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sabato 20 novembre 2021

Cosmoanticapitalismo

 


Cobol Pongide nel suo recentissimo libro Cosmoanticapitalismo (ed. Novalogos, ottobre 2021, 130 pag., 12 Euro) cita l’editoriale del primo numero di Un’Ambigua Utopia in cui si afferma che “qualunque proposta di un mondo, di una vita alternativa, è fantascientifica” (1) e a riprova di ciò aggiunge: “altrove, ho sostenuto che Il manifesto del partito comunista è (anche) un libro di fantascienza.”

In questo libretto pungente di “critica e conflitto nel tempo della conquista dello spazio”, come recita il sottotitolo, l’autore scienziato, musicista e ufociclista fa un uso della letteratura fantascientifica “in termini di artefatti cognitivi esemplificativi, per ciò che concerne le varie forme di pensiero anticapitalista  analizzate.” Usare la fantascienza e non esserne soggiogati è un buon punto di partenza per riuscire a vedere quello che, essendo sotto gli occhi di tutti, rischia di passare inosservato, e cioè che le magnifiche sorti e progressive legate alle altalenanti riuscite dell’impresa spaziale si sono rivelate per quello che sono sempre state: impresa, appunto. Una corsa imprenditoriale che guarda allo spazio e al futuro prossimo, ma che ha come obbiettivo immediato nel “qui ed ora sul nostro pianeta” la creazione “di un modello di vita e di lavoro transumanista e multiplanetario.”

Difficile non leggere in tutta la miscellanea di esperienze stralunate (ma di certo non più strampalate di tutte le altre esperienze che accettiamo nella nostra quotidianità come logiche e normali) descritte nei vari capitoletti del libro, la costante indicazione assertiva del “qui ed ora”. È di ciò che sta succedendo adesso e proprio qui, nel nostro travagliato mondo, in cui anche “le trasformazioni climatiche e ambientali (Antropocene) che annoveriamo come sciagure coincidono perfettamente con i piani dell’intelligenza collettiva capitalistica accelerazionista e transumanista”.

Da qui anche i piani per l’eventuale terraformazione di Marte ricadono nella terraformazione effettiva che ha luogo “qui sulla Terra attraverso mutamenti climatici, virtualizzazione dei rapporti sociali, confinamento della dimensione privata, sviluppo delle IA sociali, svuotamento dei centri urbani, implementazione generalizzata dell’unpleasant design” (2) e così via.

Se “la costruzione di un nuovo mondo somigli davvero all’impresa di insediarsi su un pianeta alieno” è la domanda necessaria da porsi di fronte alla capacità raggiunta di una reale espansione spaziale possibile. Ed è necessaria proprio perché questo “possibile” è compiutamente operante nel nostro arrangiarci a vivere in un mondo sottoposto a un’interazione tra essere umano e ambiente sempre più soggetto a un cambiamento che coinvolge l’uno e l’altro a un ritmo esponenziale sempre più difficile da governare, a livello individuale quanto sociale.

Da qui il continuo interrogarsi dell’autore sui più disparati tentativi che nell’arco dell’ultimo secolo, fino ad oggi, la storia ha bollato come perdenti, falliti o marginali, nel tentativo di cogliere quel qualcosa che riveli possibilità altre da quelle che fino ad oggi ci hanno guidato verso quel muro a cui tutti, anche senza volerlo ammettere apertamente, siamo convinti ormai di andare inevitabilmente a schiantarci.

Per dirla con Primo Moroni, che parlava dal bordo di un “finale d’epoca e di esperienze”, non abbiamo più “un ‘passato’ di cui fare risorsa e non ci sono più quindi i ‘luoghi’ della formazione, dell’esperienza che sono stati distrutti, o resi inservibili uno ad uno. C’è invece la tensione verso un altrove, verso nuovi spazi e luoghi che, questa volta, andranno costruiti, inventati senza far ricorso a quanto di già è stato consumato e distrutto.” E se conclude osservando quanto sia stato “un compito forse troppo grande per una breve stagione di ‘movimento’” (3) ora questo stesso compito dalla difficile quanto improbabile riuscita, deve doversi considerare possibile, perché impossibile è qualunque altra soluzione che accetti lo stato di cose presenti.

Fantascienza è, allora, leggere al contrario e da altra prospettiva, una storia che si vuole unidirezionale. Rimapparla e risignificarla in un nuovo percorso collettivo umano quanto non-umano come in quel romanzo di Philip K. Dick in cui il protagonista si trova a discutere, per un’impresa da farsi collettivamente, con varie specie aliene tra cui anche esseri dei quali si era cibato in qualche ristorante nel proprio pianeta Terra. (4)

Allora con tutti gli alieni possibili, alieni noi stessi, non possiamo  che tentare  questo grande viaggio che dal “cosmoanticapitalismo critico” ci porti al “cosmoanticapitalismo rivoluzionario” rendendoci cittadini dello spazio. In definitiva: terrestri consapevoli di un cosmo che non ci appartiene ma di cui dobbiamo cercare di essere ospiti graditi.

Nota 1: http://archivio-uau.online/archivio.html

Nota 2: “Detto anche design ostile, è una forma d’architettura, generalmente dispiegata in spazi pubblici, studiata per essere inospitale e scongiurare qualsiasi forma di stanzionamento sia umano che animale.”

Nota 3: Intervista a Primo Moroni di Tiziana Villani https://moroniecaronia.noblogs.org/territori-della-trasformazione-e-collasso-dellesperienza/

Nota 4: P. K. Dick, Guaritore galattico.

(Pubblicato nella Bottega del Barbieri https://www.labottegadelbarbieri.org/cosmoanticapitalismo/ )

mercoledì 25 settembre 2019

The Last Avant-Garde


Una doverosa segnalazione: per le edizioni Mimesis è uscito un volume (purtroppo solo in lingua inglese) sulle riviste alternative degli anni Settanta The Last Avant-Garde. Alternative and Anti-Establishment Reviews (1970-1979) a cura di Andrea Chiurato. Principalmente incentrato sulle riviste francesi e italiane dedica per quest’ultime un intero capitolo alla fantascienza italiana The Inner Space of Utopia. Italian Science Fiction Magazines, scritto dallo stesso curatore.
Aver dedicato un intero capitolo a un settore culturale che ai tempi ebbe un riscontro nel movimento antagonista solo a partire da quell’esperimento, unico nel suo genere, che fu il collettivo di Un’Ambigua Utopia, con la sua omonima rivista, significa aver colto il vero senso della rivolta giovanile di quegli anni. Proprio da quello specifico angolo di visuale si può avere uno sguardo capace di superare quell’angusta visione di una rivoluzione che si voleva vedere a tutti i costi divisa tra politica e culturale. La fantascienza, che come sostenuto da Ballard è stata la vera letteratura del Novecento, è anche la chiave per capire l’intimo significato di quella rivolta. Non una presa del potere per l’ennesima utopia, pronta a convertirsi in distopia, ma una presa di potere sui vari possibili che la realtà ci offre affinché il mondo non sia più governato solo da ciò che ci vogliono far credere unico plausibile.
Ecco che insieme alle altre, più o meno famose e consacrate, riviste anti-establishment, Un’Ambigua Utopia (nata come ciclostilato in una sede politica extraparlamentare per poi diventare una rivista vera e propria) acquista il proprio posto di rivista militante in quella storia che molti vorrebbero finita ma che, per dirla con Primo Moroni, conserva un vero e proprio “giacimento minerario” che pur avendo esaurito il suo filone aurifero principale  potrebbe conservare nelle vene parallele “molti materiali assai preziosi che si sono trascurati e altri, chissà dove, impareggiabilmente ancora più preziosi”. Questo libro ha messo in evidenza che ancora oggi si può cercarli e, forse, anche trarne maggior profitto di allora.
Giuliano Spagnul

sabato 25 agosto 2018

Metrature del presente: Primo, Antonio e una chiave a brugola



“Far parte di questo progetto per noi è un’avventura da attraversare con passione” METRATURE DEL PRESENTE: PRIMO, ANTONIO E UNA CHIAVE A BRUGOLA è il video di Officina Multimediale realizzato per la mostra “Con Primo Moroni e Antonio Caronia” alla fondazione Mudima di Milano. Le voci di Primo e di Antonio attraversano lo spazio profondo di un passato che pur vicino non può sembrarci ormai che irrimediabilmente perduto.  Ma è solo salendo sulle loro spalle che possiamo prendere le necessarie misure per affrontare un presente che sembra altrettanto perduto.
https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=KjYFXAl1LW8 

martedì 30 gennaio 2018

Primo Moroni: Sfide della modernità. Riflessioni su James G. Ballard


Quest’anno 2018 è il 50° anniversario del ’68 ma è anche, rispettivamente, il 20° e 5° anniversario della scomparsa di due protagonisti, scomodi e poco ricordati, di quegli anni di gioiose, quanto tragiche, rivolte: Primo Moroni e Antonio Caronia. Entrambi, oltre alle lotte, hanno condiviso una grande passione per due pilastri della fantascienza ribelle di allora: Philip K. Dick e James G. Ballard. Dalla rivista Decoder n. 11 (Speciale J. G. Ballard) https://archive.org/details/decoder-11 le riflessioni di Primo Moroni su Ballard.

La grande polemica e lo scandalo, per noi scandaloso, sull’uscita del film Crash, rischia di mettere il bavaglio anche a J. G. Ballard autore del romanzo omonimo uscito in Italia nel 1990, con grande ritardo rispetto al mercato inglese (l’edizione originale è addirittura del 1973) e che al tempo ebbe in sorte di finire sugli scaffali dei remainder. Ballard è considerato nei paesi di lingua anglosassone uno dei più grandi scrittori contemporanei e una delle firme più prestigiose di “The Guardian”, ma in Italia è uno scrittore che vende poco e per lo più in edicola. Ma quali sono i temi centrali della sua scrittura e perché egli stesso viene talvolta censurato (come accaduto tra gli altri per La mostra delle atrocità, che nella sua prima edizione americana del 1970, fu totalmente distrutta dall’editore Doubleday,  preoccupato per le possibili conseguenze legali di uno dei testi compresi nel libro: Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan)? La radicalità di Ballard sta nel fatto di estremizzare la modernità, una modernità che diventa mitologia – e proprio per questo condivisa dai giovani – portando alle più radicali conseguenze situazioni già esistenti nel nostro quotidiano. In Condominium, un megaresidence diventa teatro, a causa di una serie di eventi straordinari, di una lotta postmoderna di bande di coinquilini coalizzati sulla base del piano del proprio appartamento (quasi a evocare con largo anticipo, estremizzandoli, i livori metropolitani legati alle esistenze perimetrate, alle difese dei microterritori urbani,  ai localismi dei comitati di quartiere). In Isola di cemento un banale incidente proietta l’autista in una sorta di terra di nessuno, contornata da grande autostrade che ne impediscono ogni via di uscita. Ma è soprattutto nei quattro magistrali racconti (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo) che la metafora della modernità dispiegata e i suoi pericoli raggiungono tonalità quasi apocalittiche e primordiali. Le foreste di simboli che vi si sovrappongono diventano un evidente archeologia del presente e del recente passato, e nella loro immediata simbiosi fondono le memorie “genetiche” dei tempi e delle ere scolpiti nelle tracce dell’inconscio collettivo. I protagonisti, sono posti di fronte a repentini, sconvolgenti eventi che modificano la loro relativa tranquillità quotidiana e sono costretti a dare risposte. Risposte drammatiche che ricercano dentro di loro e nelle immense risorse del proprio bagaglio di conoscenze e di propri universi vitali. E se è vero che acqua, sabbia, cemento e cristallo sono elementi che si incontrano in tutta l’opera di Ballard – e che gli stessi hanno molteplici significati simbolici all’interno dei quali l’estetica ballardiana costruisce questo inno alle “infinite possibilità del presente” – altrettanto chiara risulta l’ambivalenza delle scelte legate ai dilemmi della modernità ininterrotte di questo secolo morente. E qui siamo in tutta evidenza a Marshall Berman che rilegge il Marx della rivoluzione ininterrotta di sé e del rapporto mortale tra uomo, natura e tecnica, tra epistème e technè. Spesso, riconosce Berman, “il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di situazioni e ambienti tradizionali e premoderni, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno”. I personaggi di Ballard sono costantemente posti di fronte a questi dilemmi, costretti a sfidare forze materiali, economiche e tecnologiche spaventose, a morire a rinascere di sé e delle proprie appartenenze e convinzioni,  come in Guernica di Picasso dove le figure lottano per tenersi in vita, proprio mentre urlano la loro morte. C’è poi la scrittura e lo scavo dei personaggi e delle loro psicologie. Qui tutta la storia personale di Ballard (basti pensare all’Impero del sole) risulta nella sua complessità. Ma ciò che poteva essere rimosso come in incubo, un trauma originario, diventa invece materia vitale di una scrittura tesa a trasformare l’autore stesso in un raffinato psicologo delle situazioni estreme. Si comprendono quindi le difficoltà di comprensione di questi universi estetici. È un segno dei tempi e della staticità di molte soggettività. Osserva Nietzsche: “C’è in giro una moltitudine di ’piccoli suonatori di corno’, la cui soluzione al caso e alla difficoltà del moderno è cercare di non ‘non vivere’ affatto: per loro ‘divenire mediocri’ è ormai l’unica morale che produce senso”. Qui sta la grandezza di Ballard e delle sue sfide, sfide contro le quali l’uomo cerca una nuova difficoltosa e avventurosa via per “ricollocarsi” in un tempo psichico interiore che spesso si dilata nell’allucinazione. E che la ricerca sia difficile lo testimonia, più di tutto, il suo stile che ricrea l’angoscia contemporanea del vivere (sbaglia totalmente Tullio Ketzich su “Corriere della Sera” a definire la scrittura di Ballard come involuta) Ballard è sempre stato uno scrittore ripetitivo e ossessivo, e proprio in Crash, lo è come non mai. Qui, infatti, la franchezza sessuale e le lunghe descrizioni di ferite e mutilazioni, la strana radicale unione tra carne e macchina (che Cronenberg riproduce solamente in maniera moderata) si esplicitano in una scrittura che è più medico scientifica che letteraria, perfetta immagine di rapporti sociali totalmente disgregati e vissuti senza alcun sentimento: un incubo ad aria condizionata molto umida qual è la nostra epoca.