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sabato 13 febbraio 2021

Antonio Caronia: Scriversi addosso

 


Linus settembre 1982

L’autoriferimento imperversa: in filosofia, nel cinema, nella narrativa. Ogni film parla di mille altri film, ogni libro di mille altri libri. C’è chi dice che è sempre stato così, ma forse in epoche precedenti era più che altro un problema di linguaggio: riferirsi a forme linguistiche analoghe era un modo per marcare la propria appartenenza ad un genere espressivo (per esempio un genere letterario) e poter fare così un discorso sul mondo, sulla realtà. Oggi questo è per lo meno problematico. I libri, i film, i fumetti sembrano esaurire il proprio discorso nell’ambito di una fitta rete di citazioni e di rimandi, senza riuscire a dire nulla sul mondo e sulla realtà, a volte senza neppure volerci provare. E l’autoriferimento ha naturalmente invaso anche la fantascienza. L’ultimo romanzo di Heinlein apparso in Italia (Il numero della bestia, Sonzogno 1981, L. 14.000) è un remake (gradevole o sgradevole, a seconda dei punti di vista) di tutta la fantascienza avventurosa degli anni Venti e Trenta, debitamente citata nel testo in modo esplicito e, si direbbe, ostentato, dal ciclo marziano di E. R. Burroughs, che fornisce addirittura nomi e caratteristiche dei protagonisti, allo Skylark di “Doc” Smith al Gray Lensam e così via. Quello che nel romanzo di Heinlein è, appunto, esplicito, ostentato e teorizzato (in modo che non abbiamo solo un’opera di fantascienza che si riferisce alla fantascienza, ma in cui la fantascienza è la vera e sola protagonista), è mascherato e coperto nel romanzo di Norman Spinrad A World Between (Tra due fuochi, Nord, 1982, L. 6.000): ma la sostanza, mi sembra, non cambia. A World Between riprende il filone della fantascienza utopista o post-utopista, quello delle società ideali, dei loro pregi e dei loro difetti, per capirci, e lo fa rispondendo, in qualche modo, alla fantascienza delle donne, più alla Joanna Russ di The Female Man, a quanto sembra, che alla Ursula Le Guin di The Dispossesed (I reietti dell’altro pianeta, recentemente ristampato dalla Nord). La domanda che si pone Spinrad è infatti: è possibile che uomini e donne trovino un equilibrio fra pubblico e privato, fra amore e politica, tale da reggere alle inevitabili tensioni tra i sessi? La domanda è posta e risolta con una sapienza narrativa gradevole, anche se un po’ scontata. Sul mondo di Pacifica un equilibrio del genere già esiste, all’inizio del libro, ma è venato da impercettibili crepe, che si allargano drammaticamente quando il pianeta diventa teatro dello scontro tra le femocratiche, espressione di tendenze femministe oltranziste, e la Scienza Trascendentale, una élite interplanetaria di super-scienziati che incarna ideali faustiani con qualche sfumatura nazista e abbondante ispirazione tecnocratica. Questa guerra polarizza anche su Pacifica lo scontro tra i sessi, mettendo in luce le debolezze di quell’esperienza di integrazione e minacciandone il proseguimento. Alla fine però trionfa l’intesa sessuale e politica tra il presidente di Pacifica, che è una donna, e il suo ministro dei Media nonché marito e amante: le opposte fazioni vengono raggirate e neutralizzate, e i pacificani possono utilizzare sia le conoscenze della Scienza Trascendentale depurate dell’ideologia che le accompagna, sia alcuni spunti delle femocratiche, senza tuttavia tradire il loro modello. Spinrad non riesce a ripetere l’esperienza del suo primo romanzo, Jack Barron e l’eternità (Fanucci, 1973, L. 7.000), né sembra capace di trasformare, come la Le Guin, l’ideologia in meccanismo narrativo. Giudicato sul terreno delle prese di posizione, A World Between è un libro stucchevole e noioso, che esprime un’ideologia passatista e nostalgica (tornare a “prima della crisi”, “parlare sottovoce, al cuore” invece di urlare e scannarsi in nome del fanatismo): nonostante esprima tematiche più vicine a noi, rimane inferiore, come resa complessiva, sia all’introspezione dei Dispossesed che alla rabbia e all’ironia di The Female Man. Ma forse non è così che va letto: nelle sue parti più riuscite, che sono, come già in Jack Barron, quelle che descrivono la rete dei media di Pacifica, l’esaltazione kennediana della “democrazia elettronica” lascia il posto a una descrizione più fredda ed efficace della comunicazione elettronica. E la Scienza Trascendentale che altro è, anche questa volta, se non l’intero armamentario delle scienza della fantascienza? La sconfitta dei trascendentali, allora, può forse significare, anche per Spinrad, una coscienza della fine della fantascienza, di questo “buon, vecchio immaginario” che ci ha nutrito per tanto tempo e oggi ci lascia, parlando di se stesso per l’ultima volta.


mercoledì 10 febbraio 2021

Antonio Caronia: Il pelo e il vizio

 


Linus agosto 1980

Anche questa volta, visto che l’estate impazza e voi siete probabilmente più refrattari del solito alle nostre più sconvolgenti elucubrazioni, ci limitiamo a passarvi alcuni modesti consigli di lettura, rimandando all’autunno una (peraltro doverosa) riflessione sul perché vi andiamo propinando mensilmente questo sconnesso discorso a più voci, sulla cui ricezione siamo comunque angosciosamente privi di dati. Anche sull’efficacia di questi consigli, in realtà, nutriamo dubbi consistenti. Da un primo, sommario esame, infatti si può assumere l’ipotesi che i lettori di Linus si distribuiscano, rispetto alla nostra rubrichetta, nelle categorie seguenti: 1) appassionati ultra informati di fantascienza, che hanno letto già tutto prima di noi e che si fanno un baffo delle nostre recensioni/segnalazioni; se le leggono, lo fanno solo per poterci irridere e/o prenderci in castagna alla prima inesattezza; 2) intellettuali, fumettofili e affini, moderatamente interessati alla fantascienza, che giudicheranno troppo “iniziatico” il nostro discorso e continueranno con più profitto a leggere Gabutti; 3) i restanti lettori, mediamente squilibrati, che saltano senz’altro la rubrichetta. Sarebbe confortante per noi poter ipotizzare l’esistenza di una categoria 4), non vuota (sarebbe sufficiente all’uopo che contenesse anche un solo elemento), costituita da lettori non esclusivi di fantascienza, che per la loro vivacità intellettuale siano stufi di leggere Asimov, ma abbastanza digiuni di semiologia da poter essere incuriositi dalle letture che noi proponiamo. Nella speranza perciò, che la nostra fatica possa continuare ad essere annoverata tra i servizi sociali, sia pure nel senso restrittivo qua sopra esposto, torniamo a bomba. Che cosa si può leggere, quest’estate in Italia, di quella “nuova fantascienza” di cui ci sentiamo immeritatamente dei modesti divulgatori? Non molto, la risposta è ovvia. Avremmo voluto segnalarvi, fra i primi, l’ultimo romanzo di John Varley, uno fra i più interessanti nuovi autori americani, che ha al suo attivo una bella raccolta di racconti, The persistence of vision (alcuni sono apparsi in Italia sulla defunta Robot e sulla Rivista di Isaac Asimov) e il romanzo Linea calda Ophiucus, qui pubblicato da Sonzogno. Varley è, in qualche modo, uno dei continuatori di Delany, soprattutto per quanto riguarda le tematiche della sessualità e della crisi della personalità, per le quali è ovviamente debitore anche alla nuova fantascienza femminileJohn Varley, : ma non si fatica a riconoscere nelle sue opere anche l’influenza di Ursula Le Guin. Il romanzo Titan, uscito in usa l’anno scorso, riepiloga un po’ i temi e luoghi a lui cari (la sessualità, appunto, lo scarto tra oggettività e soggettività, la crisi dell’individuo in rapporto alla scienza e alla tecnica), proiettati questa volta sullo sfondo dell’ignoto e della presenza della trascendenza: siamo infatti su un pianeta “vivo”, che ha creato sul suo corpo un mondo mitologico, con apporti greci, cristiani e di altro tipo: lì la storia è veramente “il sogno di un folle”, e se centauri e gli angeli non sono più una metafora, il pianeta Gea può esserlo benissimo. In realtà, però, è inutile che andiamo avanti: questo romanzo in Italia, almeno quest’estate, non potete leggerlo, a meno che non leggiate l’inglese e non ve lo procuriate in edizione originale. Infatti Titano (Urania 839, Lire 1.000), che figura come l’edizione italiana di Titan, è stato trasformato in una storiella avventurosa per educande. Dev’essere stato un lavoro redazionale bestiale; episodi veri e propri non ne sono stati tagliati, anche se a volte qualche particolare mancante rende la storia un po’ balzellante e difficile da capire, ma tutto il testo è stato sottoposto ad una serie capillare di tagliuzzamenti, riassuntini, aggiustamenti, che lasciano a malapena lo scheletro e scarnificano abbondantemente il resto. Le più colpite sono state le scene erotiche, ovviamente (ma non pensate alla pornografia: il lettore ideale che ha in mente la signora Negretti, redattrice di Urania, sarebbe disturbato anche da una frase come questa: “La lingua di Bill era partita dai piedi di Cirocco e adesso stava esplorando il suo orecchio sinistro”, p. 4 dell’edizione tascabile americana, Berkeley 1980); e poi una miriade di osservazioni, particolari, gesti, movimenti, battute, certo “inessenziali” per sapere “come va a finire la storia”, ma forse importanti per delineare i personaggi. Questa dei tagli di Urania è una storia vecchia: ma lacune recenti dichiarazioni dei responsabili di Mondadori facevano credere che fosse anche una storia passata (v. Un’Ambigua Utopia n. 1, 1980 e La bottega del fantastico n. 1, 1980). Come dire: la Negretti perde il pelo, ma non il vizio (o forse sarà il contrario…). Non ci rimane, ahinoi, che ripiegare sulle riedizioni. E per fortuna c’è la Nord che, se quest’anno non brilla per le novità (a parte Il serpente dell’oblio, di cui vi abbiamo parlato il mese scorso), sta offrendo delle interessanti ristampe. Quelle che vale senz’altro la pena di leggere sono i due Dick, I giocatori di Titano (Narrativa d’anticipazione, L. 2.500) e I simulacri (Cosmo oro, s.i.p.) e l’ormai famoso I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guin (Narrativa d’anticipazione, Lire 3.500). Quest’ultimo, nonostante l’orripilante titolo, è ormai un classico della fantascienza “politica” nell’epoca della crisi dell’utopia, e uno dei libri più belli della scrittrice dell’Oregon: chi non l’ha letto non può neanche rendersi conto dei difetti di Ursula Le Guin, che sono difetti di gran classe. Quanto a Dick, ormai è chiaro che egli è all’origine di quasi tutta la fantascienza più interessante degli ultimi vent’anni, e in particolare di tutta la tematica del contrasto (o dell’identità) tra realtà e illusione: anche i due titoli segnalati, il più interessante dei quali è I simulacri. Ma se volete saperne di più e meglio di come potremmo dirvelo noi, vi consigliamo di leggere le introduzioni di Carlo Pagetti a tutti e tre i libri.