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sabato 24 agosto 2024

Antonio Caronia: Giovane militanza anni '80

 

Linus settembre 1983

Giovane militanza anni '80

C'è qualche indizio che l'interesse dei giovani per la politica stia crescendo. Certo non siamo di fronte a una situazione pre-sessantottesca: semplicemente sembra superato il punto più basso dell'impegno politico delle nuove generazioni, che si era registrato tre o quattro anni fa (prendo sempre come punto di riferimento per queste valutazioni di “alto” e “basso” gli anni attorno al '68). Parliamo principalmente delle ali estreme, in primo luogo a sinistra, ma, come si vedrà, anche a destra, e non per scelta di campo, ma perché in queste aree il comportamento politico giovanile è più trasparente rispetto ai movimenti giovanili dei grandi partiti. Un analisi del volto giovanile nelle ultime elezioni, per esempio (e c'è chi l'ha tentata) ci darebbe infatti dei risultati aleatori e difficilmente valutabili: penalizzati Pci, Msi e Psdi, a quanto sembra, ma consistentemente premiata la Dc, se è vero quanto ha detto Hutter a Radio Popolare, e Dp e i repubblicani. Ma è comunque vero a prescindere dai risultati elettorali, che l'estrema sinistra sembra riconquistare, sia pure lentamente, una capacità di attrazione, che aveva quasi del tutto perso nel 1979, con il trauma del 7 aprile e l'insuccesso elettorale di Dp. Le note che cominciano con questo numero vorrebbero appunto contribuire a disegnare un ritratto del militante giovanile degli anni Ottanta, dei problemi che deve affrontare per farsi capire nelle scuole e nei quartieri dagli altri giovani, del modo con cui filtra e restituisce il dibattito che si svolge nella sua area politica. Non c'è bisogno di dire che sarà un ritratto ancora parziale, che risentirà inevitabilmente della provenienza quasi tutta milanese dei dati, che correzioni, contestazioni, e anche vaffanculo saranno benvenuti.

Partiamo allora dall'estrema sinistra, che oggi comprende principalmente Dp, quanto resta dell'autonomia, collettivi di quartiere, gruppi di intervento culturale. A prima vista il militante giovane, o il giovane impegnato in un collettivo (diciamo, tanto per fissare una cifra, quello al di sotto dei 25 anni) sembra dominato da uno o due fantasmi: il fantasma Sessantotto e il fantasma Settantasette. Sono due esperienze che molte volte non ha fatto (il '68 sicuramente mai, il '77 forse, ma non è detto), eppure esse definiscono con grande forza il sistema concettuale con cui egli legge la sua esperienza oggi. E infatti la prima cosa che vi dirà se gli chiedete di definire la situazione in cui opera e svolge il suo “lavoro politico” sarà, nove volte su dieci, la seguente: le lotte che si fanno oggi nel mondo giovanile, anche quando hanno un orizzonte politico (e non sempre è così) non hanno né un punto di partenza né un punto di arrivo ideologico. L'ideologia, sembrano dire in interessante concordanza con quei politologi e sociologi che per altri versi disprezzano o ignorano, è tramontata. Il che vuol dire che riconoscono, o suppongono, che un tempo avesse un peso e un ruolo ben maggiore. Luca Rossi, studente in una scuola sperimentale superiore in provincia di Milano, militante di Dp, espone così la sua esperienza: “Nella mia scuola, quest'anno, l'assemblea che ha avuto più successo è stata quella sul problema dei ritardi degli studenti e la non ammissione in classe alla prima ora. Sui loro problemi immediati, materiali, gli studenti si muovono e intervengono, su questioni più generali no. Sulla riforma della scuola, anche se in molte scuole c'è stato un certo interesse, non si è costruito un vero e proprio movimento. Unica eccezione il movimento par la pace, ma anche in quel caso le cose sono andate bene perché Dp e le altre forze politiche non hanno imposto scelte ideologiche: tanto è vero che parole d'ordine come l'uscita dell'Italia dalla Nato non sono fatte proprie da tutto il movimento.”

C'è anche chi, a prima vista, si fa una bandiera di questo carattere immediato e limitato della sua attività, come il collettivo dei giovani di Baggio, a Milano, erede del Centro sociale che fra il '75 e il '77 fu il primo ad introdurre il problema dell'eroina nell'attività politica: “Non abbiamo un programma” dicono, “e non vogliamo averlo. In questa situazione la gente è toccata da problemi concreti: quando ha le scatole piene di qualcosa si muove, ma su questo non è possibile costruire nulla di permanente e di organizzato”. Ma poi, se vai a guardare bene, ti accordi che in realtà c'è una grande nostalgia dell'approccio “ideologico”, perché lo si continua a identificare con la fase “alta” del movimento: oggi saremmo invece in una fase “bassa”, di ristagno. Un gruppo di giovani e militanti di estrema sinistra di Rho lo hanno espresso con molta chiarezza in un loro giornalino apparso quest'estate: “Molti ritengono che negli ultimi anni sia avvenuta una rottura epocale, totale, radicale col passato. Concetti come classe, antagonismo, contropotere, comunismo, non avrebbero più nessun valore (…). Noi pensiamo invece che sia sicuramente necessario riscoprire e ricostruire il “filo rosso” che unisce le lotte e le speranze di ieri con quelle di oggi e di domani” (inutile dire che “Filo rosso” è proprio il titolo del giornalino in questione). C'è la sensazione di una sconfitta, la convinzione che questi anni siano un purgatorio inevitabile (“Siamo tornati indietro” dicono i giovani di Baggio “perché le forze tradizionali sono riuscite a gestire l'estraneità e l'antagonismo degli anni '70 grazie anche ai nostri errori e alle divisioni tra le forze rivoluzionarie”): ma si è convinti che prima o poi la fase cambierà segno e ci sarà una nuova “onda alta”, Questo non vuol dire che nell'estrema sinistra i militanti stiano solo attaccati a analisi e speranze vecchie. Soprattutto fra i giovani, è diffusa la convinzione che si sono aperti nuovi territori di movimento e di contrattazione con le istituzioni, per esempio la musica, e che la comunicazione tradizionale non funziona più. Nei collettivi di quartiere si è cominciato da tempo a fare qualche esperienza con i nuovi mezzi di elettronici, e gli studenti milanesi di Dp hanno fatto tesoro del successo dell'assemblea sui decreti delegati al cinema Cristallo, in cui gli interventi erano stati sostituiti con filmati, musica, e dei veri e propri numeri teatrali con grande attenzione anche alla scenografia. Anche a sinistra, allora, è passata l'idea secondo cui “il mezzo è il messaggio?”. Le cose non sono proprio così semplici, come vedremo nel prossimo articolo, che sarà dedicato appunto alla discussione nella sinistra sul ruolo dell'immagine e sulla comunicazione.


giovedì 22 agosto 2024

La fantascienza? Ormai è morta.




DA scrittori di fantascienza a disoccupati. Le nanotecnologie hanno tolto mercato anche all'immaginazione, hanno risucchiato in un vortice di atomi il mondo dell'impossibile con tutti i suoi spettatori-abitanti e visionari narratori. Una rivoluzione nello spazio di un miliardesimo di metro. Quindi la domanda.

Dopo l'avvento della nanotech è possibile scrivere ancora fantascienza, o la scienza è riuscita nel sorpasso andando oltre il prevedibile e il delirio della fantasia?

“La fantascienza è morta – risponde Antonio Caronia, 44 anni, genovese, scrittore e studioso della comunicazione dell'immaginario tecnologico – non esiste più. Lo sostengo ormai da anni. I generi non esistono, si sono estinti. Fantascienza classica, fantasy, horror, cyberpunk fluttuano all'interno del Noir, un gran contenitore nel quale tutto è leggibile e niente è all'avanguardia. La scrittura – spiega Caronia – ha sempre rappresentato il suo tempo. Quella di oggi esprime l'ibrido. I romanzieri sono delle 'carogne' che colgono sogni e incubi dell'individuo e li rielaborano proiettandoli all'esterno, portandoli in superficie. Oggi c'è solo confusione. E la letteratura, le arti in genere, la esprimono.”

La nanotecnologia le fa paura?

“Mi preoccupa. Diciamo che sono preoccupato in genere. Siamo in un mondo dominato dalla dittatura della tecnologia: 4/5 dell'umanità sono affamati da quindici-venti multinazionali, in America una banda di petrolieri decide chi sono i buoni e i cattivi da cacciare dalla faccia della Terra. Il problema è che i frutti della ricerca scientifica prima vengono applicati in campo militare, poi vengono estesi ai cittadini consentendo però di goderne appieno solo a quelli più ricchi: la tecnologia costa, chi vuole beneficiarne la paghi. È successo con le cure anti-Aids, succederà ancora.”

Qual'è il tipo di essere umano che dobbiamo aspettarci?

“Post-umano. Abituiamoci alle ibridazioni biologico-tecnologico. Però va rovesciato il rapporto. Non siamo noi disumanizzati dalla tecnologia, ma la tecnologia umanizzata da noi. Il futuro della società dipenderà da un rapporto direttamente proporzionale: maggiori saranno le disuguaglianze, maggiori gli squilibri. Il nostro futuro è una questione culturale.”

Le ombre che disegna Caronia sono le stesse allungate dallo scrittore cyberpunk William Gibson nel suo romanzo spettacolarizzato poi da Hollywood nel film 'Johnny mnemonic'. Parla di una seconda società, povera, multietnica e hacker, che ricicla scarti e rifiuti di quella delle multinazionali, ricca e schiacciante. I suoi abitanti sono carne tenuta in vita da impianti neuronali, supporti hi-tech nel corpo bio. L'uomo nanotech è già stato concepito nelle pagine dell'americano Philip Dick ieri e si è evoluto in quelle dell'australiano Egan oggi. Dick era assillato dal doppio enigma: 'Che cos'è umano, cos'è la realtà.' Egan va predicando l'autismo, la compressione-espansione dell'io in un universo interiore. Forse in un nano-chip.

F.d.C.   Il Tempo 16.3.2003

[Dall'archivio di Bibliotork Interzona Caronia - Cascina Torchiera di Milano]

mercoledì 24 gennaio 2024

Un'Ambigua Utopia e il lavoro mentale - Piacenza 1978

 

Foto di Mauro Vallinotto pubblica su Fotografia Italiana feb. 1979


"...partecipammo al convegno della
cooperativa scrittori, “Il lavoro mentale" (27-29 ottobre 1978), contestando con una nostra azione
(insieme a Bifo e agli Skiantos) I'impostazione velleitariamente alternativa, in realtà tutta interna al
mondo della cultura degli organizzatori (Balestrini, Leonetti, Fachinelli): il nostro attacco al Pci fu
espresso dal palco di Piacenza con un intervento di diversi minuti nella lingua di Vega 4, una lingua di suoni gutturali e retrovocalizzazioni che avevamo già sperimentato all'Invasione dei marziani."     (L'articolo di Antonio Caronia Qui)

La registrazione dell'intero convegno adesso si trova su Youtube grazie al lavoro di Andrea Righi 

lunedì 8 maggio 2023

Antonio Caronia: Introduzione a I libri del Possibile

 


Quando si parla di fantascienza fuori dalle riviste o dalle pubblicazioni specializzate non si sa mai bene che pesci pigliare. La ragione principale è che non si sa mai a chi si parla: a lettori abituali di fantascienza, a lettori occasionali o a gente che ne ha soltanto sentito parlare? Il destinatario del discorso, in questo caso, è doppiamente importante. Nessun settore della letteratura di consumo, forse, divide tanto la gente. Di solito si passa, senza zone intermedie, dall'esaltazione dell'appassionato alla denigrazione di chi, su altri argomenti, sarebbe soltanto indifferente. Ciò che per gli uni è divertente, splendido, esaltante, profondo, avvincente (le varie categorie di lettori abituali potranno scegliere il loro aggettivo preferito), per gli altri è noioso, puerile, superficiale, inutilmente iperbolico, inverosimile. Inutile dire che, se le critiche aprioristiche sono sempre ingenerose e spesso contraddittorie o fuori bersaglio, le lodi entusiastiche sono a volte eccessive e fuori misura.

Noi dunque, per fare l'elogio di questi libri così apparentemente bizzarri, e rimanendo nel dubbio sui destinatari di questo catalogo, ci manterremo su una posizione mediana, e ci limiteremo ad affermare e ad argomentare che la fantascienza rappresenta la sintesi più completa e rigorosa delle culture e delle civiltà umane in senso tanto storico quanto descrittivo. Non diremo nulla più di questo, anche se spesso ci si aspettano elogi più superlativi, iperboli più smaglianti, e più smaccati abbellimenti della realtà dagli elogi funebri. Sì, perché dimenticavamo che l'altra cosa che diremo della fantascienza è che essa è praticamente morta o, se ancora vivacchia, è proprio moribonda: il che, però, è uno splendido sintomo della sua ottima salute.

Il fatto che una forma di letteratura popolare rechi in sé tracce vistose della civiltà che la prodotta, dei sistemi politici e sociali dominanti, anche dei dibattiti culturali “alti” che si erano svolti o si svolgevano apparentemente mille miglia sopra di essa, non è una novità (basta pensare per esempio a tutta la letteratura sulla fiaba). Anche se c'è voluto molto tempo per capire e interpretare quelle tracce che, proprio per la loro vistosità, come la lettera rubata di Poe, si sono sottratte a lungo allo sguardo degli studiosi. Perché questa caratteristica sia così spiccata nel caso della fantascienza, è invece qualcosa che ha a che fare con le circostanze storiche della sua nascita, con la sua grande abilità nell'intrattenere rapporti con generi letterari, colti e popolari, che l'hanno preceduta, con la pienezza della sua adesione alle condizioni nuove in cui si andava strutturando la vita umana all'inizio di questo secolo e cioè la presa del potere da parte delle scienze pure e applicate.

Quando la fantascienza nasce come genere “commerciale”, e perciò immediatamente riconoscibile, sulle pagine delle riviste popolari nell'America degli anni Venti, ha già alle spalle i “romanzi scientifici” di Wells e i “viaggi straordinari” di Verne, ma anche le immersioni nei mondi esotici e primitivi di Haggard e di E. R. Burroughs, il creatore di Tarzan, le visioni delle “terre dimenticate dal tempo” di Conan Doyle. Fino dai suoi inizi dichiara dunque i suoi debiti verso la tradizione colta e quella popolare, le miscela, le integra e ripercorre poi, a ritroso, tutto il lato notturno della narrativa ottocentesca. Poe e Hoffmann e le storie dell'orrore e il romanzo gotico del primo romanticismo, fino al “racconto filosofico” e al romanzo utopistico, e per suo tramite al racconto di viaggi e alle più antiche storie d'avventure dell'umanità, i miti.

Passa certo attraverso inconcepibili rozzezze, ingenuità ridicole, sentimentalismi da quattro soldi: impiega decenni a recuperare esperienze già compiute e bruciate dalle avanguardie storiche dell'inizio del secolo, banalizza sistemi filosofici e ardite speculazioni sullo spazio e sul tempo. Ma ha sempre, dalla sua, lo straordinario coraggio di chi come diceva Benjamin, “si pronuncia senza riserve a favore dello stato di cose presente, ma non nutre alcuna illusione su di esso”. È una letteratura onnivora, adolescenziale perché tale è l'umanità e la Storia di cui parla. Comprende che la scienza e le sue applicazioni sono lo scenario essenziale della nuova (epoca...) epoca, ma non vuole fare mai – a dispetto delle intenzioni dei suoi primi pionieri – della divulgazione scientifica: assume la scienza, pura e applicata, per quello che essa realmente è, la più potente forza di modificazione dell'immaginario collettivo. E infatti non crea personaggi, nei suoi libri, ma immagini e paesaggi. È fuorviante leggerla come “letteratura di idee” o come “mito del XX secolo”, perché non conserva, della classica letteratura di idee o del mito, l'atteggiamento partecipativo delle culture antiche, o di quella illuministica che quelle letterature hanno prodotto. È vero che sembra assolvere, come aveva già notato Sergio Solmi, alcune funzioni sociali che erano state proprie volta a volta, del mito classico, delle epopee nazionali, del “racconto filosofico”: ma senza nessuna nostalgia delle “grandi narrazioni”, senza nessuna pretesa di fondare alcunché, neppure a livello di ideologia popolare o di divulgazione di idee. Ecco perché le ideologie politiche dei suoi autori hanno potuto attraversarla e lasciarla tale e quale. La fantascienza ha avuto la fortuna di nascere nell'ultima stagione del mito dell'espansione illimitata della produzione e nel paese che sopra tutti lo ha nutrito e incarnato, e di vivere la parabola discendente, la frammentazione, di quel mito e di quella società, da forma letteraria “bassa” e non da dentro le convulsioni della cultura “alta”.

Ecco perché riesce a restituirci le stesse fotografie delle rovine, ma con l'occhio disinvolto, né allegro né triste, di chi non lavora a preparare nessun futuro.

La fantascienza è un gigantesco repertorio dell'immaginario contemporaneo, una massiccia raccolta di studi sulla psicologia dell'uomo che verrà, un'esplorazione sistematica e vorticosa dei paesaggi che qualcuno, dopo di noi, abiterà. Questa è la ragione della sua morte. Di questo gigantesco repertorio, in cui la metafora è morta e le tecniche narrative sono esse stesse i contenuti di ogni possibile “senso del bello”, si nutre tutta la produzione culturale contemporanea, a cominciare dal cinema che ne è l'erede più conseguente. L'invito che vi rivolgiamo è perciò ad un percorso archeologico nei meandri di una forma letteraria e narrativa che si è dilatata fino a fagocitare e a comprendere l'intero universo culturale: non solo il passato, ma anche il futuro. Perché questi libri, in fondo, non sono altro che le vestigia delle narrazioni di domani.

(Antonio Caronia: Introduzione a “I libri del Possibile” Proposta bibliografica per una mostra mercato itinerante. Provincia di Milano, settembre 1982.)


domenica 30 aprile 2023

Antonio Caronia: L'astuta follia di Don Chisciotte

 


La realtà si presenta oggi, alla nostra sensibilità ipermoderna, come un'entità frammentaria, conoscibile localmente ma inafferrabile globalmente, oggetto di costante negoziazione intersoggettiva. Ma per avviare il processo che ha portato la realtà a diventare ciò che è oggi, la modernità ha dovuto, fin dai suoi inizi, operare alcune cesure e alcuni ribaltamenti di prospettiva radicali. Fra quelle cesure e quei ribaltamenti possiamo annoverare il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, pubblicato in Spagna all'inizio del XVII secolo. Possiamo farlo selezionando, fra le letture che ne sono state fatte nei secoli seguenti, quelle che mettono in primo piano appunto il problema della costituzione della realtà come accordo intersoggettivo, e che quindi affrontano il tema della follia di Don Chisciotte non tanto e non solo come problema di “patologia”, quanto come problema (per usare una terminologia foucaultiana) di costituzione di un “discorso”.

Nella storia di questo hildago 'middle class' - se così si può dire - affascinato dalle imprese dei cavalieri erranti, che scambia i mulini a vento per giganti, una bacinella da barbiere per l'elmo di Mambrino, e un'ordinaria contadinotta per la grande dama Dulcinea del Toboso, suo grande amore e musa ispiratrice, più di una volta si è voluto vedere un'apologia della libertà del soggetto di fronte ai vincoli della prosaica 'realtà', le cui ragioni nel romanzo, sarebbero rappresentate - oltre che dal curato, dal barbiere e da Sansone Carrasco, borghesi ante litteram e desiderosi di ricondurre il cavaliere alla ragione - dall'alter ego Sancho Panza, contadino materialista e suo fedele scudiero. Don Chisciotte sarebbe, secondo la lettura romantica, un 'eroe dell'ideale'. Una lettura del genere non resse a lungo, almeno per il ruolo di Sancho i più attenti lettori si avvidero già nell'Ottocento dell'osmosi che si crea tra il mondo della follia di Don Chisciotte e quello dello scudiero. Ma non regge neppure l'identificazione tra follia e libertà. La follia di Don Chisciotte è una follia molto particolare. Per tutto il romanzo, sia coloro che lo conoscono bene, sia quelli che lo incontrano di volta in volta nelle sue avventure, concordano sul fatto che, a parte la fissazione per la cavalleria e le conseguenze pratiche ch'egli ne trae, la mente di don Chisciotte funziona benissimo. Non sempre nella sua mente scatta il dispositivo che lo porta a vedere nel mondo contadino della Spagna dei suoi tempi il mondo favoloso della cavalleria e quando ciò non avviene egli legge la 'realtà' esattamente come gli altri. Una parte non piccola del fascino del libro sta senza dubbio nel fatto che, benché noi sappiamo bene che i mulini a vento non sono giganti, le pecore non sono eserciti, e Aldonza Lorenzo non è Dulcinea, la figura di Don Chisciotte non ne risulta sminuita: noi non lo vediamo mai come un povero mentecatto, anche se sappiamo che la sua visione del mondo è in conflitto con la nostra, è inequivocabilmente 'sbagliata' nei termini della vita quotidiana, e il suo 'ideale' è per noi ben poco affascinante. È la tenacia delle sue convinzioni e la fermezza del suo codice morale, che ci conquistano, come conquistano, nell'universo narrativo, Sancho, che è sì il rappresentante del senso comune ma che più di una volta vacilla, nella seconda parte del libro, e cede lala visione della realtà che ha il suo padrone, o quando gli sembrino convenienti i vantaggi materiali che egli ne potrebbe ricavare (il promesso governatorato dell'isola), o quando gli manchino i dati sensoriali su cui basare una lettura della realtà ordinaria. Così, quando nell'episodio di Clavilegno (Parte II, cap. XLI) i due vengono messi su un cavallo di legno bendati e con vari trucchi vengono convinti ad attraversare a volo le regioni celesti, Sancho addirittura emula - come può - il suo padrone, costruendo un resoconto del loro supposto viaggio nel cosmo ancora più fantastico di quello che potrebbe darne Don Chisciotte.

Come leggere allora, produttivamente, la follia di Don Chisciotte? Una prima indicazione ce la può dare Michel Foucault che, nella sua “Storia della follia” (1963), ha analizzato come un fenomeno che nel sedicesimo secolo era ancora un intreccio di immaginario e socialità (la follia, appunto), si trasformi, nel processo di affermazione della modernità, in un elemento del discorso strategico sui saperi e divenga quindi una 'patologia'. Scrive Foucault: “il fatto è che ora [tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII] la verità della follia è una sola e stessa cosa con la vittoria della ragione e il suo definitivo dominio: perché la verità della follia è di essere all'interno della regione, di esserne un aspetto, una forza e come un bisogno momentaneo per diventare più sicura di se stessa.” Ed ecco che possiamo quindi individuare un nesso tra follia e morte. Osserva infatti Foucault che in Cervantes o in Shakespeare la follia occupa sempre una posizione estrema, nel senso che essa è senza rimedio. La follia, nei suoi vani ragionamenti, non è vanità; il vuoto che la riempie è 'un male molto al di là della mia scienza', come dice il medico a proposito di Lady Macbeth; è già la pienezza della morte: una follia che non ha bisogno di medico, ma della misericordia divina.

Indubbiamente la morte di Don Chisciotte avviene in un paesaggio placato, che si è ricollegato all'ultimo istante con la ragione e con la verità. Tutt'a un tratto la follia del Cavaliere ha preso coscienza di se stessa, e davanti ai propri occhi si tramuta in stupidità. Ma questa brusca saggezza della propria follia è qualcosa di diverso da 'una nuova follia che gli è appena entrata nella testa'? Ecco un equivoco eternamente reversibile, che non può essere risolto, in ultima analisi, se non dalla morte stessa. La follia dissolta non può che confondersi con l'imminenza della fine; 'e uno dei sintomi dai quali congetturarono che il malato stava per morire fu il fatto di essere tornato così in fretta dalla follia alla ragione'. Ma la morte stessa non arreca la pace: la follia trionferà ancora: verità derisoriamente eterna, al di là del termine di una vita che tuttavia si era liberata della follia con questo stesso termine. Ironicamente la sua vita insensata lo insegue e lo immortalizza solo con la sua demenza; la follia è ancora la vita imperitura della morte: 'Qui giace l'hildago temibile, che spinse così lontano il valore che la morte non poté trionfare della vita nel suo trapasso.' Non c'è qui il tempo di sviluppare queste preziose indicazioni di Foucault, anche perché, come punto di vista complementare vorrei proporre in conclusione quello del sociologo tedesco Alfred Schutz, che nel saggio del 1955 “Don Chisciotte il problema della realtà” analizza acutamente le strategie cognitive del personaggio, sostenendo una visione della conoscenza che assegna un ruolo attivo, creativo, al soggetto conoscente, e non un ruolo passivo (come fanno le teorie che vedono nella conoscenza un semplice 'rispecchiamento' della realtà). Partendo dalle teorie dello psicologo americano William James, Schutz sostiene infatti che la realtà non è una a priori, ma il risultato di un accordo intersoggettivo, perché ognuno di noi è in grado di vivere in 'sotto-universi' differenti, sui quali di volta in volta viene posto un 'accento di realtà'. Don Chisciotte non è affatto incapace di comprendere il sotto-universo del senso comune, quello in cui vivono gli altri personaggi. Non sempre la marionette diventano persone in carne ed ossa, non tutte le bacinelle sono elmi, non tutte le locande per lui sono castelli né gli osti castellani. Perché? Perché, come scrive Schutz, né il sotto-universo della follia di Don Chisciotte né l'ovvia realtà dei sensi in cui noi come Sancho Panza viviamo la nostra esistenza di tutti i giorni sono in verità così monolitici come appaiono. Entrambi contengono delle enclavi di esperienze che trascendono sia il sotto-universo dato per scontato da Don Chisciotte sia quello di Sancho, e implicano riferimenti ad altre sfere di realtà che non sono compatibili con essi. Ci sono rumori notturni enigmatici e inquietanti, ci sono la morte e il sogno, la visione e l'arte, la profezia e la scienza. Se il sotto-universo della cavalleria è quello su cui Don Chisciotte pone l'accento di realtà è per una ragione etica, perché, come dice egli stesso, 'io nacqui, per volere del cielo, in questa nostra età di ferro per farvi risorgere quella d'oro o aurea, come suol chiamarsi.' Tutto il Don Chisciotte appare allora come la contesa (che può essere scontro, ma anche incontro o mediazione) fra sotto-universi differenti: potremmo anche dire, forse, fra diversi 'sistemi di valori'. E si capisce anche l'evoluzione dei personaggi, da quella di Sancho che la vita in comune con Don Chisciotte porta a un certo punto ad accettare (come può) alcuni aspetti del mondo del suo padrone, a quella di Don Chisciotte che, dopo l'episodio del cavallo di legno (citiamo sempre Schutz), 'sente di aver infranto i confini della realtà della provincia privata che lui stesso ha stabilito, e di essere stato debole nel por limite ai sogni, confondendo così due sfere della realtà e rendendosi colpevole nei confronti dello spirito della verità, la cui difesa è il primo dovere del cavaliere errante.'

Ecco quindi che la follia di Don Chisciotte appare più come un episodio rilevante della costituzione di un nuovo senso della realtà, quello dell'epoca moderna, che il bizzarro esperimento di uno scrittore.

(Pubblicato su Cyberzone n. 13 - 2001)


domenica 21 novembre 2021

Continuare a distruggere la fantascienza


 

Continuare a distruggere la fantascienza

Nel 1977, l’anno che ha visto bruciare tutti i desideri possibili di una generazione che sognava di dare l’assalto al cielo, l’editoriale del primo numero di Un’ambigua utopia titolava “Distruggere la fantascienza”. Questo dialogo, pontiere tra due generazioni a confronto, riprende la matassa di quell’ipotesi di lavoro su un genere stressato da tentazioni estetizzanti e schiacciamento sul tempo presente

Giuliano Spagnul - Nel 1965, a pochi anni dallo sbarco sulla Luna, la televisione italiana (che all’epoca aveva due soli canali le cui trasmissioni finivano, come i mascheramenti di Cenerentola, allo scoccare della mezzanotte) ha mandato in onda un ciclo di sei film1 di fantascienza. Fu un evento epocale in cui la cultura di massa doveva misurarsi, in prima serata, con opere di una certa levatura della settima arte: Eisenstein, Dreyer, Ford, Lang, per fare solo qualche nome. L’ansia per un possibile incipiente ultimatum alla terra e la speranza nelle “magnifiche sorti e progressive” che il connubio scienza e tecnica sembrava offrire, si coniugavano in un immaginario fantascientifico ad uso popolare che conteneva in sé sia la critica che l’adeguamento alla velocità del progresso tecnoscientifico, che andava modificando irreversibilmente gli automatismi soggiacenti ai normali comportamenti quotidiani. Voi giovani siete il prodotto di questa fucina di trasformazione che noi abbiamo deciso, quanto subito. Pensi che la tua, come le altre ancor più giovani generazioni, siate in grado di immaginare (e quindi di non esserne stati del tutto privati) quel senso di speranza verso un futuro come promessa, per quanto talvolta inquietante e minacciosa che muoveva la nostra, come le precedenti generazioni?

Alberto Di Monte - Sono cresciuto in tempo di monopolio capitale. Un tempo orfano di socialismi desiderabili, in cui i concetti di blocco e di muro evocano immagini inedite rispetto a quanto risuona nella testa dei miei familiari. Ho conosciuto l’ondata montante della crisi climatica: ieri terreno di conflitto accademico, oggi matrice di sopravvivenza, processi migratori e accaparramento di risorse. Oltre le facili retoriche thunberghiane sul fallimento della generazione che mi ha preceduto, l’ineluttabilità di un futuro come minaccia, o quantomeno incognita, è chiaro a quante e quanti mi circondano. I tentativi di sottrazione a questo senso di incombenza, anche in campo letterario, svelano il loro carattere ideologico ed estetizzante, suggerendo affreschi rigenerativi e resilienti (ma scevri dal conflitto) ad un pubblico che nutre presentimenti survivalisti.

G.S. - Se la fantascienza ha corroso dall’interno il mito del progresso, come diceva Antonio Caronia “nutrendoci dell’immaginario della catastrofe e del dramma insito nella potenza della tecnologia”, in che modo, con quali discussioni pensi che oggi la tua generazione avverta i tentativi di una riproposizione della fantascienza in termini progressivi e ottimistici? Mi riferisco tanto ai manifesti dell’ottimismo tecnologico del solarpunk (in contrapposizione al nichilismo catastrofico cyberpunk) quanto a posizioni che sottendono tesi accelerazionistiche, piuttosto che a nuove prospettive di espansione spaziale, nelle nuove frontiere cosmiche che i soldi dei miliardari Musk o Bezos vorrebbero rendere possibili.

A.D.M. - Ci sono più filiazioni narrative del punk che punk umani in circolazione: dieselpunk e atompunk nella versione analogica del già citato cyber, steampunk dal sapore vittoriano e dai pomi d’ottone, in tempi più recenti appunto il più rassicurante e olistico solarpunk. La mia impressione è che questa fantascienza soffra della stessa patologia di quella sulle cui ceneri è sorta, dedicandosi ad un esercizio d’ambientazione che, non senza una certa abilità descrittiva, rinuncia alla comprensione del metaverso in cui la sfera del reale e quella digitalmente aumentata, precipitano inesorabilmente. Dal punto di vista del suo consumo, questo approccio compilativo può indicare la direzione di vene aurifere ancora inesplorate nell’ambito del gaming e della serialità televisiva. Ma tutto questo potrebbe non bastarci.

Tornando ai voli suborbitali in streaming-visione promossi dal trio dei patrimoni da capogiro: dietro la patina di fastidio provocata da questo inedito svago per ultra ricchi, non si cela il "solo" accreditamento per servizi spaziali da vendere alle agenzie internazionali e tantomeno l'ospitalità per studi scientifici della durata di dieci minuti di assenza di gravità. Dopo anni sottotono lo spazio "ultima frontiera" guarda nuovamente a Marte (per non dire delle suggestioni sulle origini dell'asteroide ‘Oumuamua!) provando a spostare l'orizzonte della crisi climatica del sistema-mondo. Si può guardare a questa opzione come una nuova forma di negazionismo della finitezza dell'equilibrio chimico e biologico del geoide?

G.S. - Direi assolutamente di sì. È l'anelito dell'infinito, sempre presente nell'uomo, che si ritorce contro se stesso spostando questo andare oltre, che ha più dimensioni e sensi possibili, in una direzione puramente spaziale: alla ricerca di una nuova frontiera, nuovi spazi da sfruttare dopo l'esaurirsi delle risorse del pianeta che ci ha ospitato finora. Quindi più che di negazionismo parlerei di una promessa di futuro espansivo e illimitato che deve abbandonare dietro di se gli inevitabili scarti del proprio procedere.

Ma per rimanere a terra, da terrestri quali siamo e rimarremo, io credo, per un bel pezzo ancora, tu hai scritto un racconto “Alba di ruggine”2 che nella sua trama ucronica potrebbe ascriversi, di fatto, alla fantascienza. Hai anche pubblicato un saggio nella forma di guida sui sentieri che attraversano i nostri confini, in cui i migranti vengono intrappolati entro una tela che una politica inefficace quanto crudele ha intessuto di micidiali fantasie tecnoscientifiche.3 Su quali basi potresti distinguere il carattere fantascientifico da quello realistico di queste tue opere?

A.D.M. - Diffido delle copertine. Intendiamoci l’oggetto libro, con le sue rilegature e sovracoperte piuttosto che nelle più economiche edizioni brossurate, continua a nutrire la nostra fantasia con una cura che tracima l’immaginario suggerito dall’immagine del suo involucro. Eppure il genere rappresenta, in parte, un recinto utile anzitutto a chi cataloga e a chi vende, piuttosto che a chi legge e scrive. Elementi di fantascienza convivono nell’ucronia rugginosa cui facevi riferimento e certamente permeano la compilazione degli elementi, questi sì presenti e assolutamente reali, dei dispositivi di cattura delle persone migranti. La condizione nomade, all’ombra della ferocia del suo carattere di migrazione forzata, è una metafora (da maneggiare con una certa delicatezza) assolutamente contemporanea anche per quanti hanno cittadinanza e documenti per l’espatrio, ma abitano lo stesso fragile presente che porta in nuce la minaccia di apolidia per via di mutamenti repentini, spaesamento o disaffezione.

G.S. - Scriveva Primo Moroni in un articolo dal titolo dickiano “La svastica sul sole” che il capitalismo è una grande invenzione, una “forza rivoluzionaria per eccellenza, si trasforma continuamente. Disintegra luoghi comuni, culture piccole e grandi, utopie negative e positive, speranze e illusioni.” Il nostro slogan distruttivo con cui abbiamo inaugurato UAU e che tu e il tuo gruppo di giovani compagni che avete digitalizzato l’intera serie della rivista avete ripreso con enfasi durante l’iniziativa a Mudima nel 20184, di fatto voleva, nel suo piccolo, riappropriarsi di questa forza rivoluzionaria del cambiare, dell’essere pronti, in quanto rivoluzionari, per dirla ancora con Primo , di essere “persona che cambia, si trasforma in continuazione.” Pensi che la fantascienza possa oggi riproporsi in continuità con ciò che è stata quando è nata un secolo fa o debba ripensarsi come ciò che rivive, dopo la propria morte, in modo affatto diverso?

A.D.M. - Risposte non ne ho, non sono nemmeno un lettore "forte" di fantascienza, o almeno di quella cintata dai quadri archetipici del genere. Non vorrei d’altronde ridurre la discussione alla facile critica delle suggestioni spoliticizzate e young adult della distopia formato Netflix di cui l’universo mondo si nutre. Il rischio di incappare in un nuovo e identico recinto ideologico, quello di una fantascienza utile a interpretare o preconizzare l’alba di domani, sarebbe troppo alto. Eppure la curiosità non manca: chi mi accompagna a visualizzare tecnologie conviviali, cooperazione sociale, scontri tra interessi incompatibili e irriducibili al crepuscolo di una modernità esaurita, produttrice bulimica di disagio psichico e ansie esistenziali? Chiedo io a te, sei sicuro di non voler veder risorgere la fenice? Sei certo di non desiderarlo oggi più profondamente?

G.S. - Touché. Ma in realtà la distruzione che intendevamo con quello slogan riguardava più il contenitore che il contenuto. Certo che c'è bisogno di qualcosa che accompagni e ci aiuti a vedere quel che oggi è sotto gli occhi di tutti ma che tutti, proprio per questa esposizione in piena luce, si fatica a vedere. La fantascienza è diventata la realtà soggiacente al nostro agire quotidiano sia nella prassi cosciente individuale e collettiva che negli automatismi e abitudini soggetti a continue sollecitazioni innovative. Tutto sta ad aver capito che la morte è sempre la condizione necessaria alla vita stessa. Al suo essere creazione del nuovo e non stagnazione del vecchio. Quindi non pensi anche tu che la fantascienza oggi più che rinascere dalle proprie ceneri debba trovare l'occasione di una propria risignificazione non nostalgica ma capace di ridisegnare nuovi giochi nel campo del possibile?

A.D.M. - E' un buon punto di partenza, per quanto una cornice promettente non produca necessariamente una buona letteratura. Anche da questo punto di vista il continuo riferimento all'esperienza dickiana tradisce una certa “ostalgie” in cui la fantascienza politica, o radicale, resta forse intrappolata come nel cubo di Vincenzo Natali.

G.S. - Antonio Caronia parlava di una fantascienza radicale piuttosto che di una fantascienza “matura” (che in quanto tale prelude alla sua imminente decomposizione) per rivendicarne la capacità di far dubitare la realtà di sé stessa. Pensi che le nuove generazioni oggi preferiscano immaginari più rassicuranti, o anche distopici ma certi, rispetto a una messa in mora dell'esistente così, appunto, radicale?

A.D.M. - Abbiamo percorso riga dopo riga un'infinità di universi presenti, futuri, passati e alternativi...alla ricerca. Non alla ricerca di, semplicemente in nome della narrazione e della sua potenza di rottura del piano di realtà. Questa tensione alla fuga convive necessariamente con una seconda tensione alla quiete che non è più o meno preferibile ma resta un punto d'ancoraggio ineludibile, un ritorno ad uno stato di equilibrio, una camera di compensazione che tutela il rientro all'atmosfera terrestre.

G.S. - Se oggi, come io credo, la parola fantascienza non caratterizza più l'appartenenza a un genere ma è un puro ingrediente che può essere dominante oppure un solo colore insieme ad altri di un prodotto ibrido, ciò significa che non esiste più la possibilità di normare il genere e, quindi, di farlo sussistere in quanto tale. Non si può più scrivere oggi l'equivalente delle Tre leggi della robotica di Asimov pretendendo che sia una norma da rispettare o da trasgredire, comunque implicitamente a cui riferirsi. Questo fa della fantascienza più una modalità di lettura che non un prodotto determinato dai suoi elementi. Concordi con me? E se sì non pensi che una lettura fantascientifica del reale voglia dire saperlo mettere in crisi andando a fare domande laddove le risposte vorrebbero imporsi come legittime per essere state poste “in nome” della scienza?

A.D.M. - Posso dire un’eresia? Alle tre leggi di Isaac rispondevano sì tutti i cervelli positronici, ma la rilevanza che diamo alla sua geniale intuizione tradisce un consapevole e imperituro appiattimento sui suoi grandi maestri. Questo è stato forse lecito per la capacità di penetrazione nell’immaginario collettivo e nella stessa letteratura SF. Fuori dalla zona comfort della golden age, prima e dopo la stagione ruggente della narrativa hard, il multiverso fantascientifico è popolato da ginoidi, precog, xenomorfi, cyobrg, ai, mecha e automi che realizzano altre vie di fuga, non necessariamente pulp, dall’umanesimo e dalle sue leggi. La fantascienza come modalità di lettura è certamente un buon grimaldello per attraversare comunità, scienze e mondi lontanissimi.

1 Dal 23 agosto al 27 settembre con cadenza settimanale: Robert Wise, Ultimatum alla Terra; Eugene Lourié, Il risveglio del dinosauro; Val Guest, I vampiri dello spazio; Inoshiro Honda, I Misteriani; Howard Hawks, La cosa da un altro mondo; Paolo Heusch, La morte viene dallo spazio.

2 Un’ambigua utopia n. 10, reperibile su http://archivio-uau.online

3 Sentieri migranti - tracce che calpestano il confine, Ugo Mursia editore, 2021. Recensione in Bottega: https://www.labottegadelbarbieri.org/alberto-di-monte-sentieri-migranti-tracce-che/

4 https://moroniecaronia.noblogs.org/

(pubblicato nella Bottega del Barbieri QUI )

martedì 25 maggio 2021

Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, Storia di una cassetta degli attrezzi



È stata un’idea dell’editore, non nostra. Noi non siamo il tipo di persone che stanno a rimpiangere il proprio passato, a crogiolarsi nelle esperienze che hanno fatto e a piangere sulle tristezze e la decadenza del presente. Certo, i confronti sappiamo farli, e ne faremo anche in questa introduzione. Ma senza nessuna nostalgia. Le esperienze passate, se servono, servono a conservare un’ispirazione e un atteggiamento, non a coltivare rimpianti. E quindi, grazie a Pierre Dalla Vigna e alle edizioni Mimesis che hanno voluto la ristampa integrale di una rivista, di una storia di trent’anni fa: Un’ambigua utopia (UAU). Un episodio “forse trascurabile”, come avverte Domenico Gallo introducendo le memorie di tre ex componenti di quell’omonimo collettivo; ma un episodio che, in virtù di un punto di osservazione privilegiato, può illuminare squarci di storie collettive di più ampio respiro. Innanzitutto c’è la storia della rivista, quella apparentemente più facile da esaminare e da giudicare; con invidiabile pignoleria Piero Fiorili, nel suo intervento (che potete leggere, insieme ai nostri, in appendice al secondo volume), ce ne dà un preciso regesto, ma la sua descrizione accuratamente impietosa dei primi componenti del collettivo ha il merito di operare una sorta di scarto nella memoria di chi ha vissuto quell’esperienza, tra un quieto ricordo di quelle persone e una più attenta, meno pacificata, rammemorazione delle stesse.

Un sindacalista appassionato più che altro di cinema fantascientifico, (…) uno studente quindicenne, (…) un giovane illustratore in cerca di uno sbocco professionale, (…) un ragioniere che si occupò quasi esclusivamente di tenere la cassa di UAU, (…) una meteora che non ricordo cosa facesse, e neanche che faccia avesse, (…) un fotografo che campava vendendo servizi a varie riviste e che viveva in una casa arredata con cassette di frutta. 

 Sarebbe materiale per un racconto fantastico tendente al grottesco. Ma non è per fare della facile ironia che abbiamo fatto un collage di queste descrizioni; è perché veramente esse danno, quasi loro malgrado, il senso di quello che è stato il collettivo di UAU, e ci avvertono dell’impossibilità di farne una storia separata da quella della rivista. Proviamo a fare il confronto con una storia simile situata ai giorni nostri: un gruppo di giovani apre un circolo culturale, magari fruendo anche di qualche contributo degli enti pubblici attinto ai fondi per le politiche giovanili. Sarebbe mai possibile fare una descrizione dei suoi componenti come quella che abbiamo letto adesso per UAU? Il collettivo fa un bilancio delle attività svolte, un bel resoconto con tanto di fascicolo a colori, statistiche e diagrammi. A chi verrebbe in mente di descriverne i membri in questo modo, con questa ombra di sinistra inquietudine (penso in particolare a quell’essere meteora, privo di faccia)? Oggi quel che conta in un gruppo che fa attività culturali è il numero di eventi che è in grado di produrre, la quantità e il tipo di pubblico che riesce a coinvolgere, e se poi riesce addirittura a progettare un festival di qualcosa di cui ancora non sia stato fatto un festival, allora siamo al top. E invece quel gruppo di trent’anni fa era il prototipo di tanti altri gruppi simili, formati da individui con caratteristiche peculiari che influenzavano irrimediabilmente, con le loro particolari deformità e mostruosità, il prodotto culturale che andavano costruendo, e di cui per fortuna non erano tenuti a produrre bilanci.  A dispetto di quello che tanti pennivendoli ne scrivono oggi, gli anni settanta in Italia furono un enorme cantiere sperimentale, una rassegna di innumerevoli modi di praticare nel concreto le varie utopie di cambiamento del mondo, insieme alla costruzione di un’impalcatura reale e duratura di quel contropotere necessario a sostenerlo. Ma questo non significa affatto indulgere alla stupida contrapposizione, tanto in voga oggi, tra ’68 e ’77; sappiamo bene che quest’ultimo, senza il primo, non avrebbe neanche potuto esistere, ma sosteniamo anche che quel tanto vituperato ’77, quel Franti nella classe delle date storiche, fu uno tra i più significativi sussulti rivoluzionari nella controstoria del nostro paese. Quello che più di tutti ha da un lato allargato a dismisura la partecipazione a tutte le classi, le categorie, i generi di persone, senza di fatto certificare l’egemonia di nessuna di esse sulle altre; e dall’altro ha messo in campo tutte le pratiche di cambiamento possibili – economiche, culturali, spirituali, sessuali e via dicendo – in una continua e incessante discussione che si concentrava in modo particolare sulle questioni del potere e della violenza. Senza dimenticare che tutto ciò, ritratto in questa sintesi un po’ sommaria ma fedele, poggiava su quella vera e propria faglia di Sant’Andrea che fu il femminismo. Se non teniamo presente questo quadro di riferimento, la storia di UAU, insieme a quella della stragrande maggioranza delle altre storie di allora, non solo è trascurabile, ma è del tutto incomprensibile. La fondatezza e la veridicità del quadro che abbiamo delineato si ricava, in negativo, proprio da quanto è accaduto dopo, dalle mosse astute e intelligenti di chi in quegli anni era sotto attacco e misurava tutta la propria difficoltà. Perché c’è stato chi, meglio di noi, ha saputo far tesoro di quanto di ricco e innovativo emergeva da quel bozzolo di crisalide che il movimento di quegli anni andava tessendo con poca pazienza e tanto furore. Il capitale, nel suo processo di trasformazione, ha saputo inglobare molte delle esperienze ad esso antagoniste – basti pensare alle pratiche relazionali femminili, o a quelle inerenti a un rapporto diverso col corpo proprio e altrui – tanto da far apparire il “pensiero unico” che andava costruendo e la nuova organizzazione socioeconomica pieni delle più strabilianti e diversificate attrattive. Per quanto riguarda noi invece, noi che ancora abbiamo voglia di definirci antagonisti (e non chiedeteci a chi o a che cosa, fosse anche solo a noi stessi sarebbe già abbastanza, in questo universo in cui l’unica cosa che ci riesce ancora di condividere con qualcuno è l’incubo in cui viviamo), be’, noi non abbiamo saputo capitalizzare (scusate il termine) granché. L’odierno movimento, il più documentato, autoradiografato e con una interconnessione in tempo reale tra tutti i suoi membri e componenti non è ancora in grado di sviluppare un dibattito sui propri meccanismi di potere e di violenza pari neanche alla centesima parte di quella che si sviluppò allora. Uno smisurato velo di oblio si è steso su quegli anni, ma i discorsi non possono ripartire da zero, soprattutto se chi quei discorsi li ha fatti è ancora vivo e vegeto e interagisce con la realtà odierna, indipendentemente dal ruolo con cui vi opera attualmente. Più che giustificato, quindi, rimestare le ceneri di quel passato, fosse anche solo per far rivivere un documento marginale di quel contesto quale fu UAU. Le responsabilità di aver distrutto la famiglia, aver praticato e teorizzato la violenza, aver voluto rompere il vaso di Pandora del sesso, e, saltando gli altri innumerevoli peccati, di esserci infine anche occupati di fantascienza, ce le dobbiamo assumere tutte. E lo facciamo volentieri. Nove numeri di una rivista partita con un ciclostile e approdata a una vera tipografia, un libro, una libreria, tentativi vari di sedi redazionali (in proprio o ospiti di altre realtà aggregative), manifestazioni, dibattiti, convegni, feste, trasmissioni radiofoniche, una vasta eco sulla stampa nazionale non di settore, e una proliferazione di altri gruppi e riviste associate in tutt’Italia. Se andassimo a vivisezionare questa mole di esperienze, con qualche abbellimento qua e là, ne potremmo ricavare un quadro estremamente gratificante. Ma sarebbe una falsificazione, così come lo sarebbe per altro una visione contrapposta tutta fallimentare. E se, com’è ovvio, le “giuste vie di mezzo” continuiamo a schifarle, ciò che si può dire ed è giusto dire di quell’esperienza è che tutti noi che ne facemmo parte, l’abbiamo vissuta, l’abbiamo agita. Tutti abbiamo potuto fare i conti con essa privi di qualsivoglia obbligo esterno al nostro sentire, padroni del nostro agire, e liberi dalla minaccia di quell’essere agiti dal dovere di un’istanza superiore , sia essa politica o squisitamente culturale, da cui tutto il movimento di quegli anni era o si stava definitivamente emancipando. In quel contesto di spaesante ebbrezza, prendersi delle responsabilità nello spingere verso una direzione piuttosto che un’altra era possibile solo al di fuori di qualunque garanzia di protezione, ideologica, normativa ecc. (quanto al proporsi come leader, era qualcosa che allora equivaleva a un suicidio). Un’ambigua utopia non è stata un’eccezione. La sua nascita e la sua morte non possono essere addebitate a responsabilità singole, individuali. E la sua fine, se da una parte si inscrive nella scia del concomitante esaurirsi della storia del movimento degli anni settanta, dall’altra va di pari passo con quella vera e propria devitalizzazione che il genere “fantascienza” andava man mano evidenziando proprio in quegli anni. Insomma, nonostante il tentativo di ampliare il proprio  orizzonte verso un immaginario più ampio di quello legato alla fantascienza, UAU non poté certo sopravvivere alla fine di quest’ultima. Ma perché scegliere proprio la fantascienza, con quella sua ombra di irriducibile fiducia nel progresso e nella razionalità tecnico-scientifica, già in crisi alla fine dell’Ottocento e di nuovo sotto attacco proprio in quegli anni da parte di una rinvigorita critica politica? Perché non piuttosto il fantasy, e i suoi legami con quel fantastico che attraverso i miti, le leggende e le fiabe, percorreva sia i tempi remoti che le diverse culture, geografiche e sociali (da quella popolare a quella colta)? Tra l’altro, in questo caso, avremmo avuto come avversari proprio quelli a noi più pertinenti, i fascisti dei Campi hobbit, per intenderci, e non quella strana melassa, assolutamente aliena alla nostra pur volenterosa comprensione, che erano e sono i fan della fantascienza. Estraneità, sia detto qui per inciso, che riguardava tutti i fan, di destra o di sinistra che fossero. La rabbia di un compagno come Vittorio Curtoni, nel congedarsi da Robot al momento della chiusura della rivista, contro i suoi stessi lettori, risultò a tutti noi semplicemente incomprensibile. Eppure, riflettendo a posteriori, era un gesto emblematico della differenza che c’era tra noi di UAU e un qualsiasi fan anche di sinistra: nessuno di noi metteva al primo posto la fantascienza, qualsiasi strategia e qualsiasi tattica ci potesse dividere, nessuno si era costruito, tramite la fantascienza, il proprio giocattolo solipsistico. Nessuno tendeva a evasioni da abate Faria. Con la fantascienza non pensavamo di evadere dalla prigione, ma di distruggere quella prigione, o per meglio dire, di avere uno strumento in più per farlo. Il fatto è che eravamo convinti che la fantascienza fosse la forma narrativa più adatta ad esprimere la sensibilità di una società industriale matura. Ballard l’aveva detto prima di noi, sin dai primi anni Sessanta, e restò fedele sino alla fine a questa convinzione, anche quando ormai non scriveva più fantascienza. Nella sua autobiografia, scritta l’anno prima di morire, nel 2008, diceva:

Io pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che da un certo punto di vista la fantascienza sia stata la vera letteratura del XX secolo, e che abbia avuto una grande influenza sul cinema, la televisione, la pubblicità e il design dei prodotti di largo consumo. Oggi la fantascienza è il solo luogo dove sopravvive il futuro, come la fiction televisiva in costume è il solo luogo in cui sopravvive il passato (I miracoli della vita, Feltrinelli, Milano 2009, p. 162).

La fantascienza era il tipo di letteratura che meglio esprimeva la mediazione fra natura e cultura messa in atto dalla società industriale, ma proprio per questo era anche quella che meglio ne esprimeva la crisi. Se nei primi decenni del Novecento il suo immaginario era un inno alla tecnologia come prolungamento potenzialmente infinito dell’uomo e delle sue capacità, con Ballard, con Dick, con il primo Vonnegut, più ancora forse con la visionarietà barocca di William Burroughs, cominciava ad emergere un’altra visione e un’altra pratica, con cui la fantascienza avrebbe accompagnato la trasformazione dell’economia e della società in senso postfordista, registrando e proiettando la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario, quelli che poi si sarebbero espressi negli anni ottanta nel movimento cyberpunk (che della fantascienza fu in effetti il canto del cigno). Ma, paradossalmente, era proprio la sua nascita “sporca”, erano i pulp americani degli anni venti e trenta, era la sua impossibilità di aspirare a natali più nobili (una scorsa ai pretesi ascendenti storici, a partire da Luciano di Samosata, si commenta da sola), era tutto questo che ai nostri occhi rendeva la fantascienza suscettibile di un ventaglio di approcci estremamente variegato. In quella discarica di immondizia in cui ci si poteva imbattere in rifiuti tossici per lo spirito, per la razionalità o per la semplice igiene fisica e mentale, con i suoi superuomini, mutanti, alieni e invenzioni altamente improbabili, in quella sorta di fiera del cattivo gusto estesa a dimensioni galattiche, qualcosa tendeva però ad emergere in superficie urlando la propria indisponibilità alla salute del mondo. Un mondo malato che necessitava disperatamente di un pharmakon in grado di salvarlo. Una componente indispensabile di quel pharmakon si trovava proprio in quel monte di immondizia, tra quella nauseante puzza di rifiuti. I seguaci della fantascienza, i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte, hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio. La fantascienza, al contrario del fantasy, non costruisce altri mondi in cui trasmigrare, lasciando andare alla deriva quello che si abita realmente. È terribilmente gelosa della propria appartenenza terrestre. La datità è il grande Moloch a cui si sacrifica, e se la mette in discussione è solo per meglio rafforzarla. Ma è un gioco sul filo del rasoio, e alla lunga questo mettere in crisi per risolvere produce come scarto un’ansia che si accumula sempre più, fino a trasformarsi in vera e propria paura senza riscatto. Alcuni autori, o semplici appassionati come noi, hanno intravisto, poco importa quanto consciamente, come questo vero e proprio sintomo della crisi del mondo fosse sottovalutato e usato male, e da alleati della cura ci siamo fatti alleati della malattia. D’altra parte questo fu l’uso della fantascienza che non proponemmo, alla fine degli anni settanta, solo noi, ma tutto un nutrito settore della cultura underground, e anche alcuni filosofi visionari e radicali come Baudrillard. Se la fantascienza di Dick, di Ballard, di Burroughs, ebbe la capacità di distanziarsi dal suo tempo per vedere i germi di un futuro che si stava preparando e che presto non sarebbe più stato futuro, ma onnipresente presente, se seppe “ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo„ (per usare un’espressione di Giorgio Agamben) senza indulgere ad alcuna tentazione salvifica, fu perché essa sapeva vedere nel contingente il suo rovescio, fu perché sapeva rovesciarne il linguaggio. Perché sapeva mentire. Perché sapeva costruire degli obbrobriosi falsi, e in questi falsi sapeva illuminare di luce obliqua e radente la verità che pareva nascosta, e invece era lì, a disposizione di chiunque volesse vederla. Il valore della fantascienza, anche di quella più miserabile e rattoppata, consisteva in fondo in due punti fondamentali. In primo luogo, essa minava – a volte apertamente scardinava – la nozione più ristretta di “realtà„, metteva in dubbio che la realtà potesse identificarsi con l’esistente, reintroduceva a vele spiegate il possibile come irrinunciabile elemento costitutivo del reale (secondo un programma già espresso anche da Robert Musil negli anni trenta). In secondo luogo la fantascienza, traducendo in termini molto accessibili la crisi del soggetto narrante impersonale e onnisciente su cui si basava il romanzo realistico ottocentesco, introduceva nella narrazione il punto di vista del futuro (o del passato, o del presente alternativo): ma così facendo contribuiva a mettere in discussione la neutralità della narrazione, e mostrava più in generale che ogni discorso viene enunciato da un luogo preciso, da un tempo determinato, da un corpo concreto. E che quindi è illusorio – e quasi sempre mistificante, e prevaricante – assegnare a certi racconti, a certi saperi, a certe enunciazioni, un valore assoluto e universale, svincolato dalle condizioni storiche e contingenti delle narrazioni, dei saperi, delle enunciazioni. Che ogni sapere ha (per usare il termine di Foucalt) un’epistéme, che ogni discorso è prodotto da una “formazione discorsiva„. Che ogni conoscenza è “situata„. Le stesse cose che, più o meno negli stessi anni, andava scoprendo il pensiero femminista, per rivelare le mistificate radici maschili e fallocentriche del pensiero occidentale. E questo lega la fantascienza (nella sua accezione più radicale e davvero immaginativa) alla critica corrosiva del fake, alle identità immaginarie e collettive, alla guerriglia mediatica. Che è quella che praticò per breve tempo il movimento studentesco del 68 a Parigi come a Roma e a Berlino (prima di finire frantumato e immiserito nella diaspora dei presuntuosi e impotenti gruppetti della sinistra sedicente “rivoluzionaria„), quella che continuò a vivere con l’endemica rivolta dei giovani operai italiani ed europei per tutti gli anni settanta – nella quotidiana ricerca di invenzioni per realizzare il rifiuto del lavoro, quella che deflagrò come pratica condivisa e unica forma possibile di insurrezione in Italia tra la fine del 1976 e il marzo del 1977. UAU dal suo iniziale, risibile, ingenuo quanto si voglia, “vogliamo distruggere la fantascienza”, sino al gatto del Cheshire sornione e inquietante dell’ultimo numero della rivista (catalogo di una mostra convegno sulla simulazione, gli ologrammi e il falso, forse un po’ in anticipo sui tempi), non ha perseguito altro scopo che questo. Distruggere. Allearsi alla malattia lasciando operare il sintomo. Distruggere la fantascienza significa usarla e non servirla. Ma il nostro uso politico della stessa non aveva per noi solo lo scopo, dichiarato, di redimerla dall’apparente neutralità del prodotto di genere, rivelandone le ideologie soggiacenti: meno dichiarato ma – credo – ben più rilevante, era quello di far emergere dalle sue viscere la sua più intima vocazione di strumento, di cassetta degli attrezzi, o per dirla alla Gunther Anders, di “filosofia grossolana”, capace di affrontare la disperata situazione di un mondo, per la prima volta in grado di distruggersi nell’arco di un amen. C’era molto pressappochismo, almeno nella prima serie di UAU, ma nessun intento divulgativo, né spirito scolastico. E abbiamo fallito. Certo. Ma la nostra speranza è di continuare a farlo. E che altri, dopo di noi, lo possano fare ancora, e ancora, e ancora.



giovedì 6 maggio 2021

WOW? UAU!

 




Postafazione  

Un’ambigua utopia. (1) Un gruppo, “un noi che non rinuncia a una precisa affiliazione politica ma che rifiuta una qualsivoglia progettualità a cui dover aderire collettivamente” e al contempo un luogo in cui l’attenzione sia nei tempi e nei modi, molto vicina “al modo in cui sorgono le idee, al modo in cui sorgono i progetti, al modo in cui si pensa l’innovazione espressiva e contemporaneamente la si mette in opera”. (2) È il rifiuto della militanza per un progetto complessivo ed è il transito verso un orizzonte in cui l’ultima utopia è calata e nessun’altra potrà prenderne il posto. Quel difficile corpo a corpo con l’utopia che ha impegnato sul terreno laico le generazioni degli ultimi due secoli trova in quel sommovimento globale del decennio ’60-’70 del Novecento il suo compiersi definitivo.


Distruggere la fantascienza. Lo slogan dell’editoriale del primo numero della rivista Un’ambigua utopia individuava in quella letteratura sporca, dai bassi natali, (3) quella pratica che giocando direttamente con l’immaginario, esplora i campi del possibile. Ma è un possibile situato dentro un campo storicamente determinato, che non lascia più spazio ad alcun rifugio consolatorio. (4) Ogni utopia si rivela, e non solo in potenza, come distopia. L’immaginario si incarna in quel dispositivo fantascientifico che si innesta e percorre i modi di vita direttamente nella realtà. La fantascienza si fa mondo, materia del quotidiano. Detta modi di pensare, di agire, paure da contenere, nuove sensazioni ed emozioni da provare, precipitando ogni futuro possibile nel concreto dell’oggi. È l’emersione di un nuovo dispositivo che fa dell’immaginario una “forza direttamente produttiva, con il corollario del carattere linguistico, relazionale, affettivo del lavoro.” (5) Un’ambigua utopia, quello strano esperimento politico, vero e proprio scarto culturale sorto dalle ceneri del movimento del ’77, si è trovata ad operare in quel momento decisivo in cui sia la rappresentazione, la fantascienza, che il rappresentato, il futuro, cessavano ogni possibilità di potersi rispecchiare e riconoscere l’un l’altro. Era la fine di un processo lungo forse un secolo. Nell’esaurimento di quella letteratura che, per dirla un po’ con Ballard, era la letteratura che andava costituendo la nostra identità precaria di abitanti dell’era di transizione. Un mondo rivolto al futuro si ripiegava a indagare il presente. Il cosiddetto “eterno” presente in cui siamo, con sempre più estremo disagio, immersi. È questo il motivo per cui questa esperienza passata è riuscita a giungere sino a noi, si potrebbe dire quasi per una sorta di processo di percolazione; è filtrata, non si è imposta per una sua forza particolare. Altre riviste ed esperienze di quegli anni hanno avuto un impatto ben maggiore, eppure Un’ambigua utopia sembra sporgersi verso noi oltre i confini di quella memoria storica che, per quanto necessaria da conservare, andava completando il suo ciclo vitale. Pur occupandosi di fantascienza non ha prodotto alcun effetto nel mondo della fantascienza ufficiale, in quel mondo costituito dai fans e dai vari attori della filiera (scrittori, critici, editori..). La Fantascienza maiuscola si rivelò letteralmente refrattaria alla fiamma di UAU, se per refrattario intendiamo un materiale atto a sopportare 1000 °F, oltre il doppio dei 451 °F cari a Brandbury. È, invece, in quel mondo antagonista, composto da superstiti del vecchio militantismo e da nuovi attivisti, giovani in cerca di una rinnovata utopia (che si vorrebbe però, paradossalmente, concreta) che quell’esperimento ha lasciato un’impronta, una traccia che molte e molti sono tentati di leggere, seguire, ripercorrere. (6)


Tra i molti suoi pellegrinaggi tra le arti visive, l'insegnamento, la televisione, la performatività, lo studio, Antonio ha intrecciato negli ultimi anni della sua permanenza terrena le lotte universitarie che agitavano l'Accademia di Brera e le ondate di protagonismo collettivo che negli atenei germinavano negli anni ‘00. Lo spettro della formazione continua incardinata nel Bologna Process, la fenomenologia della crisi, il detournement delle estetiche più perniciose della città-evento non sono che alcni dei filoni più prolifici del suo contaminarsi con una, ennesima, generazione di giovani adulti. “La lezione di oggi proprio non l’ho preparata per niente, le altre anche meno”. *


Da quel processo di contaminazione dieci anni fa nasce l’Archivio di Un’Ambigua Utopia alla Cascina Autogestita Torchiera SenzAcqua di Milano. Qui il fondo di Antonio, tra alcuni incidenti di percorso, diviene il seme di un progetto di biblioteca controculturale oggi ospitato da due stanze recentemente istoriate dalla crew Mutoid all’insegna di un fantastico pullulante di sottobosco, leggere creature meccaniche e primati post-industriali.

Passa qualche anno e dallo stesso gruppo di giovani che avevano accompagnato la nascita dell'archivio germina il proposito della digitalizzazione dell’intera serie della vecchia rivista. UAU era già stata riedita nel 2009 in copia anastatica, su due volumi, da Mimesis edizioni. La liberazione dell'Archivio UAU, oggi disponibile e completamente consultabile all'indirizzo http://archivio-uau.online  viene, prima che presentata, performata nel giugno 2018 alla Fondazione Mudima. L’occasione la fornisce la mostra “Per primo Moroni e Antonio Caronia”, all'insegna di quell'Ambigua, questa volta, ucronia, che esprime l'impellenza di una chance più prossima di quanto il presente pare offrire. E questo nel tentativo di riappropriarsi di una memoria attiva, di quello spirito che accomuna compagni come Antonio e Primo al di fuori, il più possibile, da quelle logiche celebranti qualsivoglia tipo di agiografia rivoluzionaria. Compito difficile, non esente da rischi di fraintendimenti e controversie, ma non più rinviabile nell’urgenza di un oggi in cui l’abbondanza di icone e di slogan si interfaccia con uno scenario di pratiche stanche e rivolte a un passato esausto.

Il ciclo di appuntamenti che accompagna la mostra tracima in un nuovo un ciclo di incontri dal titolo La fine dell'uomo, ospitato dallo spazio sociale Piano Terra, attivo dal 2012 nel quartiere Isola di Milano. La fine dell’uomo, un uomo irriducibile alla sua condizione biologica di umano così come alla tentazione di una sbrigativa riduzione nelle posture di wasp e cisgender, è qui proposta senza punto interrogativo, si da per scontata. È chiaro che “mutando le ‘disposizioni fondamentali del sapere’, l’uomo (inteso in questo senso ‘epistemico’) potrebbe scomparire come è nato”. (7) Ed è scomparso. Quello di cui si è discusso è andato oltre qualunque problema teorico del postumano, come anche Antonio era già oltre (8). Come vivere, al di là di una asfittica ricerca di una nuova identità costituente che ci possa nuovamente rassicurare, in un mondo danneggiato nel concreto della sua materialità (la crisi innescata dai mutamenti climatici) e in quella sua altrettanto materiale comprensione che lo voleva condizionato in una necessaria separazione tra natura e cultura. Dentro questa alchimia di suggestioni, riletture ed ingredienti segreti fermenta un numero speciale dell'Ambigua Utopia (9) da cui questo stesso vortice era stato attivato.

È questo il lascito di Antonio, di Un’Ambigua Utopia e di tutti quanti l’hanno attraversata. Una fantascienza che rifiuta ogni pacificazione, che non si fa più ingabbiare e “mondeggia” (10) libera, irriverente e rischiosa. Non sta rinascendo la vecchia rivista, un nuovo collettivo non si sta proponendo in occasione di questo numero dieci del progetto nato nel 1977. È la fantascienza che rumina e riattualizza un vecchio strumento che al suo nascere era troppo nuovo per poter essere oggi impropriamente archiviato nel magazzino delle cose passate, quelle che solo per tramite di un effetto ipnotico si potrebbe pensare ancora vive. Un’Ambigua Utopia è un attrezzo multiuso a disposizione di chiunque voglia servirsene, privo di copyright, chiede solo di essere usato in quella dimensione del gioco che fa dell’essere umano non un dio, ma un bambino capace di condividere (ma anche di con-divenire, per restare con la Haraway) con tutti gli altri esseri umani, ma anche non, disposti a imparare a giocare con lui. Un sentito ingranaggio, non un omaggio.


Quello che conta non sono le letterature, le filosofie, ecc.; quello che conta sono le trasformazioni che attraverso queste esperienze noi facciamo su noi stessi (letterarie, artistiche, filosofiche…). La cosa più importante nella vita di un essere umano è l’essere umano, non quello che fa ma quello che lui è, quello che lui diventa.” ** Se la fantascienza, oggi, è diventata tanto importante per noi è perché questa nuova, o vecchia, o futura, pratica ci obbliga a pensare a quello che il nostra fare ci fa diventare. Siamo rivoluzionari, siamo cyborg, siamo compost, qualunque cosa pretendiamo di voler essere è quell’idea fantascientifica degli altri che ci invadono a renderci coscienti di quel che siamo. Nessuna pretesa essenza costituente potrà metterci al sicuro da questo divenire continuo che ci costituisce. Unica prerogativa per una specie tanto mutevole come la nostra per poter stare in un mondo che costantemente forziamo a trasformarsi.

Una piccola avventura in tal senso questo nuovo collettivo ambiguo ha provato a farla.


(1): Per una storia del collettivo e dell’omonima rivista si rimanda alla voce di Wikipedia

(2): Giuliano Spagnul, Distruggere l’utopia, in Mondi altri. Processi di soggettivazione nell’era postumana a partire dal pensiero di Antonio Caronia. Mimesis 2016. Consultabile qui: . http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/12/distruggere-lutopia-di-giuliano-spagnul.html

(3): La prima narrativa di genere propriamente fantascientifico viene ospitata tra le pagine delle riviste popolari americane degli anni ’20 (i pulp magazines) insieme al poliziesco e altri generi allora in voga tra le classi subalterne. La prima rivista di scientifiction (termine successivamente modificato in science-fiction) Amazing Stories fu fondata da Hugo Gernsback nel 1926.

(4): Antonio Caronia, Le incarnazioni dell’immaginario, nella prima introduzione alla guida del collettivo Nei labirinti della fantascienza, Feltrinelli 1979.(Ristampa: Mimesis 2012). Consultabile qui: http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2018/02/antonio-caronia-incarnazioni.html

(5): “Corpi e informazioni. Il Posthuman da Wiener a Gibson” in questo volume.

(6): Antonio Caronia tra tutti quelli, tanti, che hanno attraversato quell’antica esperienza, è stato l’unico a non lasciare cadere nel vuoto la richiesta che da più parti gli venivano sollecitate. È così che ha risposto all’appello di una rivista di ufologia radicale, MIR, raccontando la storia della rivista. E poi ancora rispondendo alle domande dei suoi studenti all’Accademia, quindi impegnandosi a ristampare la rivista financo, negli ultimi mesi di vita, rieditando Nei labirinti della fantascienza.


(7): “Transumano, troppo postumano” in questo volume.


(8): Il discorso di Antonio sul postumano non può non riagganciarsi ad un “ritorno” al corpo come problema imprescindibile da cui dover sempre ripartire. L’ultimo impegno di Antonio, un seminario su normalità e follia a Macao, testimonia la necessità di un doveroso ripensamento collettivo su facili entusiasmi per una liberazione che prescinda dalla materia che ci determina per ciò che siamo e che possiamo.


(9): Idealmente il n.10 dopo i 9 numeri usciti dal 1977 al 1982.


(10): Donna Haraway, costante punto di riferimento di Antonio, nel suo ultimo libro Chthulucene (Nero edizioni, 2019) volutamente “complicato e positivamente ambiguo” ma non “oscuro e inaccessibile” (come avverte la traduttrice) inventa la parola “mondeggiare” che si presta appieno a una pratica della fantascienza che si presta a “modellare possibili tempi e possibili mondi – mondi materiali e semiotici che sono al contempo scomparsi, presenti, e di là da venire.”


*Lezioni del corso di Sociologia dei Processi culturali, Accademia di Brera, Scuola di Nuove Tecnologie per l'Arte, A.A. 2008/2009, Prof. Antonio Caronia


**Seminario di Antonio Caronia a Macao su “Arte e follia” 2012