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martedì 9 marzo 2021

Antonio Caronia: FS per l'estate


 Linus luglio 1983

Non vorrei essere caduto preda di una sindrome senile, e mettermi a rimpiangere i bei tempi andati, ma mi sembra proprio che la fantascienza degli anni Ottanta stenti a decollare. O forse è proprio vero quello che da tempo andiamo sostenendo (provocatoriamente, dicono alcuni) e cioè che la fantascienza come genere separato stia esalando gli ultimi respiri e che quanto di meglio ha prodotto negli anni passati si stia trasferendo in un nuovo genere di romanzo di massa, fra l'avventuroso e il tecnologico, come il caso di Congo starebbe a testimoniare. Per il momento non insisto: fatto sta che un rapido esame delle novità editoriali degli ultimi mesi conferma l'ipotesi: il confronto fra la nuova produzione e le ristampe e riedizioni va a tutto vantaggio di queste ultime. Ecco dunque una rapida rassegna che può servire da segnalazione e orientamento per le vostre letture estive. Fra i libri tratti da film, che Urania comincia a pubblicare con una certa frequenza, è da segnalare più che Dark Crystal, stucchevole quanto il film (e trattandosi del libro non abbiamo neppure la modesta attrattiva degli effetti speciali), Poltergeist (Urania 940): James Kahn ha tratto dalla sceneggiatura di Spielberg un romanzo breve dal ritmo serrato e notevolmente avvincente. L'ultimo Vance (Miro Hetzel l'investigatore, Nord, L. 4000) è abbastanza deludente, due esili trame gialle fanno da impalcatura alla consueta descrizione di civiltà aliene che è la caratteristica di questo autore. Ma la rappresentazione della cultura tribale dei Gomaz, delle loro guerre, del loro orgoglioso e sdegnoso separatismo, non diventa come in altre opere di vance un elemento del ritmo narrativo: la xenografia qui è un gioco descrittivo autonomo, e gli intrighi che sono alla base delle storie fanno fatica a tenere desta, da soli, l'attenzione del lettore. A prposito di culture aliene, mi sembra più riuscito l'ultimo romanzo breve del ciclo di Dorsai giunto in Italia (Gordon R. Dickson, Il Dorsai perduto, Nord, L. 4000). Gli ingredienti di Dickson (che pure, in questa narrazione marginale rispetto al flusso principale della serie, non si esprime con la stessa forza di Dorsai o di Soldato, non chiedere) sono più umani, lo sfondo alieno più accessorio, ma soprattutto il controllo del linguaggio è più solido, e quando cominciamo a renderci conto che dalle puntigliose descrizioni di ambienti e azioni sembra sempre mancare qualche particolare decisivo, il gioco è fatto: Dickson è riuscito con relativa economia di mezzi a costruire quella particolare atmosfera di malinconia, quel senso dell'isolamento dell'uomo che, pur senza essere decisivo dal punto di vista filosofico, rende riconoscibile il ciclo e conta pure i suoi estimatori. Un altro autore che a volte gioca con le atmosfere melanconiche e un po' crepuscolari è Bob Shaw, che però è più efficace come costruttore di meccanismi narrativi in cui la suspense gioca il ruolo decisivo. Recuperate, se vi riesce, la sua antologia uscita qualche mese fa (Locus-Alfa, Locus-Zeta, Urania n. 937): fra i racconti che vale la pena di leggere, quello che dà il titolo italiano alla raccolta (peraltro, attenzione!, già uscito in uno degli ultimi numeri della rivista di Asimov), e “Anfiteatro”: ci troverete due fra i più begli alieni a sorpresa degli ultimi anni. Chi è affascinato dagli universi paralleli, può leggere invece I mondi dell'impero di Keith Laumer (Nord, L. 12000), avventuroso e rutilante anche se un po' farraginoso; ma non dimentichi naturalmente che l'assoluto capolavoro del sottogenere “universi paralleli” è La svastica sul sole di Philip Dick che l'editrice Nord ha rimesso in circolazione già da qualche tempo. È un libro su cui si è già detto parecchio e spero che sia noto alla maggior parte dei lettori: chi non lo ha letto non può dire di conoscere veramente le possibilità della fantascienza sul piano della decostruzione della realtà e della crisi del soggetto. D'altra parte una buona introduzione alle stesse tematiche è offerta dalla riedizione di un altro romanzo di Dick dei primi anni Sessanta (Noi marziani, Nord, L. 4.000). Leggere o rileggere, le opere di Dick di quel periodo vuol dire rendersi conto, una volta di più, dell'importante lavoro che questo autore ha fatto introducendo nella fantascienza tematiche ed elementi di riflessione sulla crisi della società americana e sul ruolo sociale della tecnica senza mai abbandonare il carattere popolare di quella narrativa (come notava già dieci anni fa Carlo Pagetti nella sua introduzione a Noi marziani, ripubblicata anch'essa). Molto più datato appare invece, a rileggerlo oggi, un romanzo di Norman Spinrad del 1967, arrivato da noi alcuni anni più tardi suscitando un certo scalpore e oggi anch'esso riedito (Il pianeta Sangre, Nord, L. 6000). Enfant terrible della fs americana alla fine degli anni Sessanta, Spinrad partecipò ai movimenti di rinnovamento di quegli anni con una carica di rottura veramente notevole: e questo The man in the jungle (Il pianeta Sangre nella versione italiana) è la prima opera significativa in questo senso. Nella storia di Bart Fraden, avventuriero e politicante di professione che si prefigge lo scopo di abbattere la cupa Confraternita del Dolore per sostituirla alla guida del Pianeta Sangre, Spinrad aveva forse l'ambizione di alludere ad un discorso politico e antropologico che rovesciasse l'aforisma del fine che giustifica i mezzi. Costruendo scientificamente la rivoluzione che dovrà abbattere la crudele oligarchia che domina il pianeta (e le cui pratiche stanno a mezza strada fra quelle dell'inquisizione e le prescrizioni del divino marchese) Fraden si pone in realtà sullo stesso piano dei suoi nemici: sia lui che i suoi collaboratori arrivano a praticare l'antropofogia. E la rivoluzione si trasformerà in un massacro e in un bagno di sangue generale. Riecheggiando in modo piuttosto ingenuo teorie antropologiche che oggi su direbbero sociobiologiche, Spinrad sferzava però efficacemente luoghi comuni sulla bontà della natura umana e svelava “di che lacrime grondi e di che sangue” il fondamento della civiltà. E anche se oggi non proviamo più lo stesso brivido provato dieci anni fa alla prima lettura, di questo continuiamo a essergli grati.


mercoledì 10 febbraio 2021

Antonio Caronia: Il pelo e il vizio

 


Linus agosto 1980

Anche questa volta, visto che l’estate impazza e voi siete probabilmente più refrattari del solito alle nostre più sconvolgenti elucubrazioni, ci limitiamo a passarvi alcuni modesti consigli di lettura, rimandando all’autunno una (peraltro doverosa) riflessione sul perché vi andiamo propinando mensilmente questo sconnesso discorso a più voci, sulla cui ricezione siamo comunque angosciosamente privi di dati. Anche sull’efficacia di questi consigli, in realtà, nutriamo dubbi consistenti. Da un primo, sommario esame, infatti si può assumere l’ipotesi che i lettori di Linus si distribuiscano, rispetto alla nostra rubrichetta, nelle categorie seguenti: 1) appassionati ultra informati di fantascienza, che hanno letto già tutto prima di noi e che si fanno un baffo delle nostre recensioni/segnalazioni; se le leggono, lo fanno solo per poterci irridere e/o prenderci in castagna alla prima inesattezza; 2) intellettuali, fumettofili e affini, moderatamente interessati alla fantascienza, che giudicheranno troppo “iniziatico” il nostro discorso e continueranno con più profitto a leggere Gabutti; 3) i restanti lettori, mediamente squilibrati, che saltano senz’altro la rubrichetta. Sarebbe confortante per noi poter ipotizzare l’esistenza di una categoria 4), non vuota (sarebbe sufficiente all’uopo che contenesse anche un solo elemento), costituita da lettori non esclusivi di fantascienza, che per la loro vivacità intellettuale siano stufi di leggere Asimov, ma abbastanza digiuni di semiologia da poter essere incuriositi dalle letture che noi proponiamo. Nella speranza perciò, che la nostra fatica possa continuare ad essere annoverata tra i servizi sociali, sia pure nel senso restrittivo qua sopra esposto, torniamo a bomba. Che cosa si può leggere, quest’estate in Italia, di quella “nuova fantascienza” di cui ci sentiamo immeritatamente dei modesti divulgatori? Non molto, la risposta è ovvia. Avremmo voluto segnalarvi, fra i primi, l’ultimo romanzo di John Varley, uno fra i più interessanti nuovi autori americani, che ha al suo attivo una bella raccolta di racconti, The persistence of vision (alcuni sono apparsi in Italia sulla defunta Robot e sulla Rivista di Isaac Asimov) e il romanzo Linea calda Ophiucus, qui pubblicato da Sonzogno. Varley è, in qualche modo, uno dei continuatori di Delany, soprattutto per quanto riguarda le tematiche della sessualità e della crisi della personalità, per le quali è ovviamente debitore anche alla nuova fantascienza femminileJohn Varley, : ma non si fatica a riconoscere nelle sue opere anche l’influenza di Ursula Le Guin. Il romanzo Titan, uscito in usa l’anno scorso, riepiloga un po’ i temi e luoghi a lui cari (la sessualità, appunto, lo scarto tra oggettività e soggettività, la crisi dell’individuo in rapporto alla scienza e alla tecnica), proiettati questa volta sullo sfondo dell’ignoto e della presenza della trascendenza: siamo infatti su un pianeta “vivo”, che ha creato sul suo corpo un mondo mitologico, con apporti greci, cristiani e di altro tipo: lì la storia è veramente “il sogno di un folle”, e se centauri e gli angeli non sono più una metafora, il pianeta Gea può esserlo benissimo. In realtà, però, è inutile che andiamo avanti: questo romanzo in Italia, almeno quest’estate, non potete leggerlo, a meno che non leggiate l’inglese e non ve lo procuriate in edizione originale. Infatti Titano (Urania 839, Lire 1.000), che figura come l’edizione italiana di Titan, è stato trasformato in una storiella avventurosa per educande. Dev’essere stato un lavoro redazionale bestiale; episodi veri e propri non ne sono stati tagliati, anche se a volte qualche particolare mancante rende la storia un po’ balzellante e difficile da capire, ma tutto il testo è stato sottoposto ad una serie capillare di tagliuzzamenti, riassuntini, aggiustamenti, che lasciano a malapena lo scheletro e scarnificano abbondantemente il resto. Le più colpite sono state le scene erotiche, ovviamente (ma non pensate alla pornografia: il lettore ideale che ha in mente la signora Negretti, redattrice di Urania, sarebbe disturbato anche da una frase come questa: “La lingua di Bill era partita dai piedi di Cirocco e adesso stava esplorando il suo orecchio sinistro”, p. 4 dell’edizione tascabile americana, Berkeley 1980); e poi una miriade di osservazioni, particolari, gesti, movimenti, battute, certo “inessenziali” per sapere “come va a finire la storia”, ma forse importanti per delineare i personaggi. Questa dei tagli di Urania è una storia vecchia: ma lacune recenti dichiarazioni dei responsabili di Mondadori facevano credere che fosse anche una storia passata (v. Un’Ambigua Utopia n. 1, 1980 e La bottega del fantastico n. 1, 1980). Come dire: la Negretti perde il pelo, ma non il vizio (o forse sarà il contrario…). Non ci rimane, ahinoi, che ripiegare sulle riedizioni. E per fortuna c’è la Nord che, se quest’anno non brilla per le novità (a parte Il serpente dell’oblio, di cui vi abbiamo parlato il mese scorso), sta offrendo delle interessanti ristampe. Quelle che vale senz’altro la pena di leggere sono i due Dick, I giocatori di Titano (Narrativa d’anticipazione, L. 2.500) e I simulacri (Cosmo oro, s.i.p.) e l’ormai famoso I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guin (Narrativa d’anticipazione, Lire 3.500). Quest’ultimo, nonostante l’orripilante titolo, è ormai un classico della fantascienza “politica” nell’epoca della crisi dell’utopia, e uno dei libri più belli della scrittrice dell’Oregon: chi non l’ha letto non può neanche rendersi conto dei difetti di Ursula Le Guin, che sono difetti di gran classe. Quanto a Dick, ormai è chiaro che egli è all’origine di quasi tutta la fantascienza più interessante degli ultimi vent’anni, e in particolare di tutta la tematica del contrasto (o dell’identità) tra realtà e illusione: anche i due titoli segnalati, il più interessante dei quali è I simulacri. Ma se volete saperne di più e meglio di come potremmo dirvelo noi, vi consigliamo di leggere le introduzioni di Carlo Pagetti a tutti e tre i libri.


sabato 6 febbraio 2021

Antonio Caronia: L'effimero dell'effimero

 


Linus gennaio 1982

È in corso una grande discussione sull'effimero. Essa sembra molto meno evanescente del suo oggetto, visto che la ritroviamo da mesi dentro a interventi, polemiche, dibattiti, sui fatti della cultura e dello spettacolo, in quasi tutti i giornali. Il film spazzatura, l’estate romana di Nicolini, I predatori dell’arca perduta, i convegni culturali e le mostre, ogni argomento di discussione ripropone lo stesso problema: che atteggiamento si deve assumere di fronte alla capacità sempre più evidente dell’industria culturale di creare e insieme soddisfare una domanda molto ampia di informazione ma soprattutto di spettacolo? Come si deve valutare la propensione del pubblico a consumare l’evento culturale, sia esso un film, una conferenza, una mostra, in modi sempre più simili, sempre più caratterizzati da ciò che qualcuno ha chiamato una “curiosità indifferente”? Che segno ha l’abbandonarsi di molti, soprattutto giovani, all’”evasione” nel libro o nel film fantastico? Gianfranco De Turris, che da solo o con Sebastiano Fusco, interviene ormai da parecchi mesi su queste pagine su questi temi, lo ha fatto, specialmente negli ultimi articoli, con la preparazione e l’attenzione anche a posizioni ben diverse dalle sue che lo hanno sempre contraddistinto. Della qual cosa, è chiaro, bisogna essergli grati, come delle lance che ha spezzato in favore del “fantastico” e contro i pregiudizi che contro di esso ancora circolano, anche e soprattutto – perché non riconoscerlo? – nella cultura di sinistra. Tuttavia, dato che mi sembra che le sue tesi facciano rientrare dalla finestra quello che poteva sembrare essere stato cacciato dalla porta, varrà forse la pena di discuterne un po’. Nell’articolo Trasgressione e degradazione, apparso sul numero di novembre, De Turris comincia a dare una descrizione del fenomeno un po’ bizzarra, che sembra corrispondere poco a quanto si vede in giro. I giovani che frequentano Massenzio, che visitano i bronzi di Riace, che riscoprono gli anni Cinquanta e leggono Tolkien, secondo il nostro “vanno alla ricerca di un ‘mondo di valori’ alternativo all'attuale”, rifiutano “l’ormai agonizzante società dei consumi, il materialismo e la secolarizzazione in nome di qualcosa di più alto”, che consiste in “più spirito e più religiosità, più coraggio e più amore, più lealtà e più onore”. Persino Umberto Eco, con il suo romanzo, si sarebbe fatto strumento inconsapevole di questa meritevole ricerca: volendo dimostrare che non esiste una conoscenza “tradizionale”, che la cultura non ha un centro, avrebbe invece finito per dipingere “l’affresco affascinante e coinvolgente di un mondo che è in totale opposizione ‘metafisica’ con quello dei nostri giorni” (controllare per credere, Il sogno medievale su Linus, ottobre 1981). Le obiezioni sono due. La prima riguarda l’esattezza, per così dire, della fenomenologia. Qui De Turris sembra descrivere, più che l’atteggiamento più diffuso tra i giovani e meno giovani consumatori dei prodotti culturali in esame, le opzioni ideologiche di ristretti circoli, di chi appunto colora la sua “rivolta contro il mondo moderno” di toni metafisici e spiritualisti. Ma, poco male, si potrebbe pensare: forse quegli atteggiamenti, quelle opzioni, sono ancora poco diffusi, ma desiderabili. Se essi corrispondono a qualche tendenza, sia pure ancora minoritaria, potrebbero essere aiutati a svilupparsi, a diffondersi. Ecco, vorremmo allora dichiarare la nostra più completa indisponibilità a un eventuale progetto di questo genere. Quello che a noi piace di questa epoca (accanto, ovviamente, a tante altre cose che ci piacciono meno) è proprio la sua disponibilità a liberarsi dalla metafisica, la sua capacità di fare a meno di categorie filosofiche, estetiche e pratiche di tipo forte (categorie grimaldello, o passe-partout, capaci di spiegare ogni cosa con eleganza e semplicità). Il costo di queste categorie l’abbiamo pagato un po’ tutti, sulla nostra pelle: figuriamoci se abbiamo rifiutato il dogmatismo marxista o razionalista classico per abbracciarne uno tradizionale, medievalista, spiritualista o che altro sia. E comunque, per chi voglia formulare qualsiasi progetto di trasformazione del reale (stravolgimento, rivolgimento e restaurazione che sia) è importante prima di tutto capire che cosa accade: il che a De Turris non riesce. Quando (sempre su Linus di novembre) se la prende con Pagetti, reo di aver colto anche nelle vicende italiane del ’78 (rapimento Moro) un “progressivo spostamento culturale nella direzione del fantastico e della fantascienza”, De Turris se ne esce con parole rivelatrici: parla di disagio di fronte “a una realtà indegna e miserabile”, contrappone la “trasgressione del reale” rappresentata dal fantastico alla “degradazione della realtà”, della politica, del costume, dei media, affastellando i più importanti delitti politici degli anni Sessanta ad oggi, la P2 e il bambino nel pozzo. Se fosse veramente così, avremmo ben poco da stare allegri. L’interesse per il fantastico sarebbe veramente un isolarsi un po’ masturbatorio, e mentre nella Terra di Mezzo Elfi e Orchi si massacrano, spade rifulgono, e Hobbit tentano di conservare la propria indipendenza di produttori agricoli precapitalistici, le cose, qui da noi, continuerebbero a marciare come hanno sempre marciato in modo indegno, miserabile e degradato. A meno che la salvezza non ci arrivi da quei famosi giovani che cercano spirito, religiosità, coraggio, amore, lealtà e onore. Le cose stanno in modo un po’ diverso. Non è che la realtà fa schifo e quindi va “trasgredita” nell’immaginario (questo è quello che, ne fossimo coscienti o no, abbiamo pensato per tutti i nostri anni “politici”, dal ’69 in poi): è che la realtà ormai comprende tutto, e quindi ha dei problemi a farsi riconoscere come realtà, come un mondo distinto da un altro che non è realtà. Qui l’interesse attuale per la fantascienza e il fantastico trovano le loro radici: nell’incredibile accelerazione dell’innovazione tecnologica, nell’oggettivazione sempre più spinta delle funzioni sociali, che oltre (o insieme) a tutte le conseguenze disgregatrici della struttura sociale che per anni abbiamo denunciato porta con sé anche una modificazione del nostro immaginario, che ci apre possibilità prima impensate. De Turris fa bene a farsi beffe dei francofortesi in ritardo, dei lamentatori della morte della “cultura politica” o della “funzione critica della cultura”, ma poi non si accorge di assumere lo stesso atteggiamento moralistico e sdegnoso che rimprovera loro (o forse lo sa benissimo, e “ci marcia”). È il solito atteggiamento delle avanguardie, di chi predica una “verità” riconosciuta da pochi o, nel migliore dei casi, attende fiducioso che i molti (o, almeno, qualcuno in più dei pochi) prima o poi ci arrivano. È l’atteggiamento dei “critici del mondo moderno” di cui a più riprese De Turris ci fornisce la lista: Spengler, Guénon, Evola, Benda, Ortega y Gasset (non è incluso, molto opportunamente, Banjamin, ma avrebbe potuto esserci, con qualche cautela, Adorno). Tutti costoro (“ognuno secondo la propria personale angolazione”, ricorda opportunamente De Turris) hanno visto e descritto molto lucidamente le premesse e gli inizi dei processi che oggi vengono a maturazione: la morte del sacro, l’omogeneizzazione del sociale, la spersonalizzazione e l’oggettivazione, la diffusione e il trionfo della tecnica. In questo senso molte di quelle analisi (forse non tutte) sono apprezzabili e utilizzabili ancora oggi. Che cosa c’è, invece di utilizzabile in esse? Proprio quello che De Turris mostra di apprezzare, e che spiega le ragioni per cui quegli autori vengono assunti ad alfieri di tutta la cultura della destra più intelligente: la loro nostalgia per l’epoca che precede la modernità, per un mondo non diviso e non scisso, capace di vivere collettivamente e “in profondità” l’esperienza del mito e del rito (tutto questo lo spiega molto meglio di me Furio Jesi nel suo Culture di destra, edito da Garzanti). Ora ci sarebbe da discutere su quanto i mondi e le civiltà classiche, o comunque pre-moderne, siano corrispondenti a questo quadro (guardate, per esempio, il bellissimo lavoro che ha fatto Walter Burckert per quello che riguarda la società greca in Homo necans, uscito quest’anno da Boringhieri). E in tutti i casi questo mondo è ormai morto, spazzato via dall’avvento del capitalismo e della società industriale, che hanno trasformato irreversibilmente le condizioni di vita e le strutture sociali che rendevano possibili quelle esperienze. Il che non vuol dire, naturalmente, che tutta la funzione simbolica che si accompagnava al mito sia scomparsa: solo, si presenta riciclata in forme del tutto nuove, staccata dal senso che aveva in quelle società, dal sistema di credenze individuali e collettive che determinava fusa e mescolata con mille altri elementi dentro l’immaginario collettivo della nostra epoca, nel processo di continua osmosi e passaggio tra cultura “alta” e cultura “bassa” che caratterizza i dispositivi dell’industria culturale. Questa è l’operazione che ha fatto la fantascienza, questo è il “protocollo di lettura” con cui si leggono oggi anche le opere, o si vanno a vedere i film, del filone “fantastico”: a volte anche al di là delle intenzioni dei loro autori. Chi vuole assumere, di fronte a tutto ciò, l’atteggiamento dell’apocalittico, faccia pure. Tenga conto che questo suo atteggiamento è – come ha già dimostrato Eco quasi vent’anni fa – solo l’altra faccia della medaglia dell’integrazione più subalterna. Noi preferiamo tutto sommato nuotare nell'acqua che c’è, come Benjamin, “senza riserve per la nostra epoca, senza avere alcuna illusione nei confronti di essa”.


giovedì 31 dicembre 2020

Antonio Caronia: Fantascienza come sistema




 Linus dicembre 1983

In un recente convegno (Teoria dei sistemi e razionalità sociale, Bologna, 21/22/23 ottobre 1983) si è parlato da molti punti di vista e con grande passione dello stato delle scienze sociali oggi, in relazione al nuovo paradigma della cosiddetta “teoria dei sistemi” introdotta in sociologia principalmente ad opera di Niklas Luhmann. Non sono sicuro di aver capito bene tutto quello che ho ascoltato e letto, perché non sono né filosofo né sociologo, ma alcune cose mi sono sembrate interessanti. Il concetto di sistema, ha spiegato a un certo punto Luhmann nella sua introduzione è di tipo “autoreferenziale”, intanto perché la descrizione di un sistema è essa stessa un sistema, ma anche perché, in un senso più specifico, è il sistema stesso a produrre gli elementi di cui è costituito, in modo che la sua organizzazione in un dato momento è il risultato dei rapporti e delle relazioni fra i suoi elementi interni. E, come è naturale, lo stesso carattere di “aureferenzialità” è insito nella teoria dei sistemi: è proprio questo carattere, secondo Luhmann, che consente alla teoria di svilupparsi senza riferimenti a finalità esterne (e quindi senza infiltrazioni di un punto di vista “morale”). Il concetto di “sistema autopoietico” (cioè autoproducentesi, autocreantesi), Luhmann lo trae esplicitamente dalla biologia e dalla cibernetica: il sistema biologico, o, se volete, cibernetico, è quello che è capace di mantenersi stabile attraverso l’omeostasi, cioè un intercambio di materia, energia, informazione, fra interno ed esterno in grado di produrre nel sistema le modificazioni necessarie a garantire la sua sopravvivenza in relazione agli stimoli dell’ambiente. È stato a questo punto che mi è scattato un relai nella testa:: mi sono improvvisamente ricordato dove avevo letto per la prima volta quel curioso termine (omeostasi): era stato verso la metà degli anni Sessanta, in un racconto di Philip K. Dick. A quel punto ho smesso di ascoltare e mi sono messo a divagare. Potremmo dunque considerare la fantascienza di Dick come una antesignana delle più recenti teorie sociologiche: i suoi universi sono proprio dei “sistemi” nel senso di Luhmann, che si autoregolano, riproducono costantemente le condizioni della propria esistenza in modo del tutto immanente, dilatandosi fino a comprendere nel possibile (o nel pensabile) anche l’improbabile, come accade, per fare un esempio, in Ubik. Ma in realtà è tutta la fantascienza, nella sua qualità di elemento egemone, riassuntivo, dell’immaginario tecnologico contemporaneo, ad avere le caratteristiche del sistema cibernetico. La fantascienza “sociologica” degli anni Cinquanta si conferma in questo senso come il momento in cui questo genere letterario basso acquista una prima coscienza di sé, e comincia a diventare fenomeno culturale di massa, costituendo quel “polo fantastico” contrapposto a un “polo realistico” di cui ha parlato più volte Pagetti (rimando al suo intervento contenuto nel volume L’Einstein perduto, atti del convegno di Ferrara del 24/26 ottobre a cura di Alberto Poggi, Edizioni Coop, Charlie Chaplin, 1982, L. 6.000). La recente ristampa di un romanzo di Sheckley, anche se non dei migliori, permetterà di verificare questa tesi anche al lettore più distratto (Gli orrori di Omega, Classici FS, Mondadori, L. 3.000). Per citare sempre Luhmann, è nel momento in cui la teoria dei sistemi riconosce se stessa come soggetto e contemporaneamente come oggetto di indagine che nasce l’ironia: una strada che appunto la fantascienza sociologica – e il suo rappresentante più swiftiano, che è stato Sheckley – aveva già percorso nel rovesciamento della tradizione del romanzo utopistico. E non è forse un caso che uno degli autori di sf che, rimessosi a scrivere dopo anni di silenzio, riproponga la tematica della fantascienza come autoriferimento, come autocitazione, arrivi proprio dall’esperienza degli anni Cinquanta, e si chiami Frederik Pohl (v. il suo recente Alla fine dell’arcobaleno, Nord, L. 6.000).