluzionarie”): ma si è convinti che prima o poi la fase cambierà segno e ci sarà una nuova “onda alta”, Questo non vuol dire che nell'estrema sinistra i militanti stiano solo attaccati a analisi e speranze vecchie. Soprattutto fra i giovani, è diffusa la convinzione che si sono aperti nuovi territori di movimento e di contrattazione con le istituzioni, per esempio la musica, e che la comunicazione tradizionale non funziona più. Nei collettivi di quartiere si è cominciato da tempo a fare qualche esperienza con i nuovi mezzi di elettronici, e gli studenti milanesi di Dp hanno fatto tesoro del successo dell'assemblea sui decreti delegati al cinema Cristallo, in cui gli interventi erano stati sostituiti con filmati, musica, e dei veri e propri numeri teatrali con grande attenzione anche alla scenografia. Anche a sinistra, allora, è passata l'idea secondo cui “il mezzo è il messaggio?”. Le cose non sono proprio così semplici, come vedremo nel prossimo articolo, che sarà dedicato appunto alla discussione nella sinistra sul ruolo dell'immagine e sulla comunicazione.


sabato 13 marzo 2021

Antonio Caronia: Il bosco di latte

 


Linus dicembre 1985

Trattare la storia del mondo come fosse la storia degli uomini”: la tentazione è antica, anche se i risultati non sono sempre stati di prima qualità. Si tratta naturalmente di intendersi sul semso di una parola d'ordine di questo tipo. Il senso in cui la intendeva quasi due secoli fa il romantico tedesco Novalis (questa singolarissima figura di poeta che all'attività di geologo e intendente minerario affiancava le tensioni mistiche più ardite degli Inni della notte e dei Frammenti) era chiaro. È inutile accostarsi alla natura con spirito eccessivamente analitico, cercando “il granello più piccolo o la fibra più sottile di un corpo solido, i limiti estremi delle grandezze”; essa rivelerà i suoi intimi segreti soltanto a chi vi si accosterà con lo spirito umile, unitario e amico della primitiva età dell'oro, e cioé ai poeti. Altrimenti “l'ambizione dell'uomo di diventare Dio” lo allontanerà ineluttabilmente dalla vera comunione con la natura, e perciò anche da se stesso. Questo è il discorso che percorre il “romanzo filosofico” incompiuto di Novalis, I discepoli di Sais, già tradotto in italiano ma ormai introvabile, che l'editore Tranchida ci ripropone oggi. La tradizione in cui Novalis si inserisce è tipicamente tedesca, quella della Naturwissenschaft, una “conoscenza della natura” che utilizza in parte il metodo della scienza ufficiale ma non si identifica con esso: una via che percorrerà poi anche Goethe, dandoci su questo cammino quella Teoria dei colori a lungo ignorata dalla scienza accademica e solo oggi, timidamente, riscoperta. L'accento di novalis, però, va più sulla corrispondenza interiore di uomo e natura, come nella favola di Giacinto e Fiordirosa inserita in questo romanzo, in cui il giovane protagonista trova alla fine della sua lunga, mistica ricerca, sotto il velo della Vergine sacra nient'altro che la ragazza che aveva abbandonato per intraprendere il suo viaggio. I discepoli di Sais è il secondo titolo di una nuova collana di libricini dal tenero formato ipertascabile che l'editore Sellerio introdusse anni fa e che oggi vanno così di moda (anche la collana “Riflessioni” dell'editrice Theoria ha queste dimensioni). La collana si chiama “Il bosco di latte”, ed è dedicata a testi letterari che affrontino il tema del rapporto uomo/natura da un punto di vista antitetico a quello della “ragione strumentale” che ha dominato la pratica dell'uomo negli ultimi secoli. La collocazione al fianco dei movimenti ecologisti e verdi è dichiarata; inconfessata ma trasparente l'ambizione di fornire nuovi cult books all'”arcipelago” di movimenti in questione. Giocherà naturalmente il valore dei testi. Il denso ma affascinante romanzo incompiuto di Novalis è stato preceduto, per esempio, dal melenso racconto di Bernardin de Saint-Pierre, La capanna indiana, ennesima e fiacca incarnazione del mito del buon selvaggio, del tutto spogliato in questa versione della forza amara di Rosseau. E comunque non è chiaro che stimoli possa trarre . Da un punto di vista del contributo anche solo critico – dallo stesso testo di Novalis il movimento verde oggi. I suoi problemi infatti (se non vado errato) sono ben poco il vagheggiamento di una qualunque “età dell'oro”, e molto più la ricerca di un “punto di svolta” che imprima un altro corso alla tecnologia, non già il suo rifiuto o la sua rimozione.


venerdì 12 marzo 2021

Antonio Caronia: Video dunque sono

 


Linus giugno 1983

Registro alcuni fatti, alla rinfusa. Alla rassegna di Salsomaggiore, che si tiene alla fine di aprile e raccoglie schiere di appassionati e un po’ esclusive di cinefili, quest’anno furoreggia la produzione video. un paio di settimane prima, a Bologna, un convegno abbastanza rigoroso e tecnico su “L'immagine elettronica”, che si presumeva sarebbe stato frequentato solo (o in gran parte) dagli addetti ai lavori, aveva visto invece un pieno di pubblico “generico”, ben più vasto di quanto gli organizzatori si sarebbero aspettati. “Mister Fantasy”, la trasmissione televisiva che ha fatto della video-music il proprio cavallo di battaglia, risulta essere una delle più seguite fra quelle delle reti nazionali. Propongo due considerazioni, provvisorie ma (suppongo) largamente condivisibili. Primo: le tecniche dell'immagine elettronica, che vengono spesso nominate in vari modi, tutti contenenti la parola “video”, sono al centro di molti dei fenomeni di consumo culturale che riscuotono attualmente maggior successo. Secondo: una tradizionale incomprensione, e a volte una vera ostilità, verso il video da parte dell'altro grande medium dell'immagine, il cinema, sembra stia lasciando il posto a un incontro, a una collaborazione. Merito per ora di alcuni pioneri come Coppola: le grandi case americane seguiranno, se gli incassi saranno tali da convincerle (e le linee di tendenza riguardo a televisione ad alta definizione, trasmissioni via cavo e via satellite, costante aumento della qualità e diminuzione dei costi dell'attrezzatura elettronica, sembrano andare in questa direzione). A giudicare da quanto si sente dire in tutti questi incontri, il confronto/scontro fra la tradizionale immagine chimica (fotografica e cinematografica) e la nuova immagine elettronica, si porta dietro ben altro che un problema tecnico. Mentre all'immagine cinematografica, perlomeno da un po' di tempo a questa parte, nessuno associa prospettive apocalittiche, l'immagine video evoca invece in molti critici preoccupazioni e paure di un controllo sociale totale, a cui la maschera elettronica presta lineamenti ancora più terrificanti, e l'ideologia tecnologica dell'informatica strumenti di asservimento ancora più potenti. Fra poco più di sei mesi, non dimentichiamolo, sarà il 1984, data simbolica della cupa video-dittatura immaginata da Orwell. Eppure crescono le masse radunate attorno ai grandi schermi video, o affollanti le sale quiete e composte dei convegni internazionali, con tanto di interventi tecnici e cuffie per la traduzione simultanea: ci sono giovanissimi, giovani e meno giovani. E molte di quelle facce le abbiamo già viste, in anni più o meno lontani, nei cortei e nelle assemblee. È vero, potrebbero obiettare i nostri ideali critici, il video fornisce proprio l'immagine più adatta per questi anni di ripiegamento e di riflusso: viene consumato in modo distratto, passivo, individualizzato, non consente l'impegno né l'aggregazione; non stupisce che i grandi movimenti collettivi ridotti a masse amorfe e cloroformizzate consumino cose di questo tipo. Come tutti i luoghi comuni, anche questo del “riflusso” registra delle tendenze, ma non sa leggerle altro che attraverso gli occhiali su cui sono depositate le incrostazioni delle proprie abitudini. Ci sono anche opinioni diverse. Vittorio Boarini, durante il convegno di Bologna di cui era appunto uno degli organizzatori nella sua qualità di direttore della Mostra internazionale del cinema libero di Porretta Terme, sosteneva che non era affatto casuale che quel convegno si tenesse in quella città: “È stato proprio il movimento del '77” , diceva, “e in primo luogo la sua componente bolognese, neo-avanguardistica, anarchica e ludica, a porre per la prima volta nella pratica e nella teoria delle 'lotte sociali' i temi dell'immagine, della sua cultura e della sua fruizione. E questa cosiddetta 'spettacolarizzazione' del sociale, questo consumo dell'immagine sempre più massificato ma sempre più individuale sono stati anche uno dei risultati non secondari del movimento.” La paura della tecnica nasconde sempre una sua sopravvalutazione e a volte una certa disinformazione sulle caratteristiche dei media che vediamo tanto minacciosi. Il problema della tecnica contemporanea non è più quello della sua “neutralità”: se possiamo essere tutti d'accordo che nessuna tecnica è “neutrale”, dobbiamo riconoscere che tutte, in qualche modo, sono ambigue. Il video, piccolo o grande (o grandissimo) che sia, non è né amico né nemico. Nemiche o amiche sono le immagini che si muovono negli spazi che noi abitiamo: spazi fisici, sociali, mentali. E ogni movimento, ogni formazione sociale, ogni gruppo di persone (“aggregato” o “disaggregato” che sia) ha sempre vissuto su un repertorio di immagini tradizionali, alcune ne ha distrutte, altre ne ha create. Ci sono delle regolarità (o dei salti) nella produzione di immaginario dei gruppi umani che vanno al di là delle ideologie con cui poi questi gruppi giustificano se stessi o condannano altri gruppi rivali. Da questo punto di vista, anche i grandi cortei o le grandi assemblee, con cui di solito visualizziamo i movimenti sociali degli anno 70, producevano le loro immagini, e le proiettavano, magari sui singoli schermi mentali invece che su un grande schermo fisico. E oggi, come allora, c'è qualcuno che riassume meglio di altri questa immagine e presta alla folla il suo viso, i suoi movimenti, quella voce si combinavano con l'immagine mentale di ciascuno dei manifestanti e producevano altre immagini, per esempio quelle prodotte dal corteo con il suo snodarsi fisico, come un serpente per le vie cittadine. Oggi lo schermo prende il posto del palco, o della cattedra, ma l'immaginario che esso produce non è certo meno collettivo di quello del leader che parla alla sua folla. Certo, le differenze ci sono, eccome: lo schermo, per esempio, produce meno identificazione, meno “transfert” del singolo nella massa, conserva maggiormente l'individualità: lo schermo video, insomma, crea più distanza fra l'immagine e chi ne fruisce. Ma siamo così sicuri che si tratti di una cosa negativa?

martedì 9 marzo 2021

Antonio Caronia: FS per l'estate


 Linus luglio 1983

Non vorrei essere caduto preda di una sindrome senile, e mettermi a rimpiangere i bei tempi andati, ma mi sembra proprio che la fantascienza degli anni Ottanta stenti a decollare. O forse è proprio vero quello che da tempo andiamo sostenendo (provocatoriamente, dicono alcuni) e cioè che la fantascienza come genere separato stia esalando gli ultimi respiri e che quanto di meglio ha prodotto negli anni passati si stia trasferendo in un nuovo genere di romanzo di massa, fra l'avventuroso e il tecnologico, come il caso di Congo starebbe a testimoniare. Per il momento non insisto: fatto sta che un rapido esame delle novità editoriali degli ultimi mesi conferma l'ipotesi: il confronto fra la nuova produzione e le ristampe e riedizioni va a tutto vantaggio di queste ultime. Ecco dunque una rapida rassegna che può servire da segnalazione e orientamento per le vostre letture estive. Fra i libri tratti da film, che Urania comincia a pubblicare con una certa frequenza, è da segnalare più che Dark Crystal, stucchevole quanto il film (e trattandosi del libro non abbiamo neppure la modesta attrattiva degli effetti speciali), Poltergeist (Urania 940): James Kahn ha tratto dalla sceneggiatura di Spielberg un romanzo breve dal ritmo serrato e notevolmente avvincente. L'ultimo Vance (Miro Hetzel l'investigatore, Nord, L. 4000) è abbastanza deludente, due esili trame gialle fanno da impalcatura alla consueta descrizione di civiltà aliene che è la caratteristica di questo autore. Ma la rappresentazione della cultura tribale dei Gomaz, delle loro guerre, del loro orgoglioso e sdegnoso separatismo, non diventa come in altre opere di vance un elemento del ritmo narrativo: la xenografia qui è un gioco descrittivo autonomo, e gli intrighi che sono alla base delle storie fanno fatica a tenere desta, da soli, l'attenzione del lettore. A prposito di culture aliene, mi sembra più riuscito l'ultimo romanzo breve del ciclo di Dorsai giunto in Italia (Gordon R. Dickson, Il Dorsai perduto, Nord, L. 4000). Gli ingredienti di Dickson (che pure, in questa narrazione marginale rispetto al flusso principale della serie, non si esprime con la stessa forza di Dorsai o di Soldato, non chiedere) sono più umani, lo sfondo alieno più accessorio, ma soprattutto il controllo del linguaggio è più solido, e quando cominciamo a renderci conto che dalle puntigliose descrizioni di ambienti e azioni sembra sempre mancare qualche particolare decisivo, il gioco è fatto: Dickson è riuscito con relativa economia di mezzi a costruire quella particolare atmosfera di malinconia, quel senso dell'isolamento dell'uomo che, pur senza essere decisivo dal punto di vista filosofico, rende riconoscibile il ciclo e conta pure i suoi estimatori. Un altro autore che a volte gioca con le atmosfere melanconiche e un po' crepuscolari è Bob Shaw, che però è più efficace come costruttore di meccanismi narrativi in cui la suspense gioca il ruolo decisivo. Recuperate, se vi riesce, la sua antologia uscita qualche mese fa (Locus-Alfa, Locus-Zeta, Urania n. 937): fra i racconti che vale la pena di leggere, quello che dà il titolo italiano alla raccolta (peraltro, attenzione!, già uscito in uno degli ultimi numeri della rivista di Asimov), e “Anfiteatro”: ci troverete due fra i più begli alieni a sorpresa degli ultimi anni. Chi è affascinato dagli universi paralleli, può leggere invece I mondi dell'impero di Keith Laumer (Nord, L. 12000), avventuroso e rutilante anche se un po' farraginoso; ma non dimentichi naturalmente che l'assoluto capolavoro del sottogenere “universi paralleli” è La svastica sul sole di Philip Dick che l'editrice Nord ha rimesso in circolazione già da qualche tempo. È un libro su cui si è già detto parecchio e spero che sia noto alla maggior parte dei lettori: chi non lo ha letto non può dire di conoscere veramente le possibilità della fantascienza sul piano della decostruzione della realtà e della crisi del soggetto. D'altra parte una buona introduzione alle stesse tematiche è offerta dalla riedizione di un altro romanzo di Dick dei primi anni Sessanta (Noi marziani, Nord, L. 4.000). Leggere o rileggere, le opere di Dick di quel periodo vuol dire rendersi conto, una volta di più, dell'importante lavoro che questo autore ha fatto introducendo nella fantascienza tematiche ed elementi di riflessione sulla crisi della società americana e sul ruolo sociale della tecnica senza mai abbandonare il carattere popolare di quella narrativa (come notava già dieci anni fa Carlo Pagetti nella sua introduzione a Noi marziani, ripubblicata anch'essa). Molto più datato appare invece, a rileggerlo oggi, un romanzo di Norman Spinrad del 1967, arrivato da noi alcuni anni più tardi suscitando un certo scalpore e oggi anch'esso riedito (Il pianeta Sangre, Nord, L. 6000). Enfant terrible della fs americana alla fine degli anni Sessanta, Spinrad partecipò ai movimenti di rinnovamento di quegli anni con una carica di rottura veramente notevole: e questo The man in the jungle (Il pianeta Sangre nella versione italiana) è la prima opera significativa in questo senso. Nella storia di Bart Fraden, avventuriero e politicante di professione che si prefigge lo scopo di abbattere la cupa Confraternita del Dolore per sostituirla alla guida del Pianeta Sangre, Spinrad aveva forse l'ambizione di alludere ad un discorso politico e antropologico che rovesciasse l'aforisma del fine che giustifica i mezzi. Costruendo scientificamente la rivoluzione che dovrà abbattere la crudele oligarchia che domina il pianeta (e le cui pratiche stanno a mezza strada fra quelle dell'inquisizione e le prescrizioni del divino marchese) Fraden si pone in realtà sullo stesso piano dei suoi nemici: sia lui che i suoi collaboratori arrivano a praticare l'antropofogia. E la rivoluzione si trasformerà in un massacro e in un bagno di sangue generale. Riecheggiando in modo piuttosto ingenuo teorie antropologiche che oggi su direbbero sociobiologiche, Spinrad sferzava però efficacemente luoghi comuni sulla bontà della natura umana e svelava “di che lacrime grondi e di che sangue” il fondamento della civiltà. E anche se oggi non proviamo più lo stesso brivido provato dieci anni fa alla prima lettura, di questo continuiamo a essergli grati.


venerdì 5 marzo 2021

Antonio Caronia: Un raccoglitore fantastico

 


Linus gennaio 1984

Mettere insieme un’antologia è un lavoro che mi è sempre apparso improbo, faticoso e vagamente blasfemo. So bene che è un’idiosincrasia stupida, perché sempre nella vita si tratta di operare scelte, di accettare qualcosa e di respingere qualcos’altro. ma per un pigro come me, che aspetta sempre che le cose gli arrivino addosso e solo in circostanze eccezionali è capace di imboccare coscientemente una strada, fare un'antologia – lo ripeto – sarebbe operare un'inaccettabile violenza sul vasto complesso delle opere entro cui operare la scelta, un complesso che nelle circostanze date assume le vesti spaventose della “realtà”. Ecco perché ammiro incondizionatamente il lavoro di Italo Calvino, che, armato di competenza, decisione e modestia, ci offre una rassegna per niente scontata della produzione fantastica del secolo scorso (Racconti fantastici dell'Ottocento 2 voll. In cofanetto, pp. 286- 264, Mondadori, L. 12.000). Ho detto competenza perché (ed è ovvio) Calvino conosce bene il filone che è poi l'antecedente più o meno remoto di gran parte della sua produzione; decisione perché si è assegnato l'obiettivo di offrire un panorama più vasto possibile del genere considerato, anche a prezzo di tagli dolorosi (un solo racconto per autore, e come metterla quando l'autore è Hoffmann, o Gogol, o Poe?); ma anche modestia perché – a differenza di altri compilatori di antologie dello stesso argomento, e cito per tutti Borges e Casares – è riuscito a sfuggire alla tentazione di presentare una scelta che comprendesse quasi solo i suoi “ideali predecessori” (una debolezza che, perdoniamo volentieri a Borges e Casares e alla loro Antologia della letteratura fantastica, presentata in italiano un paio di anni fa dagli Editori Riuniti). Questo non significa che il temperamento e la sensibilità di Calvino non si sentano in questa antologia. A me sembra che esse traspaiano più che altro in certe scelte (come quelle dei racconti di Leskov, di Villiers de L'Isle-Adam o di Maupassant, non a caso inserite nella sezione detta del “fantastico quotidiano”) che presentano dei testi forse poco classificabili a prima vista come “fantastici”, ma sintomatici per la loro ambiguità, per lo scorcio inedito e imprevisto che ci offrono su situazioni altrimenti del tutto verosimili. Una dimostrazione in più, come osserva Calvino stesso nella sua introduzione, che “il fantastico dice cose che ci riguardano direttamente”, poiché “alla nostra sensibilità d'oggi l'elemento soprannaturale al centro di questi intrecci appare sempre carico di senso, come l'insorgere dell'inconscio, del represso, del dimenticato”. Come (ritorno a un tema che mi è caro, anche se forse è solo uno fra i tanti) l'improvviso animarsi autonomo di certi parti del corpo umano (il naso, l'occhio, la mano) che ritorna con una certa insistenza nei racconti antologizzati.


mercoledì 3 marzo 2021

Antonio Caronia, Piero Fiorili: Morte accidentale di una rivista


Linus ottobre 1980

Questo articolo andrebbe riquadrato di nero, a rigore, perché si tratta, né più né meno, di un necrologio. La rivista Aliens, che nelle intenzioni del suo editore Armenia avrebbe dovuto sostituire degnamente Robot, ha infatti cessato in agosto le pubblicazioni: un po’ in sordina e dopo soli nove numeri (anche se, assai pateticamente, l’ultimo fascicolo è stato numerato 9/10). Era, in pratica, l’unica rivista di fantascienza in Italia: “rivista”, cioè , nel senso etimologico di “rassegna” di informazioni, saggi (si fa per dire) e racconti, e “unica” perché era la sola ad avere una diffusione soddisfacente sul territorio nazionale. Non altrettanto soddisfacenti, a quanto pare, le vendite: un redattore ha parlato di 350 copie vendute in media a Milano (il che è meno di quanto vende – parliamo sempre di Milano – Un’ambigua utopia…). Il fallimento commerciale delle riviste di fantascienza in Italia è un dato ormai storico: ne abbiamo parlato nel nostro libro Nei labirinti della fantascienza, e c’è stato chi, come Monica Saitto sull’Avanti, ha creduto di vedere nella “rivendicazione” di una vera rivista di fantascienza in Italia uno degli assi portanti del nostro discorso. Noi, in realtà, credevamo di aver esternato parecchi dubbi sulla possibilità che una rivista di questo genere trovi un mercato nel quale possa, non diciamo prosperare, ma almeno sopravvivere. Dubbi che la chiusura di Aliens ci conferma. ma quali sono, insomma, le cause di questo fallimento? Vittorio Curtoni, ex-direttore di Robot e responsabile della sezione cosiddetta “critica” di Aliens, una spiegazione ce l’ha, e la espone serio serio (nonostante le apparenze) sul numero di addio di questa rivista, in un editoriale il cui astio e la cui acidità sono sì, certamente spiegabili, ma non per questo meno fastidiosi. La “solipsistica”, tesi di Curtoni è la seguente: che la causa della prematura dipartita non solo di Aliens, ma di tutte le riviste che l’hanno preceduta, stia nella “necrofilia” del fandom; all’appassionato le riviste di fantascienza piacciono solo da morte, per poterle ricordare con accorato rimpianto: finchè sono vive le critica, le maltratta, e non fa nulla per mantenerle in vita. Sicché, chiude il nostro, “spettabile pubblico, ci hai rotto i coglioni”. Ora, neanche a noi gli “appassionati” organizzati, i fan, sono simpatici, e siamo disposti a sottoscrivere un certo numero di analisi sulle loro cattive qualità: ma (a parte la scarsa tolleranza di Curtoni nei confronti delle critiche) imputare loro le cause della morte della povera Aliens è francamente eccessivo. E che avrebbero dovuto fare, gli appassionati? Comprare dodici copie di ogni numero? Organizzare la vendita militante? Perché - ed è questa la valutazione a partire dalla quale probabilmente Armenia, Curtoni e collaboratori si sono rotte le corna - il numero degli appassionati “fedeli” è quello che è: ci ha forse azzeccato l’editore Viviani che, in una recente intervista (La bottega del fantastico n. 2, 1980), lo stimava attorno al migliaio. possono essere anche il doppio, to’: ma non di più. E quasi ognuno di loro, siamo sicuri, comprava Aliens. Perché Aliens proprio a loro si rivolgeva, e a nessun altro: era, in definitiva, una “superfanzine”, che poteva interessare soltanto chi, nel mondo della fantascienza, di riffa o di raffa, ci sta da “conoscitore”, da “competente”, da “esperto”. Se è così il signor Armenia, che ci tiene ad essere considerato un editore e non un filantropo (e chi potrebbe rimproverarglielo?), e che lasciava intendere, su uno dei primi numeri di Aliens, di “aver fatto bene i propri conti”, deve riconoscere che i conti non gli sono tornati. Niente da fare, allora? Una rivista di fantascienza, in Italia, non si può fare? Non resta che fare come Curtoni, che manda affanculo il suo pubblico (quello che, in fondo, la rivista gliela comprava) e continua a fare il riduttore di romanzi per Urania? Tutto sta ad intendersi su chi è il “pubblico”. E’ molto probabile che, nella forma e con le caratteristiche attuali, il fandom della fantascienza sia destinato a restare quello che è, e che quindi ogni rivista che lo assuma come interlocutore privilegiato sia destinata a scontrarsi con difficoltà insormontabili (a meno che non si limiti alla veste e alla diffusione delle fanzine). Ma un discorso sulla fantascienza può avere come destinatario soltanto il fandom, la sua mentalità, le sue idiosincrasie? Se c’è una cosa che stupisce, e fa pensare, è lo scarto che esiste tra il grado di penetrazione di discorsi, figurazioni, immagini soprattutto di tipo fantascientifico, nella vita di tutti i giorni, nell’esperienza comune, nei mezzi di comunicazione, e la ristrettezza di vedute, di strumenti, il clima da conventicola che domina ancora nel mondo ufficiale della fantascienza, fra gli “addetti ai lavori”. Lo scarto, insomma, tra la fantascientizzazione della nostra vita e le “istituzioni” fantascientifiche. Una rivista, forse, ha qualcosa da dire ad un pubblico più vasto (al pubblico di Linus, per esempio), se è capace di stare al passo con il ritmo della mutazione antropologica che si produce in ciascuno di noi, con l’arricchimento (o l’impoverimento) del nostro immaginario collettivo. Diceva Carlo Pagetti in un intervento (tanto bello quanto inascoltato) al convegno di Stresa che il problema oggi è come “difenderci” dalla fantascienza: Forse il termine è già troppo conclusivo: e anche ammesso che ci si debba “difendere”, il primo passo è comunque “capire” le trasformazioni di un armamentario, di un repertorio di luoghi comuni letterari che, sul filo degli anni, si sono trasformati in luoghi comuni del nostro inconscio collettivo e, in certa misura, della nostra vita quotidiana. La vera invasione non è quella di cui “parla” la fantascienza, ma quella che “opera” la fantascienza, anche se le due tendono sempre più a fondersi: dalla conquista dello spazio fino alla “mazinghizzazione” dei nostri bambini. Chi ha voglia e spago per tesserlo, questo discorso, può anche tentarlo, il mercato: ma non ci stupiamo che chi ha scelto un’altra strada sia andato incontro al fallimento anche commerciale.


giovedì 25 febbraio 2021

Antonio Caronia: Mondo impossibile!

 


Linus aprile 1984

Nella sua introduzione alla più recente edizione del romanzo di Orwell che quest’anno celebra una sorta di compleanno/scadenza (1984 Mondadori, pp. XIV-308, L. 16.000) Umberto Eco argomenta che non tanto di profezia o utopia negativa si tratti, quanto di storia. Soprattutto in questi ultimi anni ci si è resi conto che “quel libro, se da un lato parlava di ciò che è già avvenuto, dall’altro, più che parlare di ciò che sarebbe potuto accadere, parlava di ciò che stava accadendo”. Si tratta di un’interpretazione non nuova, ma che a me continua a sembrare convincente. E d’altra parte, in qualche modo, tutte le opere riconducibili al filone dell’’utopia negativa’, dai Viaggi di Gulliver a Terra! Di Benni, si caratterizzano proprio per il fatto che, facendo le viste di parlare del futuro o di paesi immaginari, parlano in realtà del nostro ‘qui e ora’. Detto questo non si deve però dimenticare che gran parte della presa di questi libri sul lettore sta proprio nell’effetto di straniamento, nel vero e proprio brivido che si prova a vedere proiettate le tematiche del ‘qui e ora’ su uno sfondo che non è quello che noi conosciamo adesso, ma è lontano da noi nel tempo, nello spazio e a volte anche nella logica. Questo è il modo di operare della narrativa fantastica di ogni tipo: la costruzione di un universo autonomo o, come è stato detto di un ‘mondo possibile’. Tanto è vero che la denuncia del totalitarismo di Orwell è diventata famosa più con 1984 (o magari con La fattoria degli animali) che con Omaggio alla Catalogna, narrazione fedele dell’esperienza dell’autore durante la guerra di Spagna, che affronta ugualmente il tema della critica allo stalinismo, e con una resa letteraria, a mio parere, superiore a quella di 1984. Ma questo non vuol dire che il successo di questo libro sia immeritato. Al di là della debolezza della scrittura, infatti, Orwell ha saputo tradurre la sua ispirazione politica e morale di fondo nella costruzione di un universo credibile, e non già rispetto all’attendibilità dell’estrapolazione o alla verosimiglianza della previsione scientifica, ma rispetto alla coerenza interna di quel mondo. Per costruire un “mondo possibile” avvincente, che funzioni dal punto di vista narrativo, che tenga insomma il lettore attaccato alla sedia, non è sufficiente affastellare particolari curiosi o stravaganti, stravolgere le leggi della fisica, della sociologia o della scienza politica. Bisogna riuscire a mettere in opera delle leggi che facciano funzionare i dispositivi fondamentali di quel mondo in modo credibile e coerente. Ora le due più grandi scuole di costruzione di “mondi possibili” nella narrativa popolare del nostro secolo sono state, a mio parere, la fantascienza per così dire “classica” (quella che gli appassionati chiamano “tecnologica”, fiorita soprattutto negli anni Quaranta: alla Asimov, tanto per intenderci) e il filone più chiaramente fantastico, quello delle varie terre di mezzo, il cui rapprenetante insuperato rimane Tolkien. Oggi però l’ortodossia di queste correnti (cioè la fedeltà più o meno accentuata alle convenzioni e ai modi di questi due generi, o sottogeneri) mi sembra in declino, e comunque sforna prodotti sempre più deteriorati. In misura maggiore, devo dire, la prima, e cioè la fantascienza “classica”. Prendiamo un esempio recente: I costruttori di Ringworld  di Larry Niven (Fanucci, pp. 354, Lire 12.500), séguito del più famoso Ringworld del 1970 che aveva avuto i premi Hugo e Nebula. Grande precisione di particolari tecnici, alieni di ogni tipo, avvenimenti a iosa, ambienti i più diversi, il tutto sullo sfondo di un gigantesco mondo artificiale ad anello grande tre milioni di volte la Terra. Lo sforzo immaginativo non manca, ma la storia non regge e si trascina stancamente. “Che cos’era un uomo, di fronte a una creazione artificiale tanto immensa?” riflette Niven con sconvolgente profondità a p. 75, e decide di rimanere fedele per altre 300 pagine a questa apprezzabile ma un po’ statica verità. Tutt’altro sapore si avverte davanti al ciclo del Nuovo Sole, quattro romanzi di Gene Wolfe di cui sono apparsi in traduzione italiana i primi due, mentre è in preparazione il terzo (L’ombra del torturatore, Nord, L. 8.000; L’artiglio del conciliatore, Nord, L. 10.000). Gene Wolfe è uno degli autori più interessanti della fantascienza americana, una  curiosa figura di ingegnere che già negli anni Settanta aveva dimostrato di saper ben giocare con le regole tradizionali del genere (ma in Italia, per le ragioni che evito di ripetere per la centesima volta, non si erano finora visti tradotti che due o tre racconti). Qui si cimenta con il fantasy e con il suo classico armamentario di situazioni e figure: un mondo dalla struttura produttiva e sociale di tipo francamente medievale, un giovane eroe che compie il suo apprendistato di torturatore, una spada (ovviamente), un viaggio e una ricerca. Ma gli stereotipi appaiono corrosi dall’interno, nella narrazione aleggia un clima di inquietudine e di ambiguità che produce un fascino diverso dal ritmo ampio e disteso di tolkien, ma altrettanto intenso. Wolfe controlla con grande sapienza il suo mondo possibile: sa, come sapeva Orwell, che esso è un fatto prima di tutto linguistico. E forse sta qui la chiave dell’inquietudine e del fascino di cui si è detto. Ma ne riparleremo a ciclo concluso.

mercoledì 24 febbraio 2021

Antonio Caronia: La vergogna rimossa


 Linus giugno 1985

“Raccontare storie è per noi un rito di sangue”, dice uno dei personaggi del romanzo La vergogna di Salaman Rushdie. Il lettore, incontrando l’affermazione a pag. 69, quasi non ci fa caso, eppure gli episodi macabri che l’autore dissemina discretamente, qua e là per il libro, dovrebbero metterlo sull’avviso, prepararlo al finale sanguinario e pensoso che l’attende. Invece no, la saga mirabolante delle due famiglie Hyder e Harappa e di tutti gli individui che esse man mano inglobano in questo Pakistan mezzo reale e mezzo fantastico ci scorre addosso, ci avvolge come un pigro ma incontentabile anaconda; e ogni morte, ogni assassinio che incontriamo ci sembra solo un elemento narrativo e non una premonizione della catastrofe imminente. È colpa di Rushdie, naturalmente, di questo suo modo di raccontare apparentemente incongruo e invece così sapiente, pieno di incisi, di descrizioni gustose, di ironia e tolleranza, da cui salta fuo4ri, inaspettata, a tratti, la tragedia. Come quando Raza Hyder, futuro presidente, per difendere l’onore della moglie, sfida Iskander Harappa, futuro segretario del Fronte popolare, ma per non battersi in casa di questi va fuori in giardino e si lega a un paletto e da lì chiama a gran voce il suo rivale. Ma che ci possiamo fare se Iskander si guarda bene dall’accettare la sfida, Se Raza rimane sveglio tutta la notte e al mattino, assonnato e con gli occhi rossi, uccide con un gran pugno il vecchio servo che era andato a riportarlo a casa? Tutta la tensione epica e tragica di poche righe prima si scioglie, e non possiamo che sorridere. Perché questa è la cifra di Rusdhie, indiano che in inglese scrive storie avvincenti come se le raccontasse a voce (ma non c’è nulla di “spontaneo”, come s’è detto, è tutto frutto di un lavoro paziente di costruzione della pagina), e salta avanti e indietro, anticipa fatti che narrerà poi, si intromette nella storia e ci racconta da quale idea era partito e che cosa ha finito per realizzare. Ancora più disperso dal punto di vista della trama e dei personaggi, anche se più breve come lunghezza del precedente I figli della mezzanotte, il nuovo romanzo di Rushdie riscatta quella dispersione con un’idea di fondo più compatta: la vergogna rimossa, nascosta (quella dell’”eroe marginale” Omar Khayyam a cui le sue tre madri la hanno nascosta, ma anche quella del Pakistan che vuole dimenticare a forza il suo passato indiano) genera una violenza bruta, incontenibile, feroce. Quella di Sufya Zinobia e della Bestia che la abita, che porterà Raza e Omar alla morte. Quando ha compiuto il massacro finale Sufya scomparirà, “come se non fosse mai stata altro che una voce, una chimera, la fantasia collettiva di un popolo represso, un sogno nato dalla loro rabbia”. Dalla stessa rabbia nascono forse le storie di Rushdie, di V. S. Naipaul, di Nadine Gordiner, tutti scrittori che usano l’inglese senza che questo sia la loro madre lingua, e per cui la “crisi del romanzo” sembra non essere mai esistita.

Salaman Rushdie, La vergogna, Garzanti, pp. 260, L. 18.000

mercoledì 17 febbraio 2021

Antonio Caronia: Fra le stelle o sotto la terra

 

 
Linus ottobre 1983

Se la pratica del serial funziona per i film, si sarà detto Arthur C. Clarke, perché non provare anche con i libri? Ed ecco arrivare, dopo Superman II e III, dopo il ciclo di Guerre Stellari, in lieve anticipo sulla riesumazione nientemeno che di James Bond (Octopussy), anche il seguito, ahinoi, 2001: Odissea nello spazio. Uscito l’anno scorso in Inghilterra e USA, 2010 Odissea due viene ora tempestivamente tradotto in italiano (Rizzoli, pp. 286, L. 16.000). Ma, come già in molti esempi cinematografici, la ripresa di ambienti, personaggi e situazioni della “più grande storia del secolo” maschera anche stavolta nient’altro che la stanchezza di ispirazione e sclerosi della fantasia. Il che, fra l’altro, mi riconferma nella convinzione che Clarke sia autore quasi sempre piatto e mediocre, e che solo il fortuito incontro con Kubrick abbia prestato anche al romanzo di 2001 quel fascino che tutti ricordiamo, e che non era forse che l’eco delle immagini del film. Con la consueta precisione tecnica che gli deriva dalla formazione scientifica, Clarke descrive il viaggio dell’astronauta Leonov con equipaggio misto russo-americano alla volta della Discovery per riuscire a liberarla dalla posizione di stallo in cui l’avevamo lasciata alla fine di 2001 (nella zona di Giove, come nel film) e riportarla sulla terra. Nel corso della missione assistiamo quindi alla riattivazione del mega-computer Hal, alla ricomparsa del gigantesco monolito, ad alcuni scorrazzamenti dello spirito disincarnato dell’astronauta Bowman (protagonista del fantasmagorico finale di 2001, insomma, non fa che confermare la ripetitività e la stanchezza di chi si ostina a scrivere la fantascienza come negli anni 40 e 50. Perché, se è vero che la natura imita l’arte, come dice lo stesso Clarke nella sua introduzione al libro, questo succede proprio perché la natura come esisteva prima dell’era spaziale sta scomparendo, e al suo posto c’è la natura ricreata e modellizzata dalla scienza e dalla tecnica. È chiaro comunque che chi apprezza questo tipo di fantascienza troverà in 2010 un libro onesto, godibile e ben costruito. Le mie preferenze vanno – ho appena bisogno di ricordarlo ai lettori di Linus – alle invenzioni di figure e di società che vanno verso un “oltre” l’uomo, agli esperimenti di torsione del corpo e dello spirito umani, alle sociologie aliene. Fra i titoli più recenti di questo tipo, almeno due vanno ricordati: Il primo è Mockingbird di Walter Tevis, disponibile in due traduzioni (Solo il mimo canta al limitare del bosco, Nord, L. 5000; Futuro in trance, Mondadori, L. 4000; devo ringraziare l’enciclopedica Silvia Quai per averlo segnalato fin da luglio). L’altro è una novità solo per l’Italia, visto che in America è uscito oltre dieci anni fa: si tratta di L’alveare di Hellstrom (Nord, pp. 278, L. 6000) ed è di Frank Herbert, l’autore di Dune. Mentre l’utopia negativa di Tevis, pur contenendo una delle figure di androidi meglio costruite nella fantascienza degli ultimi anni, mi sembra però viziata da una vena di moralismo che affiora qua e là, una sorta di rimpianto per il buon tempo andato, ho trovato il libro di Herbert molto lucido, compatto e straordinariamente attuale. Attraverso la rielaborazione di figure e situazioni della fantascienza più classica, due società sono messe a confronto. Da un lato quella umana, quella a noi nota, sia pur vista attraverso l’esasperazione deformante dell’ambiente designato a rappresentarla, che è un’agenzia informativa ultra-segreta del governo americano; dall’altro la società “nuova”, l’Alveare, organizzato in parte sul modello delle comunità di insetti, ma costituito di umani mutati geneticamente e dotato di una mente collettiva, di una sua razionalità. L’interesse dell’opera (che si situa all’incrocio tra il genere utopistico e quello “genetico/robotico” inaugurato da Frankenstein) sta nello scontro violento che oppone i due poli, L’alveare e l’agenzia governativa, portatori di modelli, valori, interessi, metodi, assolutamente contrapposti. L’autore, come nota giustamente Pagetti nella sua introduzione, si rifiuta però di prendere chiaramente posizione a favore dell’uno o dell’altro campo, sottolineando semmai con maggior crudezza il cinismo e il disprezzo della vita che caratterizza il mondo degli umani. Lorrore istintivo del lettore per la figura dell’insetto, che giganteggia dietro a tutta la narrazione, si bilancia in questo modo con lo spettacolo della meschinità e del cinismo delle spie, contribuendo alla sospensione, oltre che dell’incredulità, anche del giudizio morale; e quella che trionfa è, al fondo, una grande rappresentazione dell’inconscio (non si dimentichi che entrambi i poli del romanzo, l’Alveare e l’agenzia, sono, ognuno a loro modo, nascosti, segreti, e questa è la condizione della loro sopravvivenza). Come se, per dirla con Villiers de L’Isle Adam, “per trovare l’ideale si dovesse prima passare per il regno delle talpe”.


mercoledì 10 febbraio 2021

Antonio Caronia: Il pelo e il vizio

 


Linus agosto 1980

Anche questa volta, visto che l’estate impazza e voi siete probabilmente più refrattari del solito alle nostre più sconvolgenti elucubrazioni, ci limitiamo a passarvi alcuni modesti consigli di lettura, rimandando all’autunno una (peraltro doverosa) riflessione sul perché vi andiamo propinando mensilmente questo sconnesso discorso a più voci, sulla cui ricezione siamo comunque angosciosamente privi di dati. Anche sull’efficacia di questi consigli, in realtà, nutriamo dubbi consistenti. Da un primo, sommario esame, infatti si può assumere l’ipotesi che i lettori di Linus si distribuiscano, rispetto alla nostra rubrichetta, nelle categorie seguenti: 1) appassionati ultra informati di fantascienza, che hanno letto già tutto prima di noi e che si fanno un baffo delle nostre recensioni/segnalazioni; se le leggono, lo fanno solo per poterci irridere e/o prenderci in castagna alla prima inesattezza; 2) intellettuali, fumettofili e affini, moderatamente interessati alla fantascienza, che giudicheranno troppo “iniziatico” il nostro discorso e continueranno con più profitto a leggere Gabutti; 3) i restanti lettori, mediamente squilibrati, che saltano senz’altro la rubrichetta. Sarebbe confortante per noi poter ipotizzare l’esistenza di una categoria 4), non vuota (sarebbe sufficiente all’uopo che contenesse anche un solo elemento), costituita da lettori non esclusivi di fantascienza, che per la loro vivacità intellettuale siano stufi di leggere Asimov, ma abbastanza digiuni di semiologia da poter essere incuriositi dalle letture che noi proponiamo. Nella speranza perciò, che la nostra fatica possa continuare ad essere annoverata tra i servizi sociali, sia pure nel senso restrittivo qua sopra esposto, torniamo a bomba. Che cosa si può leggere, quest’estate in Italia, di quella “nuova fantascienza” di cui ci sentiamo immeritatamente dei modesti divulgatori? Non molto, la risposta è ovvia. Avremmo voluto segnalarvi, fra i primi, l’ultimo romanzo di John Varley, uno fra i più interessanti nuovi autori americani, che ha al suo attivo una bella raccolta di racconti, The persistence of vision (alcuni sono apparsi in Italia sulla defunta Robot e sulla Rivista di Isaac Asimov) e il romanzo Linea calda Ophiucus, qui pubblicato da Sonzogno. Varley è, in qualche modo, uno dei continuatori di Delany, soprattutto per quanto riguarda le tematiche della sessualità e della crisi della personalità, per le quali è ovviamente debitore anche alla nuova fantascienza femminileJohn Varley, : ma non si fatica a riconoscere nelle sue opere anche l’influenza di Ursula Le Guin. Il romanzo Titan, uscito in usa l’anno scorso, riepiloga un po’ i temi e luoghi a lui cari (la sessualità, appunto, lo scarto tra oggettività e soggettività, la crisi dell’individuo in rapporto alla scienza e alla tecnica), proiettati questa volta sullo sfondo dell’ignoto e della presenza della trascendenza: siamo infatti su un pianeta “vivo”, che ha creato sul suo corpo un mondo mitologico, con apporti greci, cristiani e di altro tipo: lì la storia è veramente “il sogno di un folle”, e se centauri e gli angeli non sono più una metafora, il pianeta Gea può esserlo benissimo. In realtà, però, è inutile che andiamo avanti: questo romanzo in Italia, almeno quest’estate, non potete leggerlo, a meno che non leggiate l’inglese e non ve lo procuriate in edizione originale. Infatti Titano (Urania 839, Lire 1.000), che figura come l’edizione italiana di Titan, è stato trasformato in una storiella avventurosa per educande. Dev’essere stato un lavoro redazionale bestiale; episodi veri e propri non ne sono stati tagliati, anche se a volte qualche particolare mancante rende la storia un po’ balzellante e difficile da capire, ma tutto il testo è stato sottoposto ad una serie capillare di tagliuzzamenti, riassuntini, aggiustamenti, che lasciano a malapena lo scheletro e scarnificano abbondantemente il resto. Le più colpite sono state le scene erotiche, ovviamente (ma non pensate alla pornografia: il lettore ideale che ha in mente la signora Negretti, redattrice di Urania, sarebbe disturbato anche da una frase come questa: “La lingua di Bill era partita dai piedi di Cirocco e adesso stava esplorando il suo orecchio sinistro”, p. 4 dell’edizione tascabile americana, Berkeley 1980); e poi una miriade di osservazioni, particolari, gesti, movimenti, battute, certo “inessenziali” per sapere “come va a finire la storia”, ma forse importanti per delineare i personaggi. Questa dei tagli di Urania è una storia vecchia: ma lacune recenti dichiarazioni dei responsabili di Mondadori facevano credere che fosse anche una storia passata (v. Un’Ambigua Utopia n. 1, 1980 e La bottega del fantastico n. 1, 1980). Come dire: la Negretti perde il pelo, ma non il vizio (o forse sarà il contrario…). Non ci rimane, ahinoi, che ripiegare sulle riedizioni. E per fortuna c’è la Nord che, se quest’anno non brilla per le novità (a parte Il serpente dell’oblio, di cui vi abbiamo parlato il mese scorso), sta offrendo delle interessanti ristampe. Quelle che vale senz’altro la pena di leggere sono i due Dick, I giocatori di Titano (Narrativa d’anticipazione, L. 2.500) e I simulacri (Cosmo oro, s.i.p.) e l’ormai famoso I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guin (Narrativa d’anticipazione, Lire 3.500). Quest’ultimo, nonostante l’orripilante titolo, è ormai un classico della fantascienza “politica” nell’epoca della crisi dell’utopia, e uno dei libri più belli della scrittrice dell’Oregon: chi non l’ha letto non può neanche rendersi conto dei difetti di Ursula Le Guin, che sono difetti di gran classe. Quanto a Dick, ormai è chiaro che egli è all’origine di quasi tutta la fantascienza più interessante degli ultimi vent’anni, e in particolare di tutta la tematica del contrasto (o dell’identità) tra realtà e illusione: anche i due titoli segnalati, il più interessante dei quali è I simulacri. Ma se volete saperne di più e meglio di come potremmo dirvelo noi, vi consigliamo di leggere le introduzioni di Carlo Pagetti a tutti e tre i libri.


lunedì 8 febbraio 2021

Antonio Caronia: Fianco destr!

 


Linus novembre 1983

Rivendicano un loro “fascismo” (sia pure in senso nostalgico, più nel senso di fascismo-movimento che in quello del fascismo-Stato), ma poi scrivono: “A un potere che ha fatto propria la simbologia e la prassi della morte, non si può che rispondere lottando per la vita, quella vera, quella dei non garantiti”. Inalberano ancora il motto “Il nostro onore si chiama fedeltà” ma parlano di nuovi giovani, di frammentazione contemporanea del linguaggio, di egemonia culturale. Leggono Evola ma anche Baudrillard, e quando parlano di se stessi e del proprio passato ammettono senza imbarazzo di avere anche imparato dai loro compagni di scuola di sinistra. Che i giovani di destra in tutti questi anni, non abbiano vissuto in mezzo a un deserto, ce lo potevamo immaginare. Ma quello che è più interessante è capire come una parte di essi sia evoluta, quali percorsi abbiano fatto, come mai appaiono (lo osservava Giovanni Tassani nell’incontro su “Sinistra e Nuova destra” del dicembre scorso a Firenze) più attrezzati dei loro coetanei di sinistra ad affrontare questa nuova fase di dopo-guerra civile. “Sorpresi”, come essi stessi confessano a volte, dal Sessantotto, i giovani di destra hanno attraversato gli anni Settanta subendo l’egemonia culturale e (dove più, dove meno) l’impatto fisico della sinistra. Hanno imparato a proprie spese gli effetti paralizzanti della polarità, a destra, fra le posizioni di tipo reducistico e nostalgico e quelle della lotta armata. Hanno dovuto, anche loro, fare i conti politici e pratici con le proprie “variabili impazzite”. Poi , poco a poco, ne sono usciti. Una larga parte di loro, attraverso l’esperienza dei tre campi Hobbit del 1977, ’78 e ’80 e della formazione dell’area della Nuova destra, dopo un periodo di permanenza fuori dal Msi in attesa che Rauti trovasse una collocazione interna più stabile, si è dedicata alla riorganizzazione del Fronte della Gioventù. Il Fronte è un’organizzazione che in molte città, rispetto all’immobilismo o alle incertezze della sinistra, appare in crescita di iniziativa e, forse, di successo. I responsabili del FdG di Milano, dove più che altrove si era fatta sentire la stretta della sinistra e dell’”antifascismo militante”, parlano orgogliosi dei nuovi circoli sorti l’ultimo anno in provincia, dei convegni e delle assemblee, del lavoro di selezione e formazione dei quadri, della tiratura del loro giornalino, “Fare fronte”, arrivata nel corso dell’anno a 2000 copie. Si tratta, come si vede, di un’organizzazione ancora modesta rispetto alle dimensioni dei gruppi extraparlamentari di dieci anni fa e della Cl di oggi, ma è la linea di tendenza che indica la crescita. Appaiono sicuri di sé, culturalmente aggiornati, consapevoli delle difficoltà ma fiduciosi nella loro linea. “Quando abbiamo ripreso la militanza nel Msi”, dice Marco Valle, segretario del FdG di Milano, “abbiamo trovato una situazione di frammentazione anche nelle nostre aree giovanili. Più che aggregazioni politiche, c’erano bande e circoli che si dicevano fascisti, ma il cui punto di riferimento era più che altro musicale o sportivo. Del resto questa è la caratteristica dei giovani di questi anni, essenzialmente nichilisti, molto meno permeabili alla politica delle generazioni precedenti, di destra e di sinistra. Dobbiamo evidentemente adattare il nostro linguaggio, comprendere le loro specificità”. “E anche”, aggiunge il vicesegretario Luca Bertazzoli, “individuare i luoghi e i meccanismi della loro socializzazione primaria. A Milano, adesso, stiamo appunto discutendo se la scuola sia uno di questi luoghi, cosa che a noi sembra sempre più dubbia”. A questo livello dell’analisi le considerazioni, a volte anche assai articolate, sono molto simili a quelle della sinistra (il che dimostra comunque, che un certo inserimento sociale ce l’hanno). Ma mentre a sinistra l’analisi del mondo giovanile e la fine dell’ubriacatura ideologica produce il più delle volte cautela, tendenza a rimanere il più possibile aderenti a un terreno di rivendicazioni immediate, qui è diverso. “Ai giovani”, è sempre Valle che parla, “noi vogliamo far riscoprire il gusto della politica, ma non nei termini dei giochi di piccolo cabotaggio: la politica la concepiamo come sogno, come avventura, anche come mito, mito della rivoluzione. Il superamento rivoluzionario del capitalismo è l’esigenza centrale di questi anni, dopo che le vecchie antitesi, fascismo/antifascismo, destra/sinistra si sono del tutto logorate. E oggi il nemico principale fra i giovani è la presenza neo-moderata di Cl”. E l’estrema sinistra? “Non abbiamo preclusioni nei loro confronti”, dice Bertazzoli, “come ne abbiamo invece verso la Fgci, che consideriamo una forza reazionaria. L’antifascismo militante, d’altra parte, è morto e sono ben altri i problemi su cui si deve misurare chi vuole far politica fra i giovani oggi: il post-terrorismo, il problema dei missili e dell’indipendenza nazionale, i nuovi saperi che crescono in una situazione di grave crisi”. Questa tendenza a privilegiare discorsi generali rispetto a obiettivi immediati è naturalmente indizio di una debolezza della giovane destra, perché indica un radicamento ancora scarso in situazioni concrete. Ma potrebbe anche essere, in certe condizioni, un punto di forza, se consentisse loro una certa aggregazione di giovani “nostalgici” di sicurezze, idee-forza, ideologie. Il loro discorso sull’indipendenza nazionale sa molto (né essi lo nascondono) di gollismo: la loro opposizione è ai missili americani, mentre vedrebbero di buon occhio un armamento atomico nazionale. Il loro collocarsi nella “galassia fascista”, pur con un’accentuazione mistica e neo-romantica, è indubbio. E poi, dal punto di vista delle ascendenze storiche, fanno comunque parte di quella destra radicale che (come Giorgio Galli ha spiegato così lucidamente) si rifà a una tendenza ben viva della cultura occidentale, anti-ugualitaria, anti-illuministica e per così dire, “tradizionale”. Ma, vista l’ampiezza del terremoto ideologico e politico a sinistra, chi se la sente più di custodire certi steccati? Il “pensiero della differenza” non è oggi discusso (e spesso, in una qualche variante, assunto) anche a sinistra? La rivalutazione delle culture regionali e delle tradizioni popolari non è uno dei caratteri anche della nuova cultura politica, della sensibilità dei giovani di sinistra? E i giovani di destra, quando proclamano la loro tenace avversione all’”american way of life”, non riprendono in fin dei conti un punto centrale della visione politica della sinistra, nuova e giovane, della fine degli anni Sessanta (al punto di ricalcarne, a volte fin troppo smaccatamente le formulazioni)? Ma neppure su questo c’è da stupirsi, perché sulle “coincidenze” fra un certo Evola e un certo Adorno, negli ultimi tempi, qualche luce è stata fatta. Il punto è semmai vedere quale grado effettivo di comprensione (e di trasformazione) della realtà siano in grado di assicurare queste posizioni – di destra o di sinistra che siano – di derivazione “apocalittica”. Il fatto è che il linguaggio e l’ispirazione dei giovani del Fronte, quando si va un po’ a fondo, assomiglia molto più a quello della Nuova destra che a quello della dirigenza del Msi. E se le soluzioni date ai problemi sono quasi sempre discordi, resta il fatto che i titoli dei problemi siano quasi sempre gli stessi, fra i giovani di sinistra come fra quelli di destra. Il che, in una fase di transizione come quella che viviamo, è forse la cosa più importante, se è vero che l’individuazione dei problemi condiziona già in buona parte le risposte.

sabato 30 gennaio 2021

Antonio Caronia: Fantasy al sole

 


Linus agosto 1984

Impazza un’estate lungamente attesa, ed eccomi a segnalarvi qualche distensiva, evasiva anche, ma non banale lettura canicolare: sempre fra quelle, s’intende, che abbiano attinenza col nostro genere, o supergenere, preferito, il fantastico. Cominciamo (un dubbio contrario non mi sfiora neppure) con l’autore nuovo più interessante arrivato da noi quest’anno. Se ancora non l’avete fatto, e disponete di almeno quattro o cinque pomeriggi da dedicare alla lettura, dovete assolutamente procurarvi I figli della mezzanotte, terzo romanzo, ma primo tradotto in italiano, dell’indiano Salman Rushdie (Garzanti, pp. 518, L. 22.000). Rushdie scrive in inglese, per la buona ragione che vive a Londra dall’età di 14 anni (adesso ne ha 37), e ci sommerge, ci inonda, ci ingolfa con l’autobiografia di Saleem Sinai, portavoce e “coordinatore” della Midnight Children Conference (Conferenza dei figli della mezzanotte). Costoro sono i bambini nati appunto attorno alla mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno di proclamazione dell’India come Stato indipendente: ognuno di loro ha, per questa ragione, poteri straordinari, e tutti insieme possono collegarsi telepaticamente tramite Saleem. I giorni di questa “Conferenza” sono brevi, ma segneranno profondamente la vita di ognuno di loro e in primo luogo quella di Saleem, che nel libro + il martellante e invadente io narrante: tutta la narrazione, che parte dalla vita del nonno di Saleem per arrivare alla sua nascita e alla storia della sua “ascesa e caduta”, se così si può dire, sembra in effetti preparare l’ingresso sulla scena dei fatidici bambini e lo straordinario intreccio tra vite peivate e storia della nazione indiana che essi realizzano, fino allo sconvolgente epilogo che, per carità di lettura, vi nascondiamo. La filosofia narrativa di Rushdie è racchiusa tutta in queste due sentenze: “Per capire una sola vita dovete inghiottire il mondo” e “Alla forma non si può sfuggire”. I critici hanno paragonato I figli della mezzanotte a Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, a Augie March di Bellow, hanno scomodato persino Laurence Sterne e, il suo Tristam Shandy. Io aggiungerei la storia di un’altra turbolenta e mirabolante iniziazione alla vita, quella raccontata in Il grande tiratore di Vonnegut, di cui ho parlato il mese scorso su queste stesse pagine. Con questa fondamentale differenza: che tanto Vonnegut sottrae particolari alla narrazione, giocando su un sapiente uso ironico dell’ellissi (ed è il suo biglietto da visita), quando Rushdie ne accumula, di particolari, in una ridondanza barocca e stordente, in una spudorata esibizione del meccanismo narrativo che ne fa un romanziere, se possibile, ancora più “postmoderno” di Vonnegut. Postmoderno e gioiosamente materialistico, se alla fine del romanzo scopriamo che Saleem Sinai ha costruito, un equivalente gastronomico della sua autobiografia, 31 vasetti di mostarda indiana con dentro i sapori della sua vita, uno per ogni capitolo, uno per ognuno dei suoi anni… Sempre in tema di pseudo-autobiografie, prosegue la narrazione in prima persona del viaggio-ricerca di Severian, che costituisce il ciclo in quattro volumi del “Libro del nuovo sole” di Gene Wolfe. Nella terza tappa, l’ultima finora disponibile (La spada del littore, Nord, pp. 270, L. 10.000), Severian ha finalmente raggiunto la città di Thrax, sua meta nel precedente volume, ma se ne allontana per nuove peregrinazioni. Ho già consigliato la lettura di questo ciclo, ma rimando ancora una volta un discorso più compiuto a quando l’ultimo volume, La cittadella dell’autarca (la cui uscita è peraltro imminente) scioglierà i non pochi enigmi accumulati nei primi tre. Il ciclo di Wolfe è, grosso modo, collocabile nel filone “fantasy”. Rimaniamo quindi nei paraggi e vediamo che cosa ci riserba  quest’estate la fantascienza. Nel settore classici in primo luogo i mai dimenticati Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, che ricompaiono nella collana Cosmo Oro riutilizzando la vecchia traduzione di Malaguti (Editrice Nord pp. VIII-210, L 8.000): sono pochi gli appassionati che non l’hanno letto, ma ai neofiti non deve mancare questa affascinante contaminazione tra il mondo dei freaks e la tematica del superuomo. Mondadori ci offre, nella collana “I Massimi”, un trittico di Clifford Simak, che non è per nulla uno dei miei autori preferiti, ma ha un posto ineliminabile nel cuore dei fan (Anni senza fine, Camminavano come noi, Oltre l’invisibile, pp. 420, L. 18.000): l’evento è memorabile perché il primo romanzo, uscito varie volte tagliatissimo su “Urania”, è ora ripristinato in versione integrale). Proseguendo nella scia delle antologie d’autore, inaugurata dai due volumi di “Cosmolinea B” di Frederic Brown, ecco negli “Oscar fantascienza” i quattro volumi di Shock di Richard Matheson (pp.784, L. 18.000), praticamente l’opera omnia, quanto ai racconti, dello sceneggiatore di Duel, e in “Urania blu” La signora degli scarafaggi di Thomas Dish (L. 3.000). E scusate se è poco. Per quanto riguarda le novità, il tema del passato dell’umanità e del viaggio nel tempo sembra avere largo spazio, visto che lo si trova in due libri peraltro molto diversi, e cioè in La terra dai molti colori della nuova autrice, Julian May (Nord, pp. 460, L. 12.000), primo volume di una “Saga dell’esilio del Pliocene” di cui molto si è discusso in America negli anni scorsi, e Il tempo è il solo nemico (Nord, pp. 286, L. 8.000) di Michael Bishop, autore ben poco pubblicato da noi ma notevole per la presenza di un vivo interesse antropologico in una solida cornice da “space opera”. Dopo aver ancora segnalato, per gli amanti del filone utopistico-sociologico, Le torri dell’Eden di Renato Pastriniero (Fanucci, pp. 190, L. 6.000), per gli amanti di Farmer il suo ultimo Il distruttore (Nord, pp. 290, L. 5.000) e per i masochisti il Dramocles (Urania 974) di uno Scheckley che non si vuole maltrattare solo per riguardo al suo glorioso (ma quanto lontano!) passato, veniamo ad un ritorno atteso e graditissimo. Esce infatti in questi giorni in edicola Urania n. 976, edizione speciale argentata con l’ultima antologia di James G. Ballard (10 racconti tutti nuovi, compresi un paio di inediti) uscita in Inghilterra nel 1982 e tradotta per noi da Giuseppe Lippi: Mitologie del futuro prossimo. Ballard, dopo un periodo abbastanza lungo di prove non certo entusiasmanti (Condominium, Hello America) ritorna al suo tema di sempre, la regressione dell’uomo in una realtà psichica che prende via via il posto del mondo esterno, ci ritorna con la dimensione narrativa che gli è più congeniale, quella del racconto, e con una insolita radicalità. L’unico spazio che rimane all’uomo, sembra dire Ballard, è proprio questo percorso “all’indietro”, fino alle sue estreme conseguenze, fino alla negazione della vita, a una morte prima subita, poi accettata e comunque percorsa fino in fondo. Un libro da non perdere, che sembra riproporre temi oscuri ma persistenti della nostra cultura, A riprova, ecco un’altra iniziativa editoriale. Le edizioni Theoria, già note per un catalogo all’insegna della contaminazione fra scienza e fantasia, hanno da qualche mese mandato in libreria una nuova collana, “Riflessi”, che si propone di “disegnare la storia delle paure e delle ossessioni della cultura occidentale” attraverso testi di letteratura fantastica (gotico in particolare), cronache di processi, autobiografie e testi scientifici. Il progetto non appare forse molto chiaro: personalmente non ho capito per esempio, che cosa c’entrino con la collana le ultime divagazioni autobiografico-critiche di Oreste del Buono (La talpa di città), che peraltro si leggono volentieri. Raccomando però ugualmente questi volumetti dal formato ultra-tascabile e dal basso prezzo. Fra i titoli finora usciti mi sembrano più interessanti i testi minori di autori gotici o neo-gotici: L’anaconda di Matthew G. Lewis, per esempio (pp. 128, L. 6.000), La catena del destino di Bram Stoker (l’autore di Dracula), stesse pagine, stesso prezzo, e Il vampiro di John Polidori, segretario di Lord Byron, a cui talvolta il racconto fu attribuito. Di questo, che il primo testo letterario in assoluto in cui viene rielaborata la leggenda popolare del non-morto, bisogna però segnalare, per una di quelle bizzarrie non frequenti nel nostro mondo editoriale, un’altra edizione pressoché contemporanea, più costosa ma molto meglio curata, anche criticamente (John William Polidori, Il vampiro, a cura di Giovanna Franci e Rossella Mangaroni, con 22 illustrazioni, pp. XXXJJ-130, Studio Tesi, L. 15.000). Mi piace pensare che questo rinnovato interesse dell’editoria, e (si spera) anche dei lettori, per il gotico e la letteratura della paura abbia a che fare con gli anni in cui viviamo, con il fallimento delle utopie realizzate e la pervicace riproposizione (sotto varie forme) delle utopie progettate, ivi comprese le entusiastiche ideologie tecnocratiche che non ammettono di esserlo. Perciò, in questa estate 1984, reduce dal X Congresso italiano di fantascienza che si è tenuto a Montegrotto alla fine di maggio proprio nel nome di Orwell, e delle discussioni che lì abbiamo fatto con Giuseppe lippi e Nicoletta Vallorani e Leo Marchetti e tanti altri, mi permetto di consigliarvi la lettura in parallelo di due libri. Le ragioni dell’utopia le troverete egregiamente sostenute nella futurologia medievaleggiante di Notizie da nessun luogo (Garzanti, pp. 2444, L 7.000), esposte con la prosa un po’ magniloquente di quel curioso socialista ottocentesco inglese che era William Morris; le ragioni (e che ragioni!) dell’anti-utopia stanno invece nel recentemente ristampato Noi (Feltrinelli, pp. 160, L. 6.000) scritto tra il 1920 e il ’22 dallo scrittore e ingegnere russo Evgénij Zamiàtin con lo stile secco ed essenziale che si addice alla descrizione di un mondo in cui anche le persone si chiamano con un numero e lo Stato totale regola pubblico e privato. Un testo che ha ispirato non solo orwell ma anche (tanto per fare un altro nome) l’epopea swiftiana di Zinovev, Cime abissali. Ma intanto la tecnologia avanza, il mercato dei personal computer comincia a diventare grandino anche in Italia e, utopia o no, è bene tenersi informati. Fra i tanti testi introduttivi all’argomento mi sento di segnalarvi La vita elettronica (Garzanti, pp. 290, L. 16.000), non solo perché è di Michael Crichton, l’autore di Andromeda e Congo, ma perché è il libro di un utente di computer che si rivolge ad altri utenti, non pretende quindi di insegnare l’informatica ma solo un uso non dispersivo di una macchina che è ormai impossibile ignorare, e poi è naturalmente divertente (andate subito a vedere in che cosa un personal computer assomiglia a un maggiordomo inglese!). Chi invece voglia un’informazione serena, ma critica sulle conseguenze sociali dell’introduzione dell’informatica nel mondo del lavoro può vedere il recentissimo Lavoro e intelligenza nell’età microelettronica (Feltrinelli, pp. 136, L. 17.000) di Paola Manacorda, una delle poche persone in Italia che scrive di questi argomenti con sperimentata conoscenza dei problemi e senza nessuno schieramento preconcetto nelle file degli “apocalittici” o degli “integrati”.


venerdì 15 gennaio 2021

Antonio Caronia: Festival teatrali

 


Linus luglio 1985

GUIDA RAGIONATA ALLE PRINCIPALI SCADENZE. Luglio è il mese in cui gli appassionati di teatro, quelli veri, vanno in giro ad annusare e carpire le novità delle novità, gli embrioni, a volte i germogli di quelle che saranno le dominanti (pacifiche o contrastate) della stagione successiva. Gli aficionados hanno già saputo tutto dalle pagine dei quotidiani, meticolosamente spulciate e ritagliate; per i distratti, o gli apprendisti esperti, o i curiosi, ecco una guida idiosincratica e ragionata delle principali scadenze. Il festival principe, fra i tanti in Europa, rimane quello di Avignone: la città francese è ancora il luogo di massima concentrazione estiva di teatro di tutti i tipi. Fra le grandi attrazioni di quest’anno la mastodontica riduzione del poema nazionale indiano, Mahabharata, che Peter Brook ha allestito dopo anni di studio: dura più di una notte, ci si siede alle 19 e si va via all’alba. Un regista ormai mitico, un repertorio mitologico e allegorico che non ha eguali al mondo, il fascino del teatro notturno; non occorre altro per stuzzicare i palati più esigenti. I quali, peraltro, possono essere ragionevolmente intrigati anche dall’ultimo spettacolo di Tadeus Kantor, Gli artisti, che crepino! Che conclude la “trilogia della memoria” iniziata con La classe morta e Wielopole-Wielepole. I più aggiornati lo hanno già visto nell’anteprima milanese del 14 giugno; gli altri possono telefonare allo 003390/829900 per prenotare posti, informarsi sul programma completo, sugli alberghi, camping e quanto altro interessi loro. Le date sono dal 6 al 31 luglio. Più concentrate le rassegne italiane. Qui da noi si usa dire, da qualche tempo, che i festival sono in crisi. Però si continuano a fare, e con un certo successo di pubblico. Chi non è stato, almeno una volta, per le strade a Sali e scendi di Santarcangelo, circondato da sacchi a pelo, piadine e tanti, tanti ragazzi? La cittadina romagnola ha visto passare, nelle sue estati, almeno due generazioni di spettatori più o meno esigenti, più o meno affascinati dal “nuovo” che si andava producendo nel teatro italiano ed europeo, e che a Santarcangelo con grande passione si consumava. Una parte di quel “nuovo”, oggi, forse non è più tale, e non solo per gli evidenti quindici anni di festival, ma anche perché le tendenze che vi hanno abitato hanno poi trovato altri spazi, o si sono esaurite. Quest’anno il direttore Roberto Bacci, con il sostegno di un comitato di studiosi come Claudio Meldolesi, Ferruccio Merisi e Ferdinando Taviani, propone dal 17 al 21 luglio una “Cittadella della cultura teatrale” centrata intorno a due appuntamenti: il teatro quasi iperrealista dei polacchi di Akademia Ruhu, ospiti tradizionali dei festival, e la sezione “Euritmie” in cui i Magazzini Criminali tentano il confronto fra il loro ultimo lavoro (Genet a Tangeri affiancato ad una nuova performance, Guevara e Fidel) che affronta con forza il tema del sacro, e quello di alcuni gruppi dalle origini diverse, come il Teatro della Valdoca, Società Raffaello Sanzio e Padiglione Italia, oltre a proposte di teatro ispirato più scopertamente alla danza o alle arti visive (Parco Butterfley, Enzo Cosimi, Tradimenti incidentali). Le informazioni allo 0541/620252. Santarcangelo non monopolizza però, come potrebbe apparire dai nomi, i diversi filoni di ricerca che si diramano dal tronco chiamato, qualche anno fa, della “nuova spettacolarità”. Troviamo infatti Falso Movimento, un gruppo caro al pubblico abituato al teatro “di confine” fra linguaggi diversi, nel programma del festival “Inteatro” di Polverigi, dal 6 al 13 luglio (071/906341). La giovane rassegna marchigiana ha ormai trovato un suo spazio preciso, meno affollato di quello di Santarcangelo, molto attento alle emergenze soprattutto straniere. Non è che gli italiani siano assenti (oltre a Coltelli nel cuore, da Brecht, di Falso Movimento, vedremo Giovanotti Mondani Meccanici, che dal fumetto tentano nuove vie, e altri gruppi nostrani): ma il programma proposto quest’anno da Roberto Cimetta e Velia Papa è decisamente sbilanciato verso l’estero. Ci sono ritorni attesi, come l’americano Squat Theatre, che anni fa entusiasmò con una rutilante Battaglia di Sirolo e vari e diversi gruppi di teatro-danza (le giapponesi Ariadone, mark Tompkins e altri), e gli inglesi di Hesitade and Demostrate con un teatro in cui suggerimenti letterari e macchine teatrali si scontrano in un accattivante agrodolce. E ci sono proposte inedite e stimolanti non di “video-teatro” (cioè di nastri video prodotti da gruppi teatrali) ma di uso del video nel e col teatro, con una commistione e un confronto fra ritmi del palcoscenico e ritmi del video: tre proposte diversissime, ma in questo convergenti, dei berlinesi F.D.G.O. (Relations-Chips), del francese Ligeon Ligeonnet (III,3, dall’Otello), dell’olandese Theater Mickery (Kidnap). Fra le nuove proposte di gruppi comunque già affermati (Santarcangelo) e le suggestioni di gruppi internazionali (Polverigi), una terza formula, rischiosa ma appassionante. “Arrivano dal mare!”, Festival dei burattini e delle figure di Cervia, ha affidato quest’anno ad Antonio Attisani l’organizzazione di un progetto speciale. Si chiama Verso l’alba, si svolge a Bagnocavallo (Ravenna) fra il 10 e il 20 luglio. Quattro nottate, dalla tarda serata fino al sorgere del sole, vedranno avvicendarsi altrettanti gruppi in una presentazione antologica della loro produzione. È un viaggio attraverso la notte, un percorso quasi di iniziazione alla ricerca di una dimensione forse perduta ma fortemente connaturata al teatro, un itinerario per gli spettatori che vogliono “scegliere” e non “essere scelti”. Una curiosa figura di Mercurio (un dio che in altri tempi accompagnava le anime nel loro viaggio nell’aldilà) introdurrà ogni sera agli spettacoli delle Albe di Verhaeren (Ravenna), Teatro Settimo (Settimo Torrinese), Teatro delle Briciole (Parma), Tam Teatromusica (Padova), Ticoteatro e Danio manfredini (Milano). Gli organizzatori scommettono che di tutto questo si riparlerà. I nottambuli chiamino, per le informazioni, lo 0544/39714 0 423119.